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Madri, non cavie da laboratorio

LIBERAL BIMESTRALE
di Annamaria Guadagni
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Madri selvagge ha il merito di sollevare il velo sulla cortina del dubbio nascosto nei nostri pensieri. Il dubbio che il figlio perseguito con accanimento, e con l'aiuto delle biotecnologie, stia veramente dentro l'orizzonte della maternità scelta in modo libero e consapevole. E non, piuttosto, nell'onnipotenza prospettiva dell'artificio biotech. Il metabolismo psicologico della nascita scaturita in provetta è ancora un mistero. Poco, pochissimo sappiamo dell'intreccio tra biologia e vita umana in senso pieno: il romanzo familiare, il vissuto inconscio dell'origine biotech, è un racconto con il quale potremo fare i conti solo tra qualche tempo. Quando quel vissuto affiorerà alla coscienza dei figli della provetta. Per ora, quello che sappiamo, è che la strada della procreazione assistita è irta di difficoltà (e di pericoli) per le donne che intraprendono quel percorso e che la sterilità, nei Paesi ricchi, cresce in modo esponenziale: in parte per ragioni dovute alla soglia anagrafica sempre più alta del momento generativo; in parte per ragioni ambientali; in parte - viene da dire - per un'oscura ribellione della natura all'evoluzione dei modelli di vita. Sempre più lontano dal suo substrato animale, l'essere umano è un po' come quelle specie in cattività che perdono la capacità riproduttiva. Da questo punto di vista, «madri selvagge» è un titolo di grande, evocativa efficacia.
Nelle femministe che hanno rifiutato la maternità come destino, come quintessenza della femminilità, c'è una coerenza nel dire - come fanno le autrici di questo libro - che se la riproduzione non è un dovere e non può essere coatta, non va neppure perseguita a oltranza come se una mancata gravidanza fosse una lacerazione irrimediabile dell'identità femminile. È saggio accettare i limiti posti dal corpo, se il corpo non ci sta, cercando altre vie di affermazione e di espressione del materno. Strade relazionali come l'adozione, suggeriscono le autrici, piuttosto che soluzioni bio-tecnologiche. E tuttavia, se queste considerazioni non cozzassero violentemente con la difficoltà di soluzioni adeguate - l'adozione è ancora difficile e non per tutti possibile - e con l'oscurità di una domanda intima non facilmente elaborabile, non saremmo qui a parlarne. Sono le donne che non hanno potuto avere figli che dovrebbero illuminare questo cono d'ombra, e non le «madri selvagge» che li hanno felicemente partoriti.
Se riconosciamo che in una gravidanza indesiderata c'è un conflitto tra quella parte di sé che ha reso possibile il concepimento e quella parte che invece non può accettarlo; se insomma l'aborto è il doloroso esito dello scontro di forze diverse, che ha come possibile arbitro solo la coscienza femminile, e cioè di chi dovrà generare e crescere una vita nuova; se accettiamo tutto questo, allora non possiamo non riconoscere che nella gravidanza irrealizzata, nel desiderio della maternità biologica, agisce un simile ambiguo scontro di forze. In altre parole, se si può legittimamente ricorrere a una pratica medica per interrompere un processo generativo già avviato perché non farlo per renderne possibile l'avvio? Attenzione: le autrici di questo libro non giocano la partita sul piano della legittimità, il timore che esprimono è quello di veder risucchiare il materno in laboratorio fino a perdere i contorni del suo significato storico. È una provocazione utile, ma temo non ci sia altra strada che sfidare la scienza sul terreno umano, delineando regole e limiti, che si tratti di avviare o interrompere gravidanze, altrimenti il corpo si farà comunque cavia. Terreno sperimentale.
Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, Madri selvagge, Einaudi, 152 pagine, 11,00 euro
 

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