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Il nuovo partito degli Italiani

LIBERAL BIMESTRALE
di Silvio Berlusconi
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Gianfranco Fini ha chiuso il suo intervento con la domanda delle domande - «Di fronte a un progetto storico, pensate che 11 mesi siano un tempo sufficiente?» - e io inizio con la risposta delle risposte: «Per fare qualunque cosa si deve utilizzare il tempo che si ha a disposizione, quello che il destino ci assegna». Dato che il mio amico Giulio Tremonti, prima, ha voluto attribuirmi la definizione di un politico americano, secondo cui tutte le cose si devono dire in allegria, vi racconto un episodio della mia vita, che conferma questa regola scientifica. Avevo una zia che mi voleva moltissimo bene - dal brusio intendo che i giornalisti conoscono già l'episodio, ma lo racconto ugualmente per chi non lo conosce - e che, ogni volta che andava a Lourdes, mi inviava la più bella cartolina con le più belle frasi d'affetto. Ora, per spedirmi questa cartolina, usciva la mattina, passava per tutte le cartolerie e le edicole, sceglieva tutte le nuove cartoline più belle, e passava così la mattinata. Tornava a casa, si riposava, quindi si alzava, scriveva in bella calligrafia gli auguri più affettuosi, riuniva le sue amiche perché partecipassero alla scelta della cartolina migliore e poi, per farmela arrivare prima, si recava alla stazione e la imbucava, pensando che la vicinanza con il treno avrebbe ridotto i tempi della spedizione. Insomma, mia zia impiegava una giornata per mandarmi una cartolina. Da parte mia, quando ricevevo la cartolina chiedevo alla mia segretaria di acquistare dodici cartoline. Dopo aver indicato su di esse dodici date diverse, una per mese, scrivevo dodici frasi diverse, le riconsegnavo alla segretaria e mia zia aveva il piacere di ricevere dodici mie cartoline, una al mese. Mia zia impiegava una giornata per spedirne una, io dieci minuti per spedirne dodici. Per fare la stessa cosa, insomma, o anche una più grande, si impiega il tempo che si ha a disposizione. Apprezzo il contributo di Gianfranco Fini e lo tengo in serissima considerazione. È evidente che questo non è un percorso facile, ma è un percorso che deve fare i conti con la realtà di partiti radicati, che hanno, come Fini ha ricordato, delle nomenclature che tenderanno a conservare i loro posti e i loro privilegi. Dovremo superare, quindi, serie difficoltà.
Qual è il motivo principale per cui mi sono permesso di avanzare questo difficile progetto? È l'esperienza di questi nostri anni di governo. Un'esperienza che mi porta a essere certo che i nostri elettori, che ci hanno penalizzato nelle ultime elezioni regionali, l'hanno fatto soprattutto perché non abbiamo loro dimostrato di essere veramente una squadra compatta, che sa stare insieme. Abbiamo iniziato dei percorsi, chiamati prima verifica, poi diversamente. Ci sono stati tanti progetti che si sono persi per strada. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni di uno oggi, dell'altro domani, le risposte, i diverbi, sempre amplificati dalla stampa. I cittadini non hanno visto in noi quella squadra che avrebbero voluto vedere e che avevano in mente, avendo votato un partito della Casa delle libertà. Hanno visto, invece, una squadra che troppo spesso non ha saputo trovare l'unità necessaria per portare a termine dei progetti e per vincere. Questa squadra, nel suo operare, molto spesso si è trattenuta dal prendere decisioni importanti perché un partito della coalizione non era d'accordo. Come ho già ricordato, all'interno della coalizione non esiste la regola della democrazia, per cui le decisioni si assumono attraverso un voto e la minoranza si adegua alle decisioni della maggioranza. Ebbene, non essendoci questa regola, che è fondamentale, abbiamo dovuto rinunciare alcune volte a progetti importanti - ne potrei citare tanti -, che erano nelle aspettative dei nostri elettori. Da questa esperienza di quattro anni è venuta fuori quella che per me è un'esigenza importante, ossia cercare di riportare i moderati sotto il tetto di una casa comune, che si presenti perciò nuova