Ci sono libri, capolavori, che pur accompagnati dalla fiducia dell'editore e promossi da traduzioni di prim'ordine, non incontrano nessuna fortuna. E per fortuna (sia pure editoriale) s'intende proprio quella cosa che fa vincere le lotterie e i totogol, insomma il culo. Altri libri hanno evitato il dimenticatoio per un pelo. Penso, ad esempio, a La versione di Barney, che senza l'interessamento di Giuliano Ferrara e di Antonio D'Orrico sarebbe passato inosservato, nonostante la grande traduzione. Ma grande, grandissima è anche la traduzione di Texaco dello scrittore creolo della Martinica Patrick Chamoiseau. Fu Sergio Atzeni, poi morto tragicamente, a consegnare al capolavoro creolo di Chamoiseau la veste linguistica più bella e opportuna. Non che gli editori non avessero creduto in Texaco. Fu Einaudi a editarlo nel 1993, dopo la sua vittoria al Prix Goncourt, commissionandone la traduzione ad Atzeni. Immagino la valanga di invenduti, i problemi di magazzino. Comunque, nel 2004 l'editore sardo Il Maestrale ha ripubblicato l'opera, e anche qui non sembra che frotte di acquirenti si siano affrettate in libreria. Ma hanno fatto male. E male hanno fatto i critici (me compreso) a non accorgersene per tempo. Eppure basterebbe l'incipit («Quando entrò a Texaco il Cristo si beccò una sassata») per dare una prima idea della forza di questo grande romanzo di oltre 500 pagine. Dove si racconta, per bocca dell'anziana fondatrice Marie-Sophie Laborieux, la storia di Texaco, il quartiere creolo sorto ai margini di Fort de France, capoluogo della Martinica. La modernizzazione vorrebbe abbattere il quartiere, vera città parallela, e invia un urbanista (il Cristo) a studiare il da farsi. Ma un sasso galeotto, e clandestino, lo accoglie, e tocca alla vecchia Sophie il compito di soccorrerlo. La medicina: un po' di rum stravecchio e la vicenda personale della donna, che si allaccia alla vicenda del quartiere.
Ha così inizio lo straordinario monologo di questa creola indomabile. I genitori di Sophie erano schiavi e analfabeti, suo padre era stato reso liberto dal padrone al quale aveva salvato la vita, ma pochi anni dopo la schiavitù era stata abolita per tutti, e allora le cose, anziché andar meglio, avevano cominciato ad andare peggio, poiché tutta l'economia della Martinica si fondava sulla servitù della gleba. Vi furono rivolte, vite perse; le fazendas, unica base stabile dell'economia dell'isola, caddero in rovina. Vi fu poi un'eruzione, che distrusse la città più importante dell'isola.
Obbligato a scegliere un cognome, il babbo di Sophie tentennava incerto dinanzi all'ufficiale, che non aveva tempo e così diede inizio con un atto d'autorità alla stirpe dei Laborieux (meditabondo). In questo episodio ci sono tutta l'aleatorietà, la povertà, la debolezza, l'ingiustizia latente con le quali la dignità umana non può non fare i conti per affermarsi. L'esito è Texaco, un obbrobrio da spazzar via per i benpensanti francofili, ma un inizio di paradiso - un paradiso creolo, intricato, tropicale - per i diseredati dei Caraibi. L'oralità imprevedibile, anarchica di Sophie si trasforma, sotto la penna impeccabile di Chamoiseau, in continui splendori di scrittura e di lingua, con ombre improvvise e squarci d'abbaglio, che sono il correlativo oggettivo della vita di questa donna e della sua opera.
Un libro, insomma, splendido non solo per scrittura e struttura, ma grande per l'unità tra scrittura e contenuto, e perché ci ricorda che la paura della diversità non si vince con la tolleranza, bensì con la conoscenza.
Patrick Chamoiseau, Texaco, Il Maestrale, 520 pagine, 10,00 euro