A noi che abbiamo raggiunto gli «anta», rimane la «percezione visiva» del rock. Limpida come acqua di fonte. Altro che adolescenti da videoclip e download, in fregola per una Janet Jackson «fuori di seno» o per Marilyn Manson in look sadomaso. Il rock di una volta (quello vero-duro-puro) non inciampava su Mtv ma si metteva in gioco con sudore e lacrime sui palchi di mezzo mondo. C'era una volta un angry young man che ogni dannata sera, dal vivo, guardava il pubblico dritto negli occhi e poi saltava a mezz'aria, mulinava furiosamente il braccio, torturava le corde della sua chitarra elettrica per poi frantumarla in mille pezzi. È l'immagine (nitida, per noi degli «anta») che ha consacrato Pete Townshend eroe del sound e della cultura giovanile anni Sessanta e Settanta.
Peter Dennis Blandford Townshend (Londra, 19 maggio 1945), chitarrista, cantante e creativo degli Who, ha scritto la fondamentale My Generation («Voglio morire/ prima di diventare vecchio») e concepito opere rock come Tommy e Quadrophenia che sono diventate simboli dell'Inghilterra imberbe, confusa e ribelle che dai Sixties traghettava nei Seventies. Townshend, oggi, è un sopravvissuto che ha avuto tutto il tempo d'invecchiare, di vivere i concerti un po' patetici della sua band (degli Who originari sono rimasti solo lui e il vocalist Roger Daltrey), di perdere quasi del tutto l'udito dopo una carriera violentata dai decibels. L'ex bad boy del rock è un saggio, pacato signore che nei dischi solisti ha ritrovato il gusto per la scrittura, miglior molla per una creatività che altrimenti avrebbe rischiato anzitempo l'ospizio.
Le canzoni incise dal '72 al '93 che impreziosiscono il doppio cd Anthology, svelano un artista che fuori dagli Who ha delineato storie di vita spirituali e riflessive, brutalmente oneste e introverse. I racconti dell'indomito Pete si immergono in una quotidianità sferzata da scariche d'inquietudine; hanno il sapore e il fascino di un'esibizione unplugged che, ogni tanto, riagguanta con orgoglio l'elettricità rock. D'altronde, quando gli chiesero quale fosse l'ultima chitarra fracassata, inevitabilmente rispose: «Non è mai abbastanza lontana nel tempo». E pensare che nel '72, all'uscita del primo, meditativo ellepì Who Came First ispirato alle dottrine del guru indiano Meher Baba, Townshend si considerava un solista per caso: «Non è mia intenzione sbarcare di nuovo il lunario - dichiarò - e tantomeno proseguire assumendomi tutte le responsabilità del caso. A conti fatti, mi basta la tavola imbandita che mi sono apparecchiato con gli Who».
E invece, cancellati scrupoli e ritrosìe, quel disco ha avuto i suoi più che degni eredi: l'energico e vitale Empty Glass ('80), l'elaborato All The Best Cowboys Have Chinese Eyes ('82); White City ('85), The Iron Man ('89) e Psychoderelict ('93) saturi di schegge autobiografiche; i riavvolgimenti della memoria sonica della trilogia Scoop, Another Scoop e Scoop 3. Pillole di queste e altre incisioni si rincorrono nei 34 brani dell'antologia «townshendiana», come il muscolare inno hooligan di English Boy, le scansioni bluesy di Secondhand Love, le folate di sintetizzatore che sottintendono A Little Is Enough, i memorabili bozzetti autoriali di Sheraton Gibson e Let's See Action, il mood introspettivo di Now And Then, la frenesia punkeggiante di Rough Boys, il passo felpato di Exquisitely Bored, l'impeccabile stile Who di Jools And Jim, la sublime ballad snocciolata da Pure And Easy, la verace spiritualità di Parvardigar. E al termine dell'ascolto, soprattutto a noi che abbiamo raggiunto gli «anta», vien voglia di reincontrare quella voce che suscita vivide emozioni e quella chitarra elettrica che lusinga e tramortisce.
Pete Townshend, Anthology, SPV Records, 22,00 euro