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I segreti di Zolla

LIBERAL BIMESTRALE
di Grazia Marchianò
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Ai lettori di Zolla, figli del tempo che fu il suo,
che amano la sua opera e ne sono trasformati

Pochi sanno che la luce che vide Elémire nascendo all’alba del 9 luglio 1926 era stata in parte oscurata da un’eclissi di sole verificatasi quel giorno. Ritratto nel sonno dal padre il 13 luglio, il piccolo ha l’espressione imbronciata di chi non può reagire all’affronto di essere nato altro che stando imbozzolato con occhi e pugnetti chiusi. Grandicello sugli undici anni, Venanzio Zolla lo dipinge di profilo intento a leggere un libro posato su ginocchia ossute; in un terzo ritratto di poco anteriore, la frangetta che gli ombreggia la fronte lo fa assomigliare a una bimba triste. La luce scarseggiante degli inizi lo istigherà per il resto della vita a fare incetta di calore intenso e luce accecante. In un sogno ricorrente, dei pochissimi che usò ricordare, faville gli sprizzano dai capelli, ha la testa in fiamme di un fauno sigillato nella pietra porosa di un rilievo di Ercolano. Gli scavi flegrei, le movenze impietrite dei dionisiasti nella Villa dei Misteri a Pompei lo folgoreranno a prima vista procurandogli emozioni fortissime. Dioniso Smembrato, Shiva il Divoratore, Kala il Tempo che tutto fagocita e la Tara bianca sul cui volto né gaio né tetro galleggia l’enigma dell’esistenza, saranno i suoi dèi guardiani attraverso le quattro stagioni di una vita abbastanza lunga da solcare due secoli. L’alba dell’anno Duemila sarà salutata nella luce sfolgorante di Hoahu a Hawaii, lo sguardo immerso nei filiformi arcobaleni inarcati sui monti violetti, nel pulviscolo di pioggia radiosa e odori ubriacanti. Di quell’ultimo viaggio accanto a Grazia, scriverà deliziato nei mesi seguenti e le piccole mandorle salate degli amici hawaiiani ravviveranno i suoi pasti scipiti consumati in poltrona. Presso la finestra, piccola specola su un mondo cui aveva smesso di appartenere altro che con la mente adamantina e un cuore impassibile, si farà risucchiare nel tempo fermo. Lo sciacquio della vita si rimesta nel petto e una fitta ogni tanto dardeggia. Di notte il respiro si accorcia, la primavera è colma di luce, fa giorno assai presto, il sole indora il frontone di S. Lucia; anche quel mattino i colombi si accoppiano calpestandosi con furia nelle grondaie; qualcuno, in piena notte ha invaso la camera di attrezzi inutili, ha sollecitato una firma concessa immediatamente. Il lampeggiante dell’auto di soccorso sparisce oltre il dosso del vicolo. Con garbo, anche la dottoressa si è ritirata. Gli occhi di Elémire scorrono la volta di roselline rosa, un calabrone volteggia sul kalaga birmano. Punta al drago, vi oscilla sopra qualche attimo, scende sul corpo della tigre che pare lì lì per spiccare il balzo. Muta direzione e anche il ronzio scende di un tono mentre punta all’altro kalaga dove gli amanti celesti veleggiano verso il sole. Elémire guarda, forse non vede. Alla testiera del letto Mirko, inutilmente, ha appeso una flebo. I muscoli degli avambracci pulsano di una forza possente per sollevare l’infermo, dargli un sollievo che non cerca più. C’è ancora il soffio, però. Grazia, alle sette, porta una tazza di tè; appena tiepida, la sugge piano piano mentre il polso si attenua. Gli occhi abbagliati dalla vita che corre via, Elémire torna il bimbo che era stato, stupito dell’immensa marea che lo invade. Qualcuno dice di averlo sognato in un prato verde. Sorrideva. Mi sollecitano a credere che c’era in quel sorriso la promessa di un ritorno. So che non è così: un guerriero dello spirito non torna mai indietro. 

