Se l'evoluzione della situazione politica in Italia è giunta al punto di indurre lo schieramento di maggioranza a ripensare il proprio assetto in vista delle elezioni del 2006, aprendo un dibattito franco all'interno di Forza Italia, An e Udc sull'opportunità o meno di far nascere un nuovo contenitore di area moderata, non ci si può esimere dal soffermarsi qualche istante sulle premesse che hanno indotto un'accelerazione politica tanto evidente sul tema. L'approdo di tali premesse, che coincide con il punto di partenza della discussione sul nuovo partito, è il risultato elettorale registrato dalla Casa delle libertà alle recenti elezioni regionali. La secca sconfitta della maggioranza di governo ha rappresentato l'ultimo campanello d'allarme suonato dall'elettorato in primo luogo nei confronti del presidente del Consiglio: in una fase di personalizzazione della politica tanto esasperata come quella che sta attraversando l'Italia della seconda Repubblica avventurarsi in altre interpretazioni produrrebbe soltanto ulteriori danni. D'altro canto lo stesso Silvio Berlusconi ne ha preso atto avviando il dibattito in Parlamento, in occasione del voto di fiducia al suo nuovo governo, sulla necessità di modificare in profondità la realtà del centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche. Quello che le elezioni regionali, dopo una serie di appuntamenti elettorali di medio termine di minore impatto ma comunque estremamente negativi per il centrodestra avviatasi nel 2002, hanno certificato, è la disillusione di tanti italiani nei confronti di una maggioranza che, pur avendo realizzato alcune buone riforme come quella delle pensioni, della scuola e del lavoro, nel 2001 aveva lasciato intendere che avrebbe avviato una modernizzazione del Paese ben più profonda, che non si sarebbe arresa di fronte alle sancta sanctorum del nuovo potere economico, ampliando gli spazi di concorrenza e di libertà per le imprese e per l'iniziativa privata e garantendo maggiori tutele al cittadino-consumatore. Così non è andata per molte ragioni e oggi, in una fase economica di recessione, gli elettori moderati hanno inviato un segnale forte al presidente del Consiglio, premiando molto al di là dei suoi meriti un'opposizione che finora si è fatta notare più per la sua litigiosità interna che per capacità di iniziativa.
In tali condizioni un colpo d'ala rappresenta l'unica soluzione per tentare di arrivare al tavolo del 2006 con buone carte da giocare, nella consapevolezza peraltro che nell'imperfezione estrema del sistema bipolare che ci siamo dati, qualunque iniziativa di movimento all'interno di un polo riverbera inevitabilmente i suoi riflessi sull'altro, come appare d'altronde evidente anche in questi giorni con la divaricazione tra Prodi e la Margherita. Lo spazio di manovra esiste dunque, ma per riconquistare fiducia non possiamo pensare di limitarci a operazioni di lifting, sia pur profondo. Se Forza Italia, An e Udc decidono di confluire in un nuovo soggetto devono farlo in tempi stretti, ma costruendo un partito che sia veramente nuovo in tutte le sue articolazioni. Un partito che si inserisca nell'alveo del Partito popolare europeo, dall'anima moderata e riformista, democraticamente fondato e organizzato sul territorio con una struttura che partendo dal basso, dalla periferia, giunga a individuare al termine di un percorso democratico i suoi quadri intermedi e la sua struttura di vertice. Un partito vero, che si dia un percorso più lungo rispetto alla parabola dei suoi leader - e uso il plurale volutamente - così come rispetto alla durata di una legislatura. Ma soprattutto un partito che valorizzando le proprie componenti interne, sappia sollevare più antenne verso il Paese e captarne le aspettative per poi tradurre in sintesi gli interessi particolari in provvedimenti che rispondano all'interesse generale. E allora occorre riempire di contenuti il contenitore, individuando ricette e interventi che offrano agli italiani un percorso per credere in un rilancio del nostro Paese. Una riscoperta della capacità di sognare dunque, ma nella prospettiva di obiettivi concretamente raggiungibili. È un sogno concreto il riequilibrio dei fondamentali dell'economia italiana, stravolti da un'economia sommersa che sfiora il 28% del Pil e che oggi non possiamo più tollerare. Sono un sogno concreto le liberalizzazioni nell'interesse dei consumatori, dopo le privatizzazioni incompiute degli anni scorsi che hanno comportato un trasferimento dei monopoli dal pubblico al privato con scarsi risultati sul piano del miglioramento dell'efficienza dei servizi e pessimi su quello della riduzione dei costi per i cittadini: negli ultimi dieci anni i privati che hanno acquisito banche, assicurazioni, telecomunicazioni, autostrade ed energia si sono sostituiti al monopolio pubblico con la pretesa di mantenere inalterate le posizioni dominanti delle rispettive aziende facendo pesare sulle tasche dei cittadini i loro costi tramite la leva delle tariffe. Su questi temi su cui nemmeno i governi di centrosinistra negli anni scorsi si sono distinti per capacità di iniziativa, anche il governo attuale è mancato, con un aggravio dei costi per i cittadini che si è inevitabilmente ritorto contro la coalizione di governo in termini di perdita di consenso.
Ora, sul piano dell'assetto politico, il dibattito avviato dall'onorevole Adornato nelle ultime settimane costituisce una proposta di soluzione intrigante per quanto riguarda il percorso da seguire. Anche se non mi appassiona affatto sul piano definitorio il messaggio trasmesso recentemente dai giornali di un centrodestra impegnato a costruire un partito unico. Ecco, quella del partito unico è una definizione che non mi soddisfa per nulla. Ma se si trattasse soltanto di una questione di nome non dedicherei molta attenzione al tema. Quello che mi interessa capire è se dietro il partito unico non si nasconda nelle intenzioni di qualcuno la volontà di giungere a un pensiero unico, all'ennesimo tentativo di semplificare la complessità politica italiana attraverso un inquadramento militaresco dei suoi protagonisti. È un errore che è già stato commesso nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, quando nella convinzione di ridurre il numero dei partiti si è passati dal proporzionale al maggioritario con il risultato che alle ultime consultazioni per la formazione del nuovo governo Berlusconi sono salite al Quirinale 28 delegazioni. Ecco, se il modello verso cui si intende procedere è quello proposto nei giorni scorsi dal presidente del Senato Pera, del bipartitismo all'americana, di cui un nascente partito repubblicano dovrebbe rappresentare la prima metà, sono convinto che ci ritroveremmo di fronte a un'ulteriore esplosione del numero dei partiti. Il caso Catania d'altro canto rappresenta un esempio quanto mai calzante in tal senso: maggiore è il tentativo di comprimere le diversità, di omologare le peculiarità, maggiori sono le reazioni di contrasto che si sviluppano dalla periferia. Ecco perché in un'iniziativa che intenda rappresentare una svolta positiva nel panorama politico nazionale non si può non tenere conto del sostanziale fallimento del sistema maggioritario e dei suoi effetti sul sistema politico italiano. Il maggioritario all'italiana infatti ha supportato l'affermarsi di oligarchie senza partiti.
Non si può non tenere conto dell'evidenza, di un bipolarismo bislacco che esalta gli estremi e tende all'esaltazione della logica di conquistare il 51% trasformando i programmi, quando ci sono, in una foglia di fico. L'esempio della contrattazione bifronte dei radicali alla vigilia delle elezioni regionali è ancora impresso nella memoria di tutti. Nè mi convince la proposta di Giuliano Urbani, che vorrebbe costruire il partito unico come un semplice comitato elettorale con l'esaltazione del leader e la sua personalizzazione; in pratica si tratterebbe di una riproposizione del modello Forza Italia inteso come movimento elettorale, non come un partito che ha idee salde e punta a un tragitto che va oltre le leadership temporanee. Quello a cui penso io è il modello tedesco, la creazione di un Ppe italiano, un partito che punti a un rapporto di alleanza con la Lega, cui potremmo affidare il ruolo di alter ego del partito bavarese, anche se la Lega non affonda le sue radici in una storia analoga a quella dell'esperienza bavarese, né fa della cultura di governo uno dei suoi punti caratterizzanti. Occorrerebbe insomma un vero e proprio mutamento genetico all'interno della Lega, da movimento di protesta a forza di governo, di cui ancora fatico a intravedere i prodromi. Solo costruito secondo questo assetto e con questa capacità di elaborare contenuti, il campo del centrodestra in Italia potrebbe tornare a giocare la propria partita nel 2006 con ambizioni di successo. Le novità da realizzare insomma sono molte e in questo quadro non può non rientrare anche la questione della leadership, su cui è meglio iniziare a confrontarsi da subito. Se, come ho spiegato in premessa, le elezioni degli ultimi anni sono state caratterizzate da una fortissima personalizzazione intorno alla figura dei leader è chiaro che per il nostro campo la questione della leadership di Berlusconi si pone. Sarebbe oltremodo imprudente sfidare l'elettorato ripresentandoci al prossimo appuntamento magari anche con un contenitore nuovo ma confezionato con lo stesso imballaggio del precedente. Sarebbe più saggio se Berlusconi si attrezzasse a guidare questo percorso di rinnovamento ponendo il centrodestra nelle condizioni di lanciare una leadership in grado di rimettere in moto il confronto politico. D'altro canto nel centrosinistra il terrore che il centrodestra possa avanzare una candidatura diversa da Berlusconi è palpabile: scompaginare quel castello di carte rappresenta una grande opportunità che non possiamo permetterci di trascurare. Togliere al centrosinistra il vantaggio attuale dell'antiberlusconismo che rappresenta il vero cemento di quello schieramento metterebbe definitivamente a nudo la superficialità dei programmi dell'opposizione.
Ecco perché l'operazione che stiamo tentando deve essere condotta con coraggio ma soprattutto con grande onestà da parte nostra. Solo affrontando tutte le questioni aperte, dando vita a un partito italiano, nazionale, non regionale, democratico, popolare, che nasce dal basso e si avvale dello scioglimento delle esperienze attuali che dichiarano di riconoscersi nello spazio europeo del Ppe, che affronta il nodo di una leadership a più punte tenendo distinta la guida del nuovo partito e della coalizione, potremo vincere. In ogni caso il progresso positivo per l'Italia sarebbe straordinario: daremmo finalmente al Paese una coalizione di centrodestra basata sul programma e sulla cultura di governo anziché sulla necessità di imbarcare soci per comporre il puzzle del 51%.