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Con Ronaldihno il sogno torna fanciullo

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Nostalgia per il numero 10, per il fuoriclasse atipico, strampalato, con i calzettoni abbassati, i capelli arruffati e il viso scuro, da ultima barricata. Ripenso con nostalgia alla stagioni di Omar Sivori, «angelo dalla faccia sporca», ironico e bizzarro, talento puro, che fece sognare, ai tempi della Patagonia, il calciatore ribelle e fuggitivo Osvaldo Soriano. Sivori fu un canto libero, l'immaginazione al potere, il rovesciamento del dogma, il lampo. Fece delirare i tifosi della Juventus e del Napoli, e rappresentò l'essenza stessa del football, l'istinto e la poesia. Il nostro campionato conobbe, all'inizio degli anni Ottanta, il suo Eldorado. Con l'Italia di Enzo Bearzot campione del mondo a regalarci un'estate da raccontare, da portare per sempre nel cuore, quando sugli scranni spagnoli, a narrare di quegli eroi e di quell'avventura, v'erano Giovanni Arpino, Gianni Brera, Mario Soldati e Oreste del Buono. L'Italia di Giancarlo Antognoni, il numero 10 che, come scrisse Vladimiro Caminiti, «giocava guardando le stelle». E arrivarono, per miracolo mostrare, altri fantasisti assoluti, primo fra tutti Diego Armando Maradona, e poi Platini e Zico. Era, per davvero, il nostro torneo il più bello e affascinante e incredibile del pianeta. Dieguito fece cantare il pubblico partenopeo: «Sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, o mammà innamorato son!». Il francese, di orgini novaresi, Michel le roi, fu il sorriso di Gianni Agnelli, che lo paragonò a Pedernera. Platini scherzava con il pallone, lo trasformava in suo complice, nel suo divertimento. E al suo fianco, giostravano, in cangiante bellezza, Gaetano Scirea e Marco Tardelli, Pablito Rossi e Antonio Cabrini, Claudio Gentile e Zibì Boniek. Il brasiliano Zico, erede di Pelé prima dell'arrivo di Ronaldinho, portò a Udine la sua professionalità, il suo arrivare per primo all'allenamento e uscire per ultimo, dopo aver provato e riprovato le punizioni con il suo connazionale Edinho e il terzo portiere, mentre il custode borbottava: «Ma quando vado a mangiare, io?». Zico, al suo debutto, a Catania, segnò proprio su punizione e tutto lo stadio gli tributò un lungo applauso: sì, erano altri tempi... Gli ultimi 10 romantici sono stati Roberto Mancini, genio e sregolatezza, Gianfranco Zola, cresciuto nel mito maradoniano, e Roberto Baggio, che conobbe al mondiale americano prima il sorriso e poi le lacrime, sino a diventare l'Achille della nostra pedata, l'eroe vulnerabile, ma pur sempre un eroe. Totti, Del Piero, Cassano e Miccoli sono 10 inseriti nel contesto del football moderno, 10 nell'anima, ma costretti, spesso, a scendere a patti con le esigenze della zona, degli schemi, della scienza e non della fantasia. Rimpiango, sì, rimpiango le brevi stagioni di Bob Vieri, il papà di Bobo, che fu 10 nella Juve e nella Sampdoria, di Ezio Vendrame, 10 nel Vicenza e nel Napoli, oggi scrittore scheggiante e disincantato, che si ispira alle lezioni pasoliniane. Rivedo nella mia infanzia torinese, le evoluzioni brasileire, nella Juve operaia di Heriberto Herrera, di Cinesinho, che fu esemplare anche nel mio sempre amato Palmeiras di San Paolo.
Oggi l'apoteosi del 10 arriva da Ronaldinho, l'artista disneyano del Barcellona. È lui il simbolo del calcio senza barriere e senza confini, del calcio che emoziona, coinvolge, colora il cielo e le nuvole. Hanno ragione i miei due amici, ex calciatori da applausi, José Altafini e Angelo Benedicto Sormani: «Ronaldinho ha aperto il Duemila del football, ed è destinato a diventare più bravo di Maradona e Pelé». Così come è superbo il 10 del Lione, un altro brasiliano: Juninho Pernambucano. Il suo modo di calciare le punizioni possiede qualcosa di magico. Ma è Ronaldinho a consolarci, a farci credere nel «sogno fanciullo», a un pallone in grado di stupire. Ogni giocata del numero 10 del Barça, anche la più semplice, è un'opera d'arte. Tutti noi siamo diventati, inevitabilmente, tifosi del Barcellona: perché lì lo spettacolo è sempre assicurato.
 

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