King Kong è tornato. Al cinema, dove forse al box office mondiale ha raccolto meno di quanto la produzione kolossal sperasse; e nel cosiddetto immaginario collettivo. Una buona ragione per far nascere l'idea di un libro che del Grande Gorilla ripercorresse le tappe generatrici di un mito permanente, al di là delle produzioni cinematografiche che nel corso di settant'anni quel mito hanno fissato a livello popolare e planetario. Si parte dal racconto di Edgar Wallace, si arriva - passando per le innumerevoli «contaminazioni» fumettistiche, letterarie e cinematografiche - al King Kong di Peter Jackson, il regista del Signore degli Anelli che, nonostante il grande spettacolo offerto sullo schermo, non è probabilmente riuscito a ripetersi sui fascinosi livelli della precedente rielaborazione di Tolkien. Tutto questo con il supporto di oltre cento illustrazioni in bianco e nero capaci di corroborare un volume prezioso e a suo modo unico nel trattamento del tema specifico.
Nella storia del cinema di fantascienza il vecchio insuperato King Kong di Schoedsack & Cooper rappresenta un momento decisivo. Un simbolo degli anni Trenta e di quelli a venire così come Metropolis di Fritz Lang lo era stato a partire dagli anni Venti. In un contesto di crisi sociali, politiche, internazionali che caratterizzarono quel decennio, il cinema non era molto incline a evadere dalla realtà. KK fu la più spettacolare delle evasioni, capace di riportare al cinema le folle che avevano disertato le sale, al cospetto di un film che apparve allora (e resta ancora oggi) grandioso. Mai, nel corso della sua già consistente storia, il cinema aveva offerto qualcosa di comparabile. Un prototipo. Dal quale scesero a cascata tanti «mostri» della s-f cinematografica, dai Godzilla ai Gorgo, dai ragni e dalle formiche giganti e via così, in una cronologia fatta di terrori ancestrali e altre mille linee interpretative.
King Kong e le sue trasformazioni nel corso del tempo. Con il comune denominatore del mito (che in fondo è comune a quello di Tarzan) legato al frutto primigenio della natura e alla sua selvaggia genuinità destinato a crollare davanti al «progresso» e alla cosiddetta «civiltà», trasformato in spettacolo per un pubblico urlante. Accanto al mito la leggenda, inequivocabile, della Bella e la Bestia, con i suoi risvolti d'erotismo e di tenerezza (le tre eroine del cinema: Fay Wray nel '33, Jessica Lange nel '76, Naomi Watts nel 2005), di spinte visionarie e simboli onirici. Attraverso questi elementi l'autore di questo volume bello, luminoso e illuminante costruisce un percorso di tipo genealogico: arrivando alla conclusione che il cinema hollywoodiano - stavolta inteso come autentica fabbrica di sogni - può a pieno titolo rivendicare il ruolo di impareggiabile interprete del mito. Non casuale, all'inizio, il viaggio all'interno della fabbrica di effetti speciali nella quale furono escogitati la Creatura e gli spazi scenografici del film del '33, animato in stop motion da Willis O'Brien. Restano indimenticabili, al di là dei controversi risultati (e comunque del successo) del primo vero rifacimento firmato Dino De Laurentiis (1976), gli effetti creati da Carlo Rambaldi che nell'occasione ottenne l'Oscar. La storia futura, invece, dirà se altrettanto memorabili diventeranno quelli del KK di Jackson, miracoli meno artigianali e assai più digitali.
Un'ultima riflessione, senza risposte: nel primo e nell'ultimo King Kong l'epilogo tragico avviene sull'Empire State Building. In quello del '76 sulle Torri Gemelle.
Roberto Chiesi, King Kong. La storia, i film, le foto, il mito, Gremese Editore, 120 pagine, 16,00 euro