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L’angoscia del divenire da Platone a Charles Baudelaire

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

È stato osservato che, in relazione al problema del tempo, la consonanza tra Bergson e Proust, da una parte, e Baudelaire dall'altra, è più che altro apparente. In Italia questa tesi è stata ripresa da Giacomo Marramao, che si è rifatto agli studi di Georges Poulet sulla «misura dell'istante» e il «Cerchio del tempo», pubblicati alcuni decenni fa in Francia. Poulet scrive che per Baudelaire «il tempo vissuto non è il contrario, ma la stessa cosa dello spazio». Marramao ritiene che in questa intuizione di Baudelaire sia presente il modo autentico di affrontare il problema del tempo, lasciandosi alle spalle la contrapposizione tradizionale tra spazio e tempo (Minima temporalia, 2005). Egli ritiene anche che a gettar luce su questa intuizione sia la celebre definizione platonica del tempo come «immagine mobile dell'eternità», e intende quest'ultima come «durata» (Kairos, Apologia del tempo debito Laterza, 2005). Le considerazioni di Marramao sono sempre di grande acutezza; ma, stante la centralità del suo rinvio a quella definizione platonica, l'approfondimento del senso platonico della «mobilità» che compete al tempo come immagine è indispensabile. Si tratta del senso che non solo Platone, ma il pensiero greco attribuisce al divenire. Si tratta della dominazione di questo senso lungo l'intera storia dell'Occidente. È da molto che da Marramao attendo questo approfondimento. Che ancora non vedo - anche se vedo la sua capacità di compierlo e il suo dirigersi verso dimensioni della ricerca filosofica dove questa capacità può maggiormente esprimersi. E non vedo nemmeno come gli sia possibile compiere quell'approfondimento prescindendo dal senso che il tempo presenta nei miei scritti.
Dei quali egli dice che sono caratterizzati da un'«attitudine sdrammatizzante». «Dramma» deriva dalla parola greca drama, che indica l'agire, il fare, la forma umana del divenire. Nella sua essenza per lo più nascosta, la filosofia del nostro tempo è giunta a negare ogni rimedio al dolore e all'angoscia provocati dal divenire imprevedibile dell'uomo e del mondo; e quindi, innanzitutto, è giunta a negare ogni forma di conoscenza indubitabile, cioè di epistéme - che costituisce la condizione fondamentale affinché il rimedio abbia efficacia. E questo tema emerge dalle pagine di Marramao, per il quale «l'abbandono dell'illusione di una "presa diretta" sulla realtà» costituisce il «filo conduttore» del suo discorso. La «presa diretta» è impossibile perché la realtà è imprendibile, ed è imprendibile perché è «mobile», diveniente, imprevedibile. Ma a questo punto è necessario andare a fondo, scendere cioè nella dimensione ontologica in cui, a partire dai Greci, l'imprendibilità e la «mobilità» è stata pensata: quel rapporto delle cose con l'essere e col nulla - quell'oscillare delle cose tra l'essere e il nulla - che per l'Occidente è l'evidenza indiscutibile - tanto da non suscitare il bisogno di essere posta dinanzi agli occhi e autenticamente pensata. L'evidenza in cui l'Occidente ha fede è cioè il «dramma»; e, in questa prospettiva, l'errore è, certo, «sdrammatizzare» la realtà. Ma la fede in questa evidenza è così indiscutibile?
Giacomo Marramao, Minima temporalia, Luca Sorella Editore, 120 pagine, 12,00 euro; Kairos. Apologia del tempo debito, Laterza, 126 pagine, 14,00 euro
 

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