Dicevo degli stadi della vita. L’India tradizionale, nel suo clima di attaccamento e distacco, ne annovera quattro, chiamati ashrama: brahmâcarin, infanzia e studentato; grhasthya, il vino del desiderio sorbito fino alla feccia in un amplesso alla vita che parrebbe non allentarsi mai: amori, ambizioni, conquista di beni materiali, legami e doveri. Il terzo stadio, vânaprasthya, inizia nel momento in cui tra lo stare al mondo e il sentirsi del mondo si apre un interstizio, una fessura che a poco a poco si allarga. Sta accadendo qualcosa d’immenso: si diventa vecchi. I sapori in punta di lingua perdono vigore, i muscoli del viso si allentano e il piede che era stato spedito, esita. Mentre i figli dei figli si tuffano nel mondo, il vecchio si prepara a lasciarlo. L’ingresso nel samnyâsin sarà dapprima mentale: smettere di ricordare, sgusciar via dalle fodere dell’io che, ora, si sa non essere noi. Poi, il villaggio e la casa di famiglia saranno fisicamente abbandonati. Di queste stagioni nella vita di Elémire - che non conobbe la quarta - isolerò alcuni momenti della prima e della terza. Il motivo è semplice. Saldato a una porzione estesa della mia stessa vita, il suo vânaprasthya è divenuto parte di me, mi ha addestrato all’arte di vivere per lui e di lui. E quanto alla stagione infantile, i ricordi di cui Elémire mi fece partecipe, il tanto che ne scrisse e di cui accettò di parlare compongono un’icona nitida, un ritratto metafisico al riparo dalle distorsioni di sedicenti ritrattisti dell’uomo e dello scrittore tra i trenta e i sessant’anni. La stella che mi guida suggerirà quando attingere a carte segrete, a confidenze per ora inconfessabili. Oppure può succedere che il tanto che so e ho vissuto accanto a lui dal gennaio 1977, si inabissi con me. Mi conformerei in questo caso alla buona abitudine di Elémire di non parlare di ciò che aveva più a cuore, limitandosi a rispondere con garbo alle domande che gli venivano poste, accettando il gioco dell’interlocutore. Chi può dire come avrebbe risposto a domande che, intenzionalmente, non furono forse mai sollevate? 

 

Il mondo infantile abbandonato
«La vita interiore è il centro più intimo dell’esistenza, dove si è se stessi e si gioca con le immagini infinite che trascorrono nella fantasia, si riflette e talvolta perfino si medita. Qui, all’interno di noi stessi, può serbarsi qualcosa del mondo infantile abbandonato. Dentro di noi sopravvive infatti il suo ricordo e talvolta si riaccende con l’antica intensità: di fronte a un paesaggio, a una cortina di nebbia, a un cielo rannuvolato o splendidamente turchino, all’ascolto d’una musica, osservando ipnotizzati una natura morta, un’ansa di vaso, uno scorcio di linee che paiono reminiscenze. Tenta di fissare questi ritorni all’infanzia il pittore o l’esecutore o il poeta che riesca a imbrigliare in giri di pennellate, di tocchi, di parole la commozione trasognata che un dì lontano, fino ai due anni e mezzo, fu costante». Elémire, a due anni, è un bimbo smunto con problemi alla vista, è il secondogenito di una coppia forse, balordamente assortita. Sembra che mamma Blanche fosse troppo presa dal disagio di vivere in una città, a lei britannica, quasi impenetrabile, accanto a un pittore dalla corte facile a modelle e scolare. Mattina e pomeriggio dava lezioni di piano. «Nel salotto dalle alte tende si sparge un velo di luce, il tappeto attenua i suoni. Esala dal pavimento l’odore di legno incerato. Sul tavolo centrale il vaso stringe un mazzo di rose dai petali tesi. Rispondono le roselline dipinte sulle tazze di porcellana e una rosa ricamata sul pannello che scherma il camino. Al nero pianoforte mia madre suona la Marcia di Davide contro i Filistei dopo l’Omaggio a Chopin. I capelli raccolti nella crocchia le scoprono l’orecchio e la nuca. Tre liste di trina le scendono lungo il petto fino al lembo della gonna, sporge la punta aguzza della scarpa sospesa sul pedale. Io ascolto dalla seggiola del corridoio, voglio star fuori del salotto, nell’oscurità. Ho pianto quietamente quando mia madre ha suonato l’Omaggio a Chopin, dondolando le gambe, le mani poggiate sui braccioli imbottiti. La Marcia di Davide mi fa sorridere…. Sul tavolo del salotto, sotto le rose, accanto alle ciambelle, la teiera mostra un argento spento, appannato dal tempo. Mentre mia madre sta suonando, il tè intride l’acqua e le toglie la crudezza. Tutto si sacrifica, le foglie di tè, la luce, le superfici brillanti, i suoni che debbono reggersi come uccelli sospesi, isolati fuor del tempo: il la-mi-fa sbrigativo, il do-re che fa sostare. Delle foglie di tè resta l’essenza, della voce il nucleo; il pedale è usato appena appena, negli anni di studio fu proibito; la luce non deve erompere; le rose sono isolate nell’acqua sufficiente; il mio cuore è libero di espandersi nello spazio enorme che così si apre, può diventare fiero, incurante. Inoltre, poiché tutto attorno a me si ritrae, imparo a compormi. Sento un misto di gioia e di rinuncia che fa tutt’uno con il timbro del pianoforte, con le penombre della casa…. Il suo timbro un poco appenato somiglia alle ciambelle dove il burro assorbe il ruvido, dove si è posto un tuorlo crudo e uno cotto e il lievito si è disciolto nel latte tiepido. Udrò, vedrò, fiuterò, mangerò questo ritegno».
