Nell'individuare i punti di riferimento da cui far partire la riflessione politica interna al centro-destra, anche per stabilire un terreno comune di confronto e ragionamento, c'è un elemento da cui non si può prescindere e che andrebbe fatto proprio a livello fondativo. Si tratta di quella che Giancristiano Desiderio ha chiamato cultura del limite, declinandola nei vari ambiti investiti dalla modernità o post modernità e che viene espressa con grande efficacia dalle opere di Christopher Lasch, in particolare dal fondamentale La ribellione delle élite. Cultura del limite significa abbandono della fiducia cieca nel progresso che contraddistingue alcuni degli intellettuali liberal più in voga, vuol dire comprensione della finitezza delle potenzialità umana e dell'inclusione dell'individuo in un ordine circostante che lo supera e lo sovrasta. Prevede la limitazione degli eccessi della cultura di derivazione illuminista. Non significa necessariamente riprendere una visione religiosa o incantata del mondo, ma considerare e accettare ciò che è ovvio per natura, intendendo con questo termine un qualcosa dove l'uomo è gettato e si trova a vivere. Christopher Lasch ha superato la dicotomia fra destra e sinistra, trattando temi che sono propri della tradizione dell'una e dell'altra area. Ha interpretato istanze populiste riuscendo attraverso di esse, quando anche inconsapevolmente, a rivitalizzare temi propri del liberalismo. Si preoccupa di attaccare le derive della liberaldemocrazia, individuando come una sorta di malattia occidentale quella cultura dell'individualismo che spinta ai suoi limiti estremi può condurre alla «guerra di tutti contro tutti, alla ricerca della felicità nel vicolo cieco di una preoccupazione narcisistica per il sé».
Questo saggio esprime un'attenzione alla comunità e ai legami culturali che va oltre il comunitarismo, critica soprattutto la dissoluzione dei rapporti umani e delle radici. E se per certi versi il suo antiprometeismo può considerarsi in parte superato o infondato, rimane di Lasch l'attenzione al limite delle capacità umane, alla necessità dei legami fra gli individui e a un riferimento a qualcosa di altro e ulteriore rispetto al singolo. Il lettori sono messi in guardia rispetto all'atteggiamento delle élite, ai falsi liberali che desiderano dallo Stato solamente sicurezza e garanzia di poter compiere i propri comodi, di poter dar libero sfogo a tutti i propri desideri giustificandosi con la patacca di liberali. Sono gli stessi che desiderano per sé una certa extraterritorialità, una separazione dal resto della cittadinanza. Vogliono rimanere nel proprio universo, mantenendo meno contatti possibili con esso.
Lasch riflette sui problemi dell'informazione, rileva la scomparsa di un dibattito pubblico, fagocitato dall'invadenza dei media che si pongono come tramite della verità, che influenzano e orientano i contenuti della politica. In tutto questo baillame, il cittadino comune rischia di trovarsi privo di riferimenti, spaesato. E sottomesso a poteri economici e politici su cui non ha alcun controllo. Ecco perché allora bisognerebbe riscoprire questo libro. Perché prefigura una scenario che è terribilmente attuale e perché oggi ci accorgiamo che Lasch aveva ragione in larga parte a stigmatizzare un certo culto del progresso. Impartendo una lezione che potrebbe risultare molto istruttiva per tanti politici di casa nostra.
Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, 216 pagine, 7,75 euro