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Il Lazio a tavola: alla mecca del gusto

LIBERAL BIMESTRALE
di Pablo Echaurren
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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So che non è stata una mossa da gentiluomo, che non è stato elegante andarsi a sbafare un bel pranzetto proprio in concomitanza con lo sciopero della fame indetto dell'onorevole Alessandra Mussolini. Mentre lei soffriva le pene dell'inferno per la mancanza di pane e companatico concedendosi solo una dieta liquida di tre cappuccini e zia Sophia - stoicamente - affrontava l'estremo supplizio dello «sciopero del babà», proprio in cotale grave frangente, io mi spazzolavo in ordine di grandezza: fritti misti, lasagnetta con ragout di castrato, puntarelle con acciughe fritte, prosciutto di Bassiano e Rieti con mozzarella di bufala laziale, porchetta, mousse al cioccolato gianduia e liquirizia e una stupefacente terrina di ricotta e moussa al fondente. Tiè! Alla facciaccia di chi mi vuol male e mi vorrebbe fare scioperare. Lo farei volentieri, ma tengo famiglia, a me mi tocca di lavorare per tirare su questi quattro ciceri baiocchi che il bimestrale mi passa per la mia rubrica astro-intestinale.
Ma ancor più grave è che un gesto così altamente politicamente scorretto io l'ho compiuto proprio nel locale sponsorizzato dalla Regione Lazio, all'epoca governata dal suo - della Mussolini - nemico giurato Francesco Storace. Quello stesso tizio contro cui tanto veementemente protestava e digiunava e soffriva. Non in silenzio. Diciamo subito che trattasi di un locale sui generis, come ce ne dovrebbero essere in ogni regione. Che dico in ogni regione: in ogni provincia. Che dico in ogni provincia: in ogni comune. Un locale con una sua connotazione peculiare, non perché dietro ci sia stata l'ombra dell'ex governatore laziale attuale neo-ministro della sanitate nazionale. Dio me ne scampi e liberi. Sono di tutt'altra parrocchia. Anzi non appartengo a nessuna, vivo felice senza paraocchi e senza mordacchia. Lo dico perché da sempre mi auspico che i singoli comuni - specie i piccoli comuni - istituiscano delle osterie zonali. Pensa te se ogni comune - ogni piccolo comune soprattutto - potesse, volesse fornire un servizio di ristorazione basato esclusivamente, testardamente, intelligentemente, sui prodotti locali. Non la solita Fiera delle Tipicità o la Sagra Sindrome da scampagnata, bensì un centro di raccolta delle ricette perdute, della convivialità negata, dell'asdora (o resdora che dir si voglia) ahimè giubilata. Dove possano rivivere le pietanze estinte, le tinte forti ormai scomparse dalle mense, accantonate dalla prescia del break, demonizzate dalla furia dietetica, estetica, del crudo, del molecolare, del destrutturato, del sifonato, del finger food, del new mood, del rivisitato a tutti i costi. Immolate sull'altare del sofisticato arzigogolato e svuotato di senso.
Ora non è certo questa popolarità da me caldeggiata che si ritrova entrando al Palatium o Palatuum - la grafica gioca sapientemente sulla possibilità di leggere il logo come bifronte e plurisignificante. Ma l'idea, la ricetta, in nuce c'è. È un locale dove si serve solo robba reggionale. Dalle materie prime ai vini. Al piano terra l'enoteca, al superiore il ristorante. Ambedue organizzati e avviati dalla grande competenza di Antonello Colonna (nomen omen). Unica pecca di questa piccola mecca del gusto è che al momento della mia visita erano disponibili al bicchiere solo due bianchi e due rossi. Magagna della micragna. Ora comunque il Palatium passa d'imperio sotto l'alto patronato di Marrazzo. Diventa cioè paonazzo, rubescente, sinistreggiante? Al palato non si comanda, non gli si impone una casacca, altrimenti si ricade nella solita buiacca da casermone.
Palatium, via Frattina 94, Roma tel. 06-69202132
 

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