agli elettori. Quello che si vuole dire, presentandosi sotto un unico tetto, è che abbiamo capito che così non si poteva andare avanti, dunque seppelliamo le divergenze del passato. Vogliamo dire che oggi siamo una squadra unica, compatta, e faremo ciò che gli elettori si aspettano da noi. I cittadini potranno, così, essere certi che questa nuova formazione saprà governare l'Italia al meglio. Credo che questo sia ciò che i nostri elettori si attendono da noi. Se ci presenteremo ancora con i nostri partiti frazionati, con i leader che litigano fra loro o duellano scambiandosi delle battute, non penso che potremo puntare a un consenso importante, quello che, secondo i miei desideri e la mia visione, potrebbe arrivare a essere ben superiore al 40%. Qualche volta ho detto agli elettori che non potevano pretendere che noi arrivassimo a fare tutto, dal momento che non ero riuscito a convincere gli elettori a dare al mio partito il 51% dei consensi. Certo, quella era una battuta paradossale, ma nel paradosso c'è sempre un po' di verità. E la verità, in questo caso, è che se noi sapremo unirci e rappresentarci come una forza veramente compatta, potremo pretendere dai nostri elettori, quelli del 2001, ma anche da un numero più cospicuo, di schierarsi contro la frammentazione e le divisioni continue della sinistra, che ancora non è riuscita a esprimersi attraverso un programma unico. Da questa parte c'è un blocco compatto che si presenta agli elettori con un programma. Dopo aver capito che dobbiamo superare le divisioni, noi, ci ripresentiamo uniti, al contrario della sinistra. Come può un elettore pensare che quella sinistra, divisa e rissosa dove alcuni ancora pensano che l'ideologia comunista sia il futuro ideale per l'uomo, possa governare il Paese meglio di quanto non riusciremo a fare noi?
Questo, a mio parere, è il punto fondamentale. Dopodiché è assolutamente corretto avere delle preoccupazioni e dire che, in politica, la somma di più partiti garantisce risultati migliori. Ma accadeva sempre nella vecchia logica della vecchia partitocrazia! Non si può prendere l'esempio di Catania. A Catania, pur nell'apparente contraddizione di presentarsi con 14 liste, siamo andati uniti. Ci sono state manifestazioni nelle quali tutti hanno potuto avvertire che c'era un afflato straordinario tra tutti i candidati. A Catania, dunque, siamo andati uniti, nel nome della Casa delle libertà, contro la sinistra. Più ancora che sui nomi dei sindaci, c'è stata la volontà, che ho sentito in un rapporto diretto con le persone, di andare a votare uniti. Il sistema delle amministrative è assolutamente diverso; in quel caso, è importante che ci sia il numero maggiore possibile di candidati, come è accaduto, purtroppo, nelle elezioni regionali. Sapete bene, a proposito di elezioni regionali, che abbiamo fatto il grande errore di non politicizzarle, ossia di non scendere in campo e di non dire ai cittadini che non era così indifferente che la loro Regione fosse guidata da un governo di destra o di sinistra, in quanto le elezioni regionali sono prodromiche alla scelta delle elezioni nazionali su chi governerà il Paese. Un grande errore, soprattutto mio. Ritenevo che, per un fatto anche di morale e di estetica, il presidente del Consiglio, che opera sentendosi il presidente di tutti gli italiani, non potesse scendere in campo e rappresentarsi come uomo di una sola parte politica. Un errore che non farò più. Credo che sia assolutamente chiaro che, nelle elezioni amministrative, in ogni provincia, corrono centinaia di candidati. Per le elezioni comunali di Catania ne ho incontrati circa ottocento, solo delle nostre liste. Ottocento persone che cercavano, attraverso una promozione porta a porta, di contattare tutti gli elettori. Nelle elezioni politiche, il sistema attuale, sul quale dovremo intervenire per perfezionarlo, presenta due blocchi con due candidati. Quindi sono solo due i candidati che si confrontano. Questo partito, questo soggetto unico, dunque, i nostri elettori lo hanno già realizzato. Hanno già dato vita a un'unicità di intenti, votando in ogni singolo collegio il candidato delle forze della coalizione.
Ebbene, ritengo che in questa diversa forma delle candidature politiche possa individuarsi la risposta al dubbio che è stato giustamente rappresentato da Gianfranco Fini. Si è fatto riferimento agli altri Paesi europei. Noi non saremo soltanto due partiti, intanto perché la sinistra si presenterà divisa e perché, in secondo luogo, partiti come la Lega e altri costituiranno una federazione con l'eventuale nostro soggetto unico. Non siamo così ottimisti da pensare che immediatamente si possa arrivare a una forma di bipartitismo. Ricordo che negli Stati Uniti il padre di Bush perse la seconda volta perché intervenne Ross Perot con un terzo partito, che gli portò via il 5-6%, decretando praticamente la vittoria di Clinton e la sconfitta di Bush padre. Credo che tutti questi aspetti facciano parte dei problemi che dobbiamo affrontare nel concreto, con un lavoro serio, approfondito, a tavolino. Ritengo, però, che tutte queste obiezioni, che hanno un fondamento assoluto nella realtà, debbano essere confrontate con quello che è il grande progetto di cambiamento della nostra storia politica e del nostro futuro. Bisogna che, in questo caso, l'ottimismo prevalga sul pessimismo. Credo che il tempo sia sufficiente. Ricordo che nel 1993 abbiamo dato vita alla formazione del Polo della libertà, del Polo del Buon Governo, praticamente in tre mesi. Adesso abbiamo undici mesi di fronte a noi, ci conosciamo bene e, come giustamente ha detto Gianfranco Fini, di ciascuno conosciamo le capacità e i limiti. Credo che tutto questo possa accorciare i tempi e credo, altresì, che dobbiamo provarci. Sono d'accordo sull'idea di prenderci il tempo da qui all'estate per l'approfondimento di questo progetto. Il 15 settembre, però, i nostri dovranno essere in grado di partire con la campagna elettorale. La risposta - sì o no - deve giungere entro l'estate. Una formula per arrivare a superare le difficoltà locali è quella, che io ho già adottato per quanto riguarda la mia formazione politica, Forza Italia, di confermare tutti i candidati precedenti. Le forze nuove le immetteremo, ma nei collegi dove ci saranno le rinunce da parte di nostri candidati - e sono numerose, anche per ragioni di età - e negli altri collegi dove abbiamo perso, ma dove potremo vincere, con una campagna elettorale che parta il 15 settembre e che sia sostenuta da tutti con un grande sforzo organizzativo comune.
Personalmente distinguo due piani, nella realizzazione dei grandi progetti: il primo piano è quello dell'idea, della visione, della missione, il secondo piano è quello concreto della realizzazione, che va anche nei dettagli. Oggi abbiamo iniziato a parlare del primo piano, ed era questa la relazione per la quale ho rivolto i miei complimenti, calorosissimi, a Ferdinando Adornato. Credo che oggi dovremmo già dirci contenti, in quanto c'è stata una partecipazione numerosa di tutti i protagonisti più importanti della Casa delle libertà. Ringrazio tutti e assicuro che leggerò con attenzione gli interventi che non ho potuto ascoltare. Vorrei che fossimo soddisfatti della circostanza che abbiamo dato avvio a una discussione vivificante, secondo me necessaria dopo l'esperienza di questi quattro anni di governo, dopo quello che è successo e dopo aver verificato cosa c'è di negativo nell'attuale forma della coalizione.
Bene, fatte queste considerazioni iniziali, vorrei ora leggervi il discorso scritto che ho preparato.
*****
Vorrei iniziare col dire che siamo qui a riflettere sul nostro avvenire, per cominciare a scrivere un'altra pagina importante della storia del nostro Paese; non siamo qui a discutere di un'utopia, ma di un obiettivo concreto e alla nostra portata. I nostri ragionamenti non iniziano ora: abbiamo almeno due anni di lavoro alle spalle, fatti di discussioni, di analisi e di approfondimenti, ma è venuto il momento di agire, anche in considerazione del fatto che in queste settimane siamo chiamati a prendere una serie di decisioni in vista delle prossime elezioni politiche. In questo senso, c'è la risposta a quello che diceva Gianfranco Fini: questa iniziativa si attua, innanzitutto, per vincere le prossime elezioni politiche. Questo è il risultato immediato che vogliamo conseguire. Una cosa deve essere perfettamente chiara a tutti noi: non stiamo discutendo di assetti organizzativi o di tattiche elettorali, stiamo discutendo di qualcosa di più grande e di più importante. Con la nostra proposta guardiamo al decennio che abbiamo alle spalle e, nello stesso tempo, al futuro della nostra alleanza. Per questo non possiamo delimitare e chiudere questo dibattito nei confini delle classi dirigenti dei nostri partiti; per questo dobbiamo dare il via a un grande processo che deve partire dal basso, dai nostri militanti, dai nostri elettori, dall'universo delle associazioni, dei circoli, delle fondazioni, che a ogni livello esprimono fiducia nei confronti della nostra parte politica. Quello che dobbiamo realizzare non è un accordo di vertice tra il leader del partito, anche quello indubbiamente è necessario, ma un nuovo processo di aggregazione che dia luogo a una rinnovata e più forte partecipazione. Non siamo qui semplicemente per discutere di un nuovo contenitore, ma per dare vita a un processo che, insieme alla nostra rafforzata condivisione di valori, di identità, di convinzioni, coinvolga anche chi, pur condividendo questi valori e queste convinzioni, non si ritrova ancora con noi nella battaglia politica: credo che questa sia una speranza fondata.
L'incontro di oggi non è un laboratorio, né qualcuno di noi pensa di doverne aprire uno. È vero, come è stato giustamente ricordato, che un partito non può nascere in provetta. Quando dieci anni fa fondammo Forza Italia le polemiche, lo ricordo benissimo, furono feroci. Come ricorderete, ci chiamarono partito-azienda, partito di plastica, il nulla: queste le definizioni meno aspre. Secondo tanti Soloni della politica si trattava di un esperimento in provetta, destinato a fallire, di una trovata che non avrebbe avuto seguito, di qualcosa che non sarebbe durato che lo spazio d'un mattino. Da allora a oggi, pur nelle alterne vicende di questo decennio, Forza Italia è stata ed è ancora, il partito di maggioranza relativa di questo Paese, un partito che ha il consenso di molti milioni di elettori, che ha una classe dirigente di tutto rispetto e che ha riunito alcune tra le più nobili e radicate tradizioni politiche e culturali della storia d'Italia. È un partito che ha saputo riunire in un'alleanza tra pari, che dura da un decennio, molte forze politiche. È un partito che ha saputo coalizzare e tenere insieme tutte le forze moderate, riformatrici e moderne, espresse dalla società italiana. Questa alleanza ha costruito qualcosa che prima non c'era, rendendo possibile in Italia il bipolarismo, la democrazia dell'alternanza. È la nostra alleanza ad avere riportato la sovranità nelle mani del popolo, rompendo definitivamente lo schema per il quale prima si prendevano i voti e poi si diceva con chi e per cosa si governava. Il nostro, diciamocelo, è stato un vero capolavoro politico: insieme abbiamo riproposto, in una forma del tutto nuova, quell'interclassismo e quel pluralismo culturale che hanno caratterizzato la migliore storia di governo d'Italia. Abbiamo dato identità politica a un blocco sociale che rischiava di essere disperso e abbiamo unito gli interessi, gli ideali, la volontà di cambiamento di oltre metà degli italiani, con una proposta di governo rivoluzionaria. Se avessimo potuto realizzarla per tempo, avrebbe evitato, forse, tante delle difficoltà con cui oggi dobbiamo fare i conti. È proprio così: se avessimo avuto l'opportunità di realizzare con quasi dieci anni di anticipo le riforme strutturali che abbiamo realizzato oggi, probabilmente ora ne raccoglieremo i frutti positivi e la situazione economica del Paese sarebbe migliore, così come sono certo che fra qualche anno il Paese godrà dei risultati del lavoro riformatore che noi, in questa legislatura, siamo riusciti a compiere, nonostante contrasti, incomprensioni e, naturalmente, nonostante un'opposizione niente affatto propositiva.
Al nostro successo del 1994, lo ricorderete bene, è seguita una fase in cui ci siamo divisi: abbiamo perso prima il governo, poi le elezioni del 1996, che avremmo vinto nettamente, se fossimo stati uniti. Dopo abbiamo iniziato un percorso che, fra molte incertezze e difficoltà, ci ha riportato verso l'unità. Ricordo ancora con grande soddisfazione il giorno del 1999 in cui annunciammo un patto di consultazione parlamentare tra il Polo della libertà e la Lega Nord. Era il primo passo che diede inizio a un dialogo importante tra forze che, per qualche anno, si erano anche combattute. Era il primo segnale della reciproca consapevolezza che se fossimo rimasti divisi, saremmo stati condannati per sempre all'opposizione. Fu una scelta lungimirante, che ci permise, nel 2000, di costruire un nuovo soggetto: la Casa delle libertà. Anche allora, da quel patto di consultazione parlamentare alle elezioni regionali, non trascorse molto tempo. Realizzammo in pochi mesi le condizioni per la nostra unità e per la conseguente vittoria. È nella nostra storia decennale, che non è di laboratorio, ma è una storia di concreta lotta politica, che troviamo i motivi che ci spingono oggi a un nuovo - certo difficile, ma secondo me necessario - salto di qualità, ad aprire una nuova fase nella storia della nostra alleanza. Non voglio soffermarmi su tutti i temi toccati dalla discussione di questi due giorni che convergono verso un possibile comune manifesto dei valori, che è stato efficacemente proposto dalla lucida e articolata relazione di Ferdinando. Voglio però, fra i tanti temi, soffermarmi sull'Occidente, sulla riforma costituzionale, sul liberalismo economico. Il nostro governo e la nostra coalizione hanno compiuto, in questi anni, una scelta netta di difesa e di promozione dei valori dell'Occidente. A differenza dei nostri oppositori, e anche di qualche governo europeo, noi abbiamo compreso fino in fondo il significato dell'11 settembre 2001. Non siamo stati tra coloro che hanno detto che «tutto è cambiato», «siamo americani», per poi contraddire queste parole e tornare alle vecchie, demagogiche tesi - vetero o tardocomuniste, non importa - sul ruolo degli Stati Uniti, dell'Europa, dell'Occidente. Per noi Europa e Stati Uniti sono legati dallo stesso destino, per noi l'Occidente è uno solo. Noi siamo fra quelli che hanno provato una grande gioia il giorno in cui otto milioni di iracheni si sono recati alle urne, per le loro prime libere elezioni, dopo una dittatura sanguinaria quasi quarantennale. A differenza di altri, però, che solo quel giorno hanno capito che quegli 8 milioni di nuovi cittadini erano la vera resistenza irachena, noi abbiamo contribuito attivamente all'avvento di quella primavera di libertà, anche pagando l'altissimo sacrificio dei nostri soldati. A differenza di altri, che solo oggi scoprono la necessità di espandere l'area della libertà nel mondo, ma fino a ieri hanno sostenuto l'esatto contrario nelle piazze e anche in Parlamento, noi abbiamo sempre schierato l'Italia a difesa della libertà e della democrazia. Su questo punto, che rappresenta una scelta di campo fondamentale, il governo, la maggioranza, la Casa delle libertà sono sempre stati uniti con una condivisione e una convinzione assoluta: mai, nemmeno per un minuto, in Parlamento, nel Paese, abbiamo avuto, non dico un dissenso, ma nemmeno un distinguo. E vi pare cosa da poco, questa, vista l'importanza epocale delle questioni che sono in gioco? La sinistra, se si fa questa domanda, risponde con voci assolutamente discordi. Noi, invece, siamo già un partito unico, mentre i nuovi oppositori, lo ripeto perché è importante, non saranno mai neanche un'alleanza.
Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi è quello delle riforme costituzionali, della riforma dello Stato. Sono più di trent'anni che l'Italia avverte la necessità di una riforma della seconda parte della sua Costituzione. Poi, quando qualcuno, sulla base di un mandato popolare, la realizza, si grida al golpe, al tradimento della Costituzione. Credo che su questa riforma sia necessario sottolineare due aspetti: innanzitutto, essa pone rimedio al caos istituzionale che hanno provocato le modifiche del Titolo V, apportate dalla sinistra - lo ricorderete - all'ultimo minuto della scorsa legislatura. Non occorrono eminenti giuristi per affermare che, quella della sinistra, è stata una modifica che ha messo in discussione l'unità del Paese: basta considerare la mole dei ricorsi che sono arrivati alla Corte costituzionale per i conflitti fra Stato e Regioni. La Casa delle libertà, dopo trent'anni di riformismo fallito, è stata la prima maggioranza politica a trovare al suo interno l'equilibrio e la forza per approvare questa grande riforma. Anche in questo ambito, vi sembra poco questo grado di unità già raggiunto, per poter pensare a costruire un solo grande partito del centrodestra? C'è poi l'ultimo tema, il liberalismo economico, l'economia sociale di mercato. Anche su questa grande scelta di fondo non ci sono significative divergenze tra noi, sui principi e sui valori del nostro operare e non c'è fra noi la radicale divisione di prospettive che c'è nella sinistra. Al contrario, c'è una forte sintonia con una piena condivisione dei valori e dei programmi. L'economia sociale di mercato costituisce l'orizzonte comune entro il quale tutti i nostri partiti si riconoscono, perché si tratta dell'unica ricetta che abbia saputo conseguire insieme benessere e solidarietà. Il primo motore della società sta nella libertà dell'individuo, la libertà di far valere il proprio talento, di rischiare di intraprendere sul mercato, senza vincoli burocratici, la libertà di poter godere delle più ampie opportunità di vita. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti deboli, che diverse ideologie hanno voluto antagonisti, partecipano di un unico universo culturale: quello di una società che tende a estendere, a tutti livelli, la libera scelta dell'individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della povertà. Il nostro problema, oggi, è semmai quello di impedire che la crisi di stagnazione, che investe l'Italia come l'Europa, possa dividere fra loro gli interessi di ceti e categorie sociali che invece devono vivere in armonia. Mi riferisco, soprattutto, a quei ceti e a quelle categorie che, come ho già ricordato, dal Nord al Sud hanno composto il nuovo blocco sociale che ha appoggiato la nostra spinta riformatrice. Paura del futuro, precarietà, incertezza: sono queste le ansie che dobbiamo fugare per tornare a dar forza, in Italia, al vento del rinnovamento. Il nostro Paese è, oggi, di fronte a un bivio assai delicato, perché la paura può bloccare il rinnovamento, ma senza il rinnovamento non si può superare la paura: noi restiamo, perciò, l'unica opportunità, l'unica chance a disposizione dell'Italia e di tutti gli italiani per poter tornare a guardare con serenità al proprio futuro. Rilancio dell'Occidente, riforma dello Stato, economia sociale di mercato sono, dunque, tre pilastri su cui siamo già profondamente uniti. Non sono forse questi i principali pilastri per costruire una forza politica? Non costituiscono, questi, i tre temi di fondo su cui ci si unisce o ci si divide nelle società occidentali contemporanee? Proviamo a rispondere a questa domanda: se fossimo in Spagna, in Germania, in Inghilterra, non saremmo già parte della stessa forza politica? Io credo di sì, ed è per questo che ritengo che la prospettiva di un nuovo partito, che porti a sintesi le nostre attuali appartenenze, sia una prospettiva matura e utile. Sarebbe sbagliato non procedere ora che l'utilità, e anzi, a mio avviso, la necessità di questa scelta, vengono indicate anche dagli stessi elettori, che hanno voluto penalizzare le nostre incertezze, le nostre litigiosità e le nostre divisioni.
Noi abbiamo ricevuto un segnale preciso dagli elettori. Con il loro voto - o con il loro non voto - alle regionali, ci hanno fatto comprendere che non possiamo andare avanti così. Certo, abbiamo anche attenuanti serie, ed è giusto che noi rappresentiamo al Paese i vincoli entro i quali siamo costretti a operare, primo fra tutti, naturalmente, la difficile congiuntura economica, ma invocare le attenuanti non vuol dire essere ciechi e sordi di fronte ai segnali che gli elettori ci mandano. Se conveniamo sul fatto che parte dei nostri problemi vengono dalle nostre divisioni, dobbiamo prendere atto che le regole del nostro stare insieme non hanno funzionato adeguatamente. Chi, come noi, è unito da una visione comune della politica estera, della politica economica, delle istituzioni e dello Stato, può e deve trovare il coraggio di stare insieme sotto il tetto di una nuova casa comune. Tutti i nostri partiti, a mio avviso, trarrebbero nuovo slancio nell'intraprendere insieme questo nuovo percorso. Per Forza Italia si tratta di uno sbocco naturale. Essa già nasce come movimento che realizza la sintesi fra tradizioni politiche e culturali diverse, fra percorsi umani prima separati. L'identità di Forza Italia è il frutto di una sintesi fra il popolarismo, il riformismo e il liberalismo. Forza Italia, proprio per la sua natura, non sente come un trauma l'evolvere verso un nuovo approdo, perché in politica o si va avanti o si recede. E noi vogliamo andare avanti. Per quanto riguarda gli altri partiti, non intendo certo interferire nel loro dibattito interno. Consentitemi, però, soltanto una riflessione che considero comune: Alleanza Nazionale ha compiuto, da Fiuggi a Verona, un importante e significativo cammino, che ha portato alla nascita di un partito nuovo: da una destra minoritaria di opposizione è nata una destra moderna, di governo, riformatrice, che guarda al futuro, tanto che oggi il leader di quel partito è il ministro degli Esteri della Repubblica italiana, un ministro degli Esteri credibile e universalmente apprezzato. Sono convinto che anche per Alleanza Nazionale la prospettiva di essere fra i fondatori del nuovo partito dei moderati italiani possa rappresentare il compimento di questo percorso di dieci anni, un passaggio per molti versi analogo a quello compiuto in Spagna dal partito di Aznar, e dunque un passaggio capace di imprimere una svolta alla storia futura dell'Italia.
Quanto all'Udc, la nostra comune appartenenza al Partito popolare europeo, sarebbe già di per sé sufficiente a spingerci verso una compiuta unità. Ricordo, peraltro, che nel 1994 gli attuali leader furono eletti nelle liste di Forza Italia. Ma non solo. Va dato atto agli amici dell'Udc che in anni più difficili hanno saputo opporsi alla deriva che ha portato altri, che come loro avevano fatto parte della Democrazia cristiana, prima a non scegliere fra i nascenti poli, e poi ad accasarsi a sinistra. La loro scelta, invece, è stata limpida e mai, nel tempo, messa in discussione. Anche Ccd e Cdu (oggi Udc), hanno dovuto fare la loro traversata nel deserto, ma l'hanno fatta con rigore e con passione. Per questo io credo che possa essere davvero esaltante, per chi ha vissuto la grande storia della Dc, dare vita a un grande partito popolare ed europeo, che possa tornare a superare il 40%, frutto del nuovo incontro fra laici e cattolici che la Casa delle libertà ha reso possibile. Tutti sanno ciò che penso della alleanza politica con la Lega. Essa rappresenta una delle forze innovative della politica italiana e, inoltre, alla Lega va riconosciuto il merito di aver posto il tema del federalismo, come tema di nuova libertà. Alcuni obiettano, non senza qualche ragione, che la natura di un partito macroregionale mal si concili con i progetti di un grande partito nazionale. Ecco perché vanno studiate e messe a punto intese politiche e organizzative che esaltino l'unità che c'è stata, c'è e - sono sicuro - continuerà a esserci con la Lega su tutti i temi cruciali. Poi ci sono le altre formazioni politiche che conosciamo: il Nuovo partito socialista, il Partito repubblicano, Radicali e altri. Io spero che possano costruire un rapporto positivo con questo progetto, anche perché non credo che possano avere, nel caso questo progetto nasca, altre alternative. Dunque, ci sono, a mio avviso, tutte le premesse per dare il via a questo disegno: ci sono valori condivisi, ci sono obiettivi politici condivisi, ci sono opportunità condivise. La nostra sfida non è dare vita a un'addizione di forze, ma piuttosto creare lo strumento per un loro irrobustimento, perché il nuovo soggetto cui vogliamo dare vita non deve essere solo l'erede della nostra decennale storia comune, ma deve essere il protagonista dei prossimi decenni della storia politica italiana.
