Ci troviamo in un'epoca di grandi mutamenti, cambiamenti sorprendenti, soprattutto in Medio Oriente, ma non solo. Abbiamo assistito a elezioni straordinarie in Afghanistan, seguite da elezioni altrettanto straordinarie in Palestina, dove il popolo Palestinese ha eletto un leader serio e responsabile, che intende negoziare la pace con il governo israeliano. Abbiamo assistito alla «rivoluzione arancione» in Ucraina e abbiamo assistito alle elezioni del 30 gennaio in Iraq. Si è trattato di una serie di avvenimenti davvero straordinari, soprattutto per quanto concerne le elezioni in Iraq che hanno scosso ulteriormente il Medio Oriente. Abbiamo avuto segnali anche dal popolo libanese, che stanco della presenza siriana ha mostrato il coraggio e la determinazione che forse non ha mostrato in passato e cerca di porre fine a tale situazione e di riprendersi il proprio Paese. Ricorderete certamente Wally Jumblat, il leader druso degli anni Ottanta. Ora dice di ritenere che le elezioni tenutesi il 30 gennaio in Iraq abbiano costituito uno sprone per il popolo libanese a scendere in piazza e chiedere il rispetto dei propri diritti. Tale impulso è venuto dall'Iraq e, a dire il vero, speravamo che ciò accadesse. Abbiamo visto tutti le immagini provenienti dall'Ucraina e compreso quanto sia forte e quali risultati possa ottenere la volontà di un popolo. Si è trattato, quindi, di miracoli e ora Hosny Mubarak avverte la pressione e sente la necessità di dire che intende organizzare elezioni libere per la presidenza, cosa che egli non consente da più di vent'anni. Assistiamo altresì alla nascita di un movimento, di proporzioni limitate, a favore delle elezioni anche in Arabia Saudita. Non c'è bisogno che vi dica che se in un passato recente qualcuno avesse ipotizzato che gli eventi avrebbero seguito il corso che hanno poi seguito non gli avremmo creduto. Chi, come me, promuove da qualche anno a questa parte la democrazia quale elemento chiave della politica estera americana, è stato spesso definito idealista, utopista. Un idealista pericoloso. Quindi la promozione e il sostegno alla democrazia devono costituire il principio cardine della politica estera americana e credo che chi, come me, lo ha sempre pensato, possa godere oggi dei frutti di molti anni di lavoro. Ciò che vedo in Europa è una miscela di nervosismo, incredulità e silenzio. Durante i viaggi che ho effettuato di recente ho constatato con sorpresa quanti politici e intellettuali europei siano entusiasti per quanto accade in Medio Oriente. Mi hanno raccontato di conversazioni tenutesi di recente, in cui si parlava dei disastri causati dall'America in giro per il mondo e di quanto sarebbe stato importante che Bush si fosse scusato per questo. Vero è che, purtroppo, molti europei continuano ad avere questa mentalità e ciò spiega una cosa che abbiamo capito molto bene. Vale a dire, il fatto che la maggior parte dei governi e forse dei popoli europei non siano a proprio agio in presenza di situazioni di cambiamento rivoluzionario. Ciò è forse dovuto al fatto che la stessa Europa sta vivendo una stagione di grandi mutamenti. Ma credo che vi siano ragioni anche più profonde. Forse l'Europa guarda con nervosismo al cambiamento da molto tempo. Preferisce accettare lo status quo, sebbene non pienamente soddisfacente, piuttosto che accettare i rischi impliciti nel cambiamento. E qui vediamo quanto sia diversa la visione del mondo europea rispetto a quella americana. L'Europa è la forza del mantenimento dello status quo, mentre l'America, sin dalla sua fondazione, è sempre stata una potenza più rivoluzionaria, che nell'espandere la propria influenza nel corso dei secoli mira al cambiamento e si adopera affinché il cambiamento si verifichi nelle aree in cui ha una certa influenza. È stata notata dal New York Times una tradizione massimalista della politica estera americana. Si tratta della tendenza a cambiare le regole del gioco se posti dinanzi a una situazione che si considera poco soddisfacente, cosicché la situazione possa aderire maggiormente alla visione o agli interessi americani. Credo che gli europei, dinanzi alle situazioni difficili, ritengano sia meglio lasciare le cose come stanno, non infastidire i protagonisti della situazione... Credo che gli europei siano maggiormente disposti a tollerare situazioni sgradevoli. Forse ciò è dovuto alla loro saggezza, alla stanchezza, se vogliamo, ma la realtà mi sembra questa, almeno lo è stata negli ultimi decenni. Consideriamo il nervosismo europeo rispetto alle politiche attuate da Ronald Reagan, i timori degli europei che Reagan avrebbe fatto saltare in aria il mondo. O la disputa sulla riunificazione tedesca, ad esempio: la maggior parte delle potenze europee erano restie a promuovere la riunificazione tedesca, compresa Margaret Thatcher. Sono stati gli americani ad aiutare questo percorso rivoluzionario. E lo vediamo in Medio Oriente. Rispetto a quest'area del mondo, la visione dell'Europa era «non tocchiamo questi luoghi», qualsiasi problema possa insorgere potrà essere risolto eliminando, sul lungo periodo, la povertà. Senza, quindi, porre delle scadenze temporali entro le quali tale povertà dovesse essere eliminata. Gli americani, invece, hanno risposto in maniera tipicamente americana. Eravamo impazienti di veder produrre il cambiamento, non tolleravamo più il pericolo e siamo stati disposti ad assumerci dei rischi per modificare la situazione. Ciò, naturalmente, ha contribuito allo scontro tra europei e americani sulla questione irachena. Ha costituito uno dei temi principali. Ovvero, gli americani hanno fatto ciò che gli europei non volevano fare. Oggi vediamo i frutti della decisione americana. Ora, se ciò indurrà alcuni europei a cambiare atteggiamento non posso saperlo. Comunque, sul quotidiano tedesco Der Spiegel, alcuni hanno scritto che forse, così come si riteneva che Reagan avesse torto e poi si è capito che aveva ragione, è possibile che anche Bush abbia ragione. Ora, non so se questo atteggiamento prenderà piede in Europa, non so se i risultati ottenuti possano influenzare la situazione europea ma spero di sì. Questa, comunque, è una delle maggiori divergenze tra europei e americani e quando dico europei, mi rendo conto che esistono molti tipi di europei, che si tratta di una popolazione eterogenea. Tuttavia, possiamo intravedere qualcosa che assomigli a una visione, per così dire europea e, anche se vi sono differenze tra democratici e repubblicani, esiste anche una visione definibile «americana», che diverge da quella degli europei. Non seguo i sondaggi, solitamente, ma nell'ultimo anno ne è stato realizzato uno molto interessante dal German Marshall Fund, in otto Paesi europei e negli Stati Uniti. Agli intervistati è stato chiesto cosa pensassero della situazione irachena, dell'Unione europea. Ma una domanda in particolare mi è sembrata interessante: si chiedeva se fosse necessario, a volte, far ricorso alla guerra per ottenere giustizia. Esistono, quindi, le guerre giuste? L'82% degli americani ha risposto sì. E quando parlo a un pubblico americano e gli chiedo di esprimersi per alzata di mano, vedo moltissime mani levarsi. Al contrario, soltanto il 41% dell'opinione pubblica paneuropea si è detta d'accordo con l'affermazione summenzionata. Il Regno Unito ha, comunque, registrato il 63% di risposte favorevoli, quindi lo metteremo da parte. La Turchia il 50%: sappiamo quale sia l'atteggiamento dei turchi rispetto all'uso della forza. Quindi, se consideriamo l'Europa senza Regno Unito e Turchia, la media scende al 30% circa. In Germania si è registrato il 34% di risposte affermative, in Francia il 33%, in Italia il 35%, in Spagna il 36%. Non credono, quindi, che possa esistere una guerra giusta o una guerra che possa portare giustizia. Questo è un elemento di natura filosofica, una divergenza ben rappresentata dal divario esistente tra l'82% e il 26%. È per questo che bisogna comprendere che le differenze tra Europa e Stati Uniti non sono dovute soltanto al fatto che George Bush è attualmente il presidente americano e in Francia c'è Jacques Chirac. Si tratta di divergenze più profonde, non risolvibili soltanto tramite le visite ufficiali di George Bush e Condoleezza Rice, con piacevoli cene di gala tra Bush e Chirac a Bruxelles. Naturalmente si tratta di passi importanti. Sono lieto che lo stile delle nostre relazioni sia migliorato e che non litighiamo più come in passato ma, per il futuro, è importante capire che non stiamo tornando alle alleanze strategiche che esistevano durante la guerra fredda. Non torneremo mai più a quel tipo di alleanza contro un nemico comune (e non bisogna dimenticare che, anche all'epoca, abbiamo avuto opinioni divergenti).
Tuttavia, rivolgendo lo sguardo al futuro, credo che per poter rafforzare le nostre relazioni, dobbiamo riconoscere che abbiamo una visione del mondo autenticamente diversa. Uno degli errori compiuti nelle relazioni transatlantiche è stato costituito dal fatto che sono state basate sulla mentalità del «perché litigare?». Gli americani sono rimasti scioccati nello scoprire che molti europei non intendevano seguire gli Stati Uniti in Iraq. E so che molti europei sono rimasti scioccati dalla decisione americana di andare avanti comunque, senza il loro assenso. È stato uno shock rendersi conto che le cose non stavano più come in passato, che l'Europa aveva maturato una visione del mondo nella quale la guerra non veniva più considerata una risposta, neppure una soluzione estrema e che gli strumenti di guerra non dovevano più essere utilizzati, perché sostituiti da nuovi metodi e importanti strumenti per il mantenimento delle relazioni internazionali quali quelli dell'Unione europea, vale a dire la diplomazia e i negoziati. Al contrario, negli Stati Uniti, continuavano a ritenere che la guerra fosse, sfortunatamente, uno strumento essenziale per le relazioni internazionali. È forse utile ricordare che dal 1983 al 2003 gli Stati Uniti hanno inviato all'estero un numero elevatissimo di soldati, per nove volte, circa ogni 2 anni, compiendo missioni a Panama, Granada, Somalia, Bosnia, Haiti, Kosovo, per la prima e la seconda guerra del Golfo, in Afghanistan, in Iraq. Il nostro Paese non è contrario all'invio dei propri soldati all'estero e questo costituisce una grande differenza tra noi. Quindi, come convivere con tali divergenze? Come creare una partnership che le riconosca ma, nel contempo, vada oltre le differenze esistenti? In passato si è parlato di divisione dei compiti, ma io non desidero parlare di una divisione in cui gli Stati Uniti svolgano un ruolo più militare. Non so se l'Europa sia in grado di svolgere, seriamente, mansioni militari. Ritengo che l'Europa non stia costruendo una propria forza militare capace di agire, neppure sul continente europeo. Quindi, la forza dell'Europa è rappresentata da qualcosa di diverso rispetto alla forza militare. E sono d'accordo con chi asserisce che l'Europa ha una forza di grande rilevanza e utilità per il raggiungimento dei nostri obiettivi comuni. E in effetti, vi sono molte zone del mondo in cui dobbiamo agire di concerto. Mi riferisco alla forza attrattiva dell'Unione europea. Ora, anche all'interno della stessa Unione europea ci saranno probabilmente opinioni diverse circa la consistenza reale di tale forza attrattiva. Ma molti dei vicini dell'Ue desiderano aderirvi in futuro: penso alla Turchia e all'Ucraina.
So che si tratta di tematiche molto delicate per la stessa Unione europea, ma posso dire che il ruolo strategico dell'Europa, in futuro, potrebbe consistere proprio nell'allargamento progressivo di un impero liberale capace di portare progresso, liberalismo e maggiore stabilità ai Paesi oggi situati alla periferia dell'Europa. Non si tratta di cosa di poco conto: sono tra le aree più pericolose al mondo e l'influenza europea in quelle zone porta «civiltà», come si usava dire nel Diciannovesimo secolo e potrebbe essere molto importante. Ora - io parlo da americano - naturalmente e, personalmente, sarei favorevole a questo tipo di utilizzo della forza. Allo stesso tempo, quando si parla di altre regioni, quali l'Asia, l'Asia orientale, che molti considerano più in termini di mercato che come area strategica, questa regione verrà lasciata alla forza militare americana, in modo che gli Usa continuino a svolgere il ruolo che hanno sempre svolto, vale a dire di mantenimento della stabilità in un ambiente sempre più pericoloso. In Medio Oriente, sarà sempre la potenza militare americana ad agire da deterrente e a consentire, a volte, l'eliminazione dal pianeta degli elementi più pericolosi. Sarebbe quindi senz'altro un bene se l'Europa riuscisse, a proprio modo, a comprendere che gli Stati Uniti devono e possono svolgere il ruolo che l'Europa ha scelto di non svolgere; invece di cercare di limitare gli Usa, l'Europa dovrebbe accogliere con favore il fatto che gli Stati Uniti abbiano accettato di svolgere tale attività. Non so quanto possa essere facile. L'Europa è diventato un continente di commentatori della politica estera americana. La si commenta in maniera sistematica. V'è stata una mancanza di responsabilità da parte di alcuni europei ad esempio, sulla questione dell'eliminazione dell'embargo contro la Cina. Ebbene, detta eliminazione consentirebbe alla Cina di dotarsi di armi che potrebbe, poi, utilizzare contro gli Stati Uniti. Sarebbe un atto irresponsabile e dannoso da parte degli europei. Quindi, qualunque sia la partnership che costruiremo negli anni a venire, si potrà senz'altro riconoscere che siamo chiamati a svolgere ruoli diversi, che però condurranno nella stessa direzione e verso obiettivi comuni. Ma in seno ad alcune organizzazioni, quali ad esempio il Consiglio di sicurezza dell'Onu, si manifesteranno senz'altro delle divergenze e sarà necessaria la diplomazia per impedire che esse sfocino in scontri aperti come quello avuto sulla questione irachena. Quindi, ci saranno sicuramente dei politici, su entrambe le sponde dell'Atlantico, in grado di condurci verso relazioni che non saranno più quelle della guerra fredda, bensì quelle della nuova era: il Ventunesimo secolo.
(Traduzione di Valentina Maiolini)