Il monito: never explain, never complain, gli si imprimerà bene in mente, insieme all’accortezza di nascondere i sentimenti dissimulandoli dietro lo schermo di un sorriso - lo stesso con cui adulto si difenderà da intrusioni indebite. Star zitti e cheti finirà col diventare l’affare migliore. Quando non usciva con la mamma, la manina rifugiata nei guantoni di pelliccia di lei, o non si divertiva a fiutare gli odori di vernice e acquaragia nello studio del padre, intravedendo corpi levigati in posa che gli davano un lieve capogiro, scoprirà le infinite risorse della lettura: tuffarsi nei libri diventa l’antidoto a solitudine e noia. La caccia a nuove letture vale ore di attesa per sfilare un libro senza dipendere dal consenso o dal divieto di chicchessia. L’entrata nei mondi sconosciuti della scrittura lo farà trasalire di gioia. Inglese e francese gli saranno familiari prima dell’italiano appreso per strada e a scuola nei turgori vocalici torinesi. Un giorno gli cade in mano un libriccino dal titolo strano: Tao Tê Ching, nella prima edizione Zanichelli. Sarà il suo primo, insuperabile maestro. Il Tao Tê Ching - confesserà decenni dopo - mi insegnò a guardare il mondo e a guardarmi dal mondo, ad attingervi senza dissiparmi, a non credere, non dipendere, non contare su nulla. Mi insegnò che vale la pena agire per appropriarsi del puro indispensabile: così resto libero di inseguire ciò che mi chiama, di esigere il solo che mi spetta. Tuffarsi nella vita senza bagnarsi: il teorema fu chiaro dall’inizio. Tra i libri che raccontano la vita e la vita stessa c’è un ammanco a carico della vita. Leggendo si vivono vite e vite, si squadernano mondi, si penetrano le cose con la sottigliezza di chi le ha sondate fino allo spasimo, l’immaginazione si espande, il fantasticare è domato e non c’è fine al dilatarsi dello spazio mentale. La vita interiore è la sfera translucida sulla quale la mente bambina di Elémire si affaccerà colma di meraviglia come quando, a teatro, i volteggi delle ballerine che parevano fatte d’aria lo lasciavano rapito.
Negli intervalli il teatro è un gaudio di luci, la gente ammicca, sorride: recitano anche loro? Per le strade di Torino il piccolo Elémire cammina e i piedi vanno per conto loro: ogni tanto, per frazioni di attimi, la coscienza vigile sembra ritrarsi: gli accade di infilare un portone che non ritroverà più, di ricordare dialoghi i cui parlanti sono introvabili. Percorre viali e strade, attraversa quartieri che riconosce dai tanfi, le parlate, i gesti di individui così comici nell’esibizione di una prepotenza che in men che non si dica si affloscia in un’umiltà strisciante. Il primo acquisto su una bancarella di libri fu Alice nel Paese delle meraviglie. Con l’aria di concedere chissà che, estrae dalla tasca dei pantaloncini le poche monete di cui dispone. Il libraio fa una smorfia: non bastano. Lui richiude la manina e fa per andarsene. «Tè, che sagoma!», borbotta l’uomo. «Per questa volta te lo do, ma pussa via!». Elémire ha vinto. La prova di porre le proprie condizioni è stata superata con la complicità di un momento favorevole: quante volte nella vita gli capiterà di approfittarne godendone in segreto. Si stringe al petto il libriccino e corre a casa d’un fiato. Più avanti, coi compagni di scuola, scoprirà che esiste il baratto. Un francobollo contro una matita, un libro di figure contro un quadernino, e se non c’era modo di accordarsi, si poteva riprovare domani. Tutt’è sapere che cosa si vuole e agire in conseguenza, tanto ricchezza e povertà sono illusorie come le opinioni. Tra la casa del nonno, nel Kent, e quella della nonna in Alsazia correvano, tra nave e treno, quattro giorni di viaggio. La nonna era la copia perfetta del ritratto che le aveva fatto il babbo, gli occhi severi, le grandi mani posate sulla veste scura. Quando gli Zolla erano lì per andarsene, le mani della nonna facevano cadere in quella di Elémire due soldini di congedo: «A bien tôt, mon petit». E si tornava a Torino.

