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Se il capolavoro è l’opera prima |
LIBERAL BIMESTRALE di Leone Piccioni Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006
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Ecco un libro per il quale non si contano le ristampe e che, fortunatamente, è sempre rimasto disponibile anche per il lettore: Lettere di una novizia di Guido Piovene. Anche se è praticamente il suo primo libro (1941) resta il suo capolavoro. Piovene stamperà via via altri libri di narrativa, di viaggi, giornalistici e fra tutti vorremmo ricordare Le stelle fredde del '70. Particolare segnalazione occorre anche per il suo Viaggio in Italia trasmesso in molte puntate radiofoniche e poi edito nel '57 da Mondadori. Assai vivace la sua vita: nasce a Vicenza nel 1907, ancora giovanissimo collabora a riviste e giornali come Solaria e Pegaso e Pan redatto allora da De Robertis. È subito in contatto con Montale e con gli altri. Nel '31 si trasferisce a Firenze ed entra nel circolo letterario delle Giubbe Rosse. Nel '35 inizia la sua collaborazione al Corriere della Sera, dal '40 al '43 collabora a Primato, la rivista letteraria diretta da Bottai che negli ultimi anni del fascismo cercò di attirare - e ci riuscì - molti critici e scrittori. Fino al '47 visse a Roma dove viene chiamato «il conte rosso» per la sua adesione al comunismo e al marxismo: aveva partecipato alle ultime fasi della lotta partigiana. Ma presto le sue idee politiche cambieranno e fu vicino a Montanelli quando si allontanò dal Corriere della Sera e fondò il più liberale Giornale. Da questi spostamenti politici di Piovene discende una storia quasi esemplare. Nel '62, per il suo saggio La coda di paglia (in cui confessava i suoi trascorsi fascisti) vinse il Premio Viareggio, ma suscitò una serie di polemiche e discussioni anche perché il mecenate del Viareggio, Adriano Olivetti, si rifiutò di accettarlo come vincitore perché aveva scritto anche articoli e interventi antisemiti. Nel '70 vinse lo Strega con Le stelle fredde. È morto nel '74. In Lettere d'una novizia, romanzo epistolare, con un ritmo narrativo eccellente, dominano la scena alcuni personaggi (tra i quali c'è chi ha riconosciuto tratti autobiografici dell'autore). Rita è la novizia: di umore instabile, dentro e fuori dal convento seguendo le alternative che ora per ora andava meditando e che cerca in altri (i sacerdoti) la chiave per risolvere i suoi dubbi. Ma sarà colpevole dell'omicidio volontario di un ex fidanzato e dovrà risponderne con i rigori della legge, sebbene cerchi di evitarlo in ogni modo rifugiandosi nel monastero. Dice di sé: «Non ero nata per lottare ma per essere simile a uno dei fiocchi di neve che escono dalla nebbia, cadono e si disfanno in un qualsiasi punto di questi prati». Furiosi e alterni gli scontri con la madre Elisa, una donna sessualmente insoddisfatta, con il terrore dell'invecchiamento. E tra i sacerdoti si potrà citare don Paolo che ha cercato inutilmente, per tanto tempo, di indirizzare Rita su una giusta via optando per la vita che preferiva. «L'illusione - dirà don Paolo - derivava dalla mia ripugnanza di veder chiaro in me stesso. Purtroppo v'era tra me e quella novizia un'affinità di carattere che rendeva più irosa la mia condanna, più torbido il mio sentimento».
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