Andando anche oltre queste valutazioni generali, mi piace l'idea di una road map, una volta verificato l'accordo fra di noi. Dopo una fase di discussione ancora più approfondita potremo dar vita, come ha proposto anche Fini, a un comitato con il compito di elaborare un manifesto dei valori definitivo, e una prima bozza di Statuto, due documenti sui quali promuovere quel grande dibattito in tutto il Paese che possa portare alla nascita del nuovo soggetto. Sarà il definitivo compimento della nostra transizione politica, dal Polo della libertà, dal Polo del Buon governo alla Casa delle libertà, al partito della libertà, o come insieme decideremo di chiamarlo. Un nuovo partito italiano di governo, liberale, popolare, nazionale, riformista, con nuovi movimenti e associazioni che già esistono o che stanno nascendo, al Sud come al Nord, disposti a condividerne il programma. Un partito popolare nazionale in grado di collocarsi - questo è il mio pensiero, oltre che la mia speranza - ben oltre il 40% dei consensi e di essere la casa di tutti i moderati e di tutti i riformatori. Pensiamo che nelle elezioni del 2001 Forza Italia ebbe il 29,8%, Alleanza Nazionale il 14%, l'Udc quasi il 4%. I tre partiti potrebbero aspirare, presentandosi insieme, uniti, compatti e innovativi, con un forte programma e con un carico di sogni (che ciò che abbiamo realizzato in questa legislatura ci legittimerà a presentare agli italiani come qualcosa che manterremo) ad andare, da soli, oltre la maggioranza.
Un partito, dunque, popolare e nazionale, in grado di essere la casa di tutti i moderati e di tutti i riformatori. È stata sollevata la domanda relativa a quale modello ispirarsi. Qualcuno ha parlato di sezione italiana del Partito popolare europeo, che nella sua versione vera è il Partito dei popoli europei, definizione ancora più bella. Qualcun altro ha fatto riferimento al Partito repubblicano degli Stati Uniti, qualcun altro ancora a quello che è accaduto e sta accadendo in Francia. Credo che sia innanzitutto indispensabile, invece, prendere a modello noi stessi, la nostra storia, le idee, i valori che insieme abbiamo elaborato e affermato in Italia. Questa, infatti, è la garanzia che non seguiremo modelli astratti, che costruiremo un nuovo partito italiano, un nuovo partito degli italiani. Un partito della libertà, un'alleanza della libertà o, fondendo Alleanza Nazionale e Forza Italia, un'Alleanza per l'Italia, che sia in primo luogo modellata sui desideri, le aspettative, i bisogni e gli interessi degli italiani. È del tutto evidente, poi, che nascendo in Europa questo partito non potrà che fare riferimento al Partito popolare europeo, la grande famiglia europea della libertà e della democrazia. Le regole di questo partito le scriveremo naturalmente tutti insieme, comprese ovviamente le regole per la formazione delle leadership. Possiamo riuscire in questo progetto? Io credo di sì. Se ci riusciremo, avremo ancora una volta guidato l'Italia verso un'ulteriore e importante tappa della sua modernizzazione politica. So che non è mai facile decidere di condividere con altri abitudini e appartenenze consolidate, ma so anche che tutti i nostri partiti si sono uniti dieci anni fa per cambiare l'Italia. Il mio invito, dunque, è come sempre quello di non far prevalere paure, egoismi, particolarismi. Crediamoci insieme, lavoriamoci insieme, impegniamoci insieme, guardiamo insieme avanti verso il nostro futuro, con generosità e con coraggio. Ci riusciremo, per il bene del nostro Paese, per il bene dell'Italia.
 

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