La lezione di Laozi su Elémire bambino aveva agito come una doccia gelida su un malato di petto e polmoni, il malato che sarebbe poi stato fino a fare della malattia cronica una abitudine appena un poco fastidiosa. La pratica sublime di agire senza fare, tenendosi interiormente libero, pronto a saltare in una nuova pelle subito adesso «ora», non domani - questo e altro fu trovato in nuce nel libretto di Laozi - fino a quando Elémire non si avvide che sulla riva opposta del fiume della sapienza cinese, e del fiume stesso della vita, in panni decorosi sedeva Confucio. Si sbracciavano i discepoli di lui a far segni d’intesa con gli adepti di Laozi dall’altra parte, ma invano. Assorti a trarre suoni striduli da legni secchi, quei bonaccioni mostravano loro il sedere, e non c’era verso di volgerli ai mesti doveri della convenienza sociale. Il mondo sì, come dice l’Upanishad a proposito della Parola creatrice, è diviso in quattro quarti. Tre sono in vista, e il quarto - l’esoterico - resta celato. Un paragone perfetto per stabilire il divario tra il tipo psicologico confuciano e quello taoista. Crescendo, si accorgerà che l’umanità è per tre quarti di indole confuciana: temprata sulle norme, non solo vi si adatta ma ne è avida. Togli a una persona l’assuefazione a una regola, sottraila alla dipendenza da una fede, e quella persona è distrutta. Pagando a caro prezzo, si rivolgerà allo psicanalista, si metterà a frequentare confessionali e logge. I tipi taoisti sono una minoranza infima, e i tre quarti dell’umanità li ha in dispetto perché le regole se le fanno da loro. La pratica assidua dell’ironia, la tendenza a sorridere di quello che i più sconvolge, rendono il taoista immediatamente riconoscibile dal proprio simile. Inclini alla solitudine, possono occasionalmente formare dei satsang , compagnie di affini dove si lavora giocando, e tutto è felicemente alleviato.
Al giovane Elémire che fa il suo ingresso nella vita letteraria e poi accademica, il conformismo confuciano si schiuderà nella sua opaca grettezza. Però dovrà conviverci, e saprà farlo benissimo. Ma le sue svolte, gli amori, gli incontri intellettuali obbediranno all’irredimibile principio taoista dell’«obbligo che incombe sull’uomo perfetto di porsi dalla parte del destino, di accettare l’ordine dell’universo», incurante del giudizio del mondo. Nel commento a una poesia di Emily Dickinson scrive: «Se si dà una rappresentazione precisa del male, esso perde il suo veleno; poiché il male è una quantità, basterà determinarla e si sarà salvi. Ma proprio questo è un compito impossibile». Il verso: Bound - a trouble - / And lives can bear it! («Incatena un turbamento e le vite [umane] possono portarlo»): «si può leggere come un sarcasmo ma anche come un’esaltazione dei compiti soprannaturali e pertanto impossibili. La sapienza delle fiabe pone sempre fra le prove quella di numerare o separare quantità sconfinate; il soccorso arriva a chi sia destinato (sotto forma di animali soccorrevoli, come le formiche che aiutano Psiche)». «L’interpretazione sarcastica - concludeva - non è necessariamente la giusta: il compito di misurare la pena che ci affligge è un compito impossibile a noi, ma non tutti i precetti sono possibili (San Marco, 10,27)». La traduzione di autori antichi e moderni, «taoisti» nelle fibre riposte dell’anima, è lo yoga che Elémire avrebbe iniziato a praticare sui testi dei mistici dell’Occidente. Aveva valicato i trent’anni ed era malato. Con quelle febbri repentine, l’euforia alternata alla spossatezza, la malattia ai polmoni opera su di lui come un farmaco: la persona avida di agonismo ideologico che era stato fino ad allora, viene congedata a mano a mano che l’affondo nei contemplativi cristiani gli rivela «l’esperienza mistica come norma dell’uomo». Dopo L’eclissi dell’intellettuale, Volgarità e dolore, Storia del fantasticare, concepisce d’un fiato Le potenze dell’anima (1968) e Che cos’è la tradizione (1971). Una domanda cocente attraversa le due opere: l’uomo infelice può essere «salvato» - come credