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L’enigma De Staël svelato da chastel

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

«Non s'illumina senza bruciare». Potrebbe essere questa l'immagine-motto d'un apprezzabile volume, che esce per i tipi d'una neonata casa editrice torinese, dal nome un po' allarmante: Ananke. Non è un libro tradotto dal francese, ma è un volume pensato dal curatore della collana, Marco Vozza, che ha fuso insieme alcuni saggi del critico francese André Chastel, dedicati a quella meteora d'artista - baciato da un talento bruciante e da una pittura «folgorante» (l'aggettivo è di Cioran) - che fu Nicolas De Staël (1914-1955). Si parte dall'ancora commosso necrologio, sulle pagine di Le Monde, a pochi giorni dalla drammatica scomparsa dell'artista, sino alle ultime pagine, quando Chastel (critico militante, curatore di mostre, studioso d'arte italiana, del sacco di Roma e di Leonardo, autore di volumi curiosi, dedicati per esempio alla «mosca» nella pittura, alle grottesce o al «gesto» nell'arte) torna sui luoghi aspri della «reclusione» volontaria di questo «grande insonne», in particolare il duro castello di Ménerbes, per tentare di decifrare l'enigma d'un grandissimo visionario che diceva di sé: «So quello che è il mio modo di dipingere, sotto le sue apparenze, la sua violenza, i suoi continui giochi di forza; è qualcosa di fragile, nel senso buono, del sublime. È fragile come l'amore». Nelle prime ore della morte, Chastel crede ancora alla versione tenue della sua dipartita, «forse un incidente». Poi, con quel biglietto terribile, lasciato accanto a un capolavoro indiscutibile (ma allora poco capito) come le Concert - «Non ho più la forza di finire i miei quadri. Grazie di tutto» - l'ipotesi del suicidio si fa certezza. E allora bisogna spiegare come questo prince foudroyé, con le sue risate fragorose e l'innocenza bambina (di bambino aristocratico, fuggito dalla Rivoluzione bolscevica, rimasto orfano e addottato in Belgio), l'entusiasmo appunto bruciante e una tensione che lo conduce a «non dormire più», entri appunto in contatto distruttivo con la Morte, che pure nutre così bene le sue tele dai colori spatolati e decisi, vivi. Un duello all'ultimo fuoco.
Ma lo spiega Staël stesso, nelle superbe lettere (tradotte in Italia con il titolo Cieli immensi): «Perché Veronese, Velazquez, Franz Hals usavano più di 27 neri e altrettanti bianchi?», scrive all'amata madre adottiva durante una visita al Prado. «Perché Van Gogh si è suicidato, Delacroix è morto furioso contro se stesso e Hals era ubbriaco di disperazione, perché?». Ubbriaco di disperazione e felicità, di certezze e di dubbi, era anche De Staël, capace di lavorare ciecamente alle sue tele, e credere caparbiamente alla sua grandezza, ma pronto subito a disfare tutto in una temibile risata nichilista. Tout disparaîtra, come gli ha insegnato Cézanne. Ma proprio per questo bisogna dipingere e dipingere proprio quello: l'insonnia fuggente del dipintissimo nulla. «So che la mia solitudine è disumana. Non vedo come uscirne, ma vedo come progredire seriamente». Se Marco Vozza propone una lettura estetico-filosofica di questa lancinante parabola (l'amicizia con il poeta Ponge, Boulez e le marteau san maître, i rapporti con la fenomenologia francese e le idee di Heidegger), Sara Guindani propone una bella introduzione biografica a questo volume.
André Chastel, Nicolas De Staël. La vertigine del visibile, Ananke, 93 pagine, 12.00 euro
 

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