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Periplo di Hugo Pratt

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Cherubini
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Soave come il tratto del suo acquarello, il viaggio ti cattura immediatamente. Fondendo senza soluzione di continuità le foto della vita vissuta, i ricordi raccolti in giro per il mondo e la letteratura di un personaggio che ha inghiottito il talento espressivo di uno degli artisti più prestigiosi del Novecento. Perché non si può dire dove cominci Hugo Pratt e dove finisca Corto Maltese: un grande pittore d’acquarelli, troppo curioso e vitale per rimanere chiuso in un atelier. E un eroe «fumettaro», solo apparentemente attivo, in realtà acuto osservatore di una realtà - quella dei primi del secolo scorso - attraversata da eventi clamorosi, innovativi, violenti e drammatici. Davanti ai quali la filiforme espressione distaccata di Corto, marinaio nato a Malta da un militare inglese e una prostituta Andalusa, fa da guida quasi involontaria alla scoperta della Storia e soprattutto degli umani tipi che l’hanno fatta. Una sincera antologia, che per le generazioni degli anni Cinquanta e Sessanta ha fatto da faro, la guida alternativa ai libri e ai testi. Corto Maltese e Hugo Pratt sono stati i romantici descrittori di un Novecento ancora a corto dei mezzi tecnologici dell’attuale informazione come la televisione tematica, quella dei documentari. Rasputin e i Mari del Sud, il Ghetto di Venezia e l’Africa con i suoi riti e religioni; l’Irlanda della rivoluzione e la magia di luoghi come Stonehenge: la bibliografia di Pratt attraversa il Mondo alla velocità del pennello, sia esso la china di una striscia o un tratto acquoso e commovente su un banalissimo foglio extra strong. 
Ecco perché l’abilità artistica di Pratt viene raccolta e riconosciuta solo adesso, attraverso una mostra coraggiosa e bellissima allestita a Siena, nel Palazzo Squarcialupi del Complesso Museale di Santa Maria della Scala. Curata da Patrizia Canotti, fortissimamente voluta dal talento visionario di Giovanni Mezzedimi che a Corto dedicava anche i suoi costumi infantili di carnevale, sponsorizzata dalla Fondazione Monte dei Paschi, Periplo immaginario è una fusione che restituisce più valore al Pratt artista che all’eroe Corto, spostando - per la prima volta - l’attenzione sulle capacità artistiche del papà disegnatore, piuttosto che su quelle arcinote del figlio cittadino di un Mondo che non c’è più. Una mostra che nasce con un pannello subito romantico e dolce per chi ama il binomio Pratt-Corto: le foto dell’artista, nello scorrere di una vita da giramondo, fondamenta necessaria per costruire le storie del suo figlio putativo. E infatti la mostra, dopo l’introduzione e la curiosità di una vettura di Formula uno, la Ligier che nel ’93 fu decorata dallo stesso Pratt, sale di livello - fisicamente e non solo - introducendo il visitatore in sette sezioni distinte. Sette «continenti», arricchiti con musiche, rumori, finanche climatizzati che hanno scandito la vita di Corto Maltese, ma soprattutto quella di Hugo Pratt.
A cominciare dall’Africa. Il padre, Rolando Pratt, costruiva strade in Abissinia, all’epoca divenuta colonia italiana. Il figlio, Hugo, dal 1937 al 1943, vi traccia i primi sentieri dei suoi sogni e del suo immaginario. E disegna i primi corpi femminili. Anni di formazione e d’iniziazione alla frangia orientale di un’Africa contesa fra italiani, inglesi e francesi. Scontri armati e di ambizioni che lasceranno nella mente del ragazzino immagini di uniformi, paesaggi meravigliosi, il ricordo del profumo di gelsomino e l’odore del sapone Palmolive, sagome di guerrieri, musiche militari, canti del muezzin e melopee di vecchie civiltà. Un attimo di vita che termina con il rimpatrio in Italia percorrendo la rotta marittima più lunga: Mar Rosso, Oceano Indiano, Capo di Buona Speranza e Oceano Atlantico. Un lungo periplo che racchiude un intero continente che Hugo Pratt rivisiterà molto tempo dopo, nelle strofe delle Etiopiche. Dal calore e dai rumori del Continente nero - fedelmente riprodotti davati alle tavole essenziali che lasciano spazio alla creatitività e all’abilità del tratto di Hugo Pratt - si passa alla divisione del Vecchio Continente, rigorosamente segmentato da un Nord e da un Sud che si fondono nelle innumerevoli avventure del marinaio giramondo. L’Occidente del Sud, innanzitutto. Venezia, il matrimonio con il mare; Cordova, il ricordo di giardini andalusi in mezzo alle terre. Insieme alle nebbie celtiche e agli spazi delle Americhe, che costituiscono l’altro universo preferito da Hugo Pratt. Quello del Mediterraneo e dell’Adriatico, delle letture di Omero con l’eredità giudeo-araba e dagli apporti bizantini. Un mondo percorso da segni misteriosi che nasconde porte, pozzi e corti segrete. È il primo mondo dell’autore, la prima infanzia in seno a una famiglia dalle svariate origini unite insieme dalla città dei Dogi. Qui il tempo è reso immemorabile dalle pratiche esoteriche delle donne e si richiude quando sorgono i nuovi giochi politici e le guerre del Ventesimo secolo. Ecco allora la grande sfilata di uniformi dove Piazza San Marco vede passare le camicie nere, gli stivali tedeschi, i kilt scozzesi, i cappelli da safari neozelandesi. Un carnevale a volte tragico e burlesco che ha lasciato i gatti di Venezia, tanto amati dall’autore, assolutamente indifferenti. Quindi il Nord nebbioso e freddo dell’Europa celtica. Con le sue origini inglesi da parte di padre, un patronimico che suonava anglosassone, battezzato nella chiesa di Santo Colombo (un vecchio santo irlandese) di Rimini e radicato a Venezia, terra di veneti come il Morbihan dell’Armorica, Hugo Pratt non poteva che essere in assoluta armonia con il mondo celtico. I viaggi in Irlanda e in Bretagna, la familiarità con la fata Morgana e Merlino, la complicità con Shakespeare, altro maestro di facezie, lettore di Yeats, hanno reso Corto Maltese una specie di eroe per antonomasia, colui che crede possibile il vero, il falso e l’apparente e che può iniziare le storie dicendo «c’era una volta e un’altra volta non c’era più, ma quella volta comunque c’era». Hugo Pratt era uno di quelli capaci di distinguere i Leprechaun gallesi dai Boggart irlandesi e dai Korrigan bretoni riuscendoli a collegare ai loro piccoli cugini germanici, i Troll e i Nibelunghi che fanno la guardia all’oro del Reno nei pressi di Losanna, dove la sua vita terminò il ciclo dei suoi giorni nell’estate del 1995. E poi via lungo l’onda lunga del Pacifico, in un universo totalmente opposto, non solo geograficamente. È nella più lontana delle sue origini geografiche che Hugo Pratt farà nascere la prima immagine di Corto Maltese e farà il suo ultimo grande viaggio nel 1992, là dove s’incrociano destini privi di senso, civiltà misteriose, popoli magnifici, imbarcazioni arenate, discendenti di ribelli, marinai perduti, tempeste indicibili. Sul grande oceano spuntano miriadi di isole e grandi arcipelaghi. Qui, sin dal Diciassettesimo secolo, l’Occidente ha sognato il paradiso terrestre ma ha finito per battezzare queste nuove geografie con i nomi di quelle a lui già note (Nuova Zelanda, Nuova Irlanda, Nuova Caledonia…) o più grossolanamente imponendo i nomi dei propri príncipi (da Vittoria a Bismarck, dal duca di Choiseul a re Giorgio). Fortunatamente sono rimasti anche alcuni nomi originali, i più suggestivi. Come resistere alle isole Tonga, Fiji, Samoa o Tuamotu? Ed è proprio sull’isola di Apia, nell’arcipelago delle Samoa occidentali, che nel 1894 morì Robert Luis Stevenson, colui che fu all’origine di tutto e al quale, un secolo dopo, Hugo Pratt volle rendere omaggio recandosi sulla sua tomba. Per approdare poi all’Asia, terra legatissima a Venezia e ai suoi eroi. Perché fra tutti i continenti della geografia di Hugo Pratt, è sicuramente il meno conosciuto, ma non per questo il meno familiare. L’aveva girato attraverso i libri e il cinema, dall’Asia minore dei miti greci e delle religioni monoteistiche alle Indie dei lancieri del Bengala, da Jack London che lavorava come reporter durante la guerra russo-nipponica del 1905 al barone Ungern Von Sternberg e alle sue ambizioni in merito alla creazione di un Impero dell’Asia Centrale, dagli Hashashins alle Triadi cinesi. Con Hong Kong come porto di riferimento, proprio là dove si trovavano la casa di Corto e il Gauguin rubato da Rasputin e mai più ritrovato. Affidandosi alla sua documentazione, partendo dall’immensa biblioteca, fingendo incontri e testimonianze e riuscendo a collegarle per metterle in scena, Hugo Pratt ha saputo tracciare gli scossoni del continente asiatico all’inizio del Ventesimo secolo, in un affresco di tre tavole, che va dalla gioventù alla maturità di Corto Maltese, lasciandogli prendere, unicamente, la Transmanciuriana e le giunche cinesi. 
Infine in continente americano, anch’esso, rigorosamente, diviso in due. Quello del Nord, innanzitutto. Perché una vita da adulti si costruisce su una geografia da bambini e così nel 1960 Hugo Pratt calca il suolo degli Stati Uniti. Ha 33 anni ma ricorda i disegni di Norman Rockwell scoperti nel 1937 fra le pagine del Saturday Evening Post, nonché le immagini pubblicitarie dei marchi americani nella Venezia della sua infanzia e le grandi serie di fumetti che segnarono così profondamente le fantasie dei giovani degli anni Trenta. Questo viaggio, così come quelli successivi, rappresenta anche le sue letture giovanili, i romanzi di Curwood, Zane Grey, Kenneth Roberts… ed è la conclusione dei suoi tentativi d’imbarcarsi per New York dopo la seconda guerra mondiale. Dopo tanti libri, ecco arrivare il capitolo della realtà, quello della città di Wheeling in Virginia, simbolo di quelle guerre di frontiera del Diciottesimo secolo che lo avevano sedotto da sempre. Come se il suo destino di nomade senza fissa dimora lo preparasse al fascino dei combattimenti fra indiani, inglesi e francesi che, nella lontana America, cercavano di far muovere le linee dei propri possedimenti, di conquistarle o difenderle. E poi quella più intimamente vissuta, l’America Latina. Un territorio immenso, al tempo stesso indiano e latino, italiano e spagnolo ma anche slavo e germanico che l’autore ha senza dubbio girato più di ogni altro. Dalla Guiana alla Patagonia, in quell’Argentina dove Hugo Pratt ha trascorso diciassette anni della sua vita dal 1947 al 1962, da Lima a Bahia, da Antigua a San Paolo del Brasile. I suoi eroi partono alla ricerca dell’Eldorado, difendono i Cangaceiros, incrociano i riti delle sacerdotesse della Macumba, si perdono alle origini di Atlantide e discendono i fiumi dell’Amazzonia. C’è chi, al suono di Boccherini o al ritmo di percussioni giunte dall’Africa, affida i propri sogni alle volute di fumo dei sigari o ai funghi allucinogeni Ma nell’universo dell’autore, il tango eseguito dalle dita di Astor Piazzolla, ha rappresentato la musica più sacra, il «pensiero triste che si balla» in nome di desideri irraggiungibili e di amori impossibili. Così, per dimenticare tutto, basta issare ancora una volta l’ancora e cercare l’isola del tesoro in un qualche luogo dei Carabi. Sette sezioni, per un viaggio degli occhi, della memoria, del gusto di tratti e colori. A perenne memoria di una coppia immortale: Hugo Pratt e Corto Maltese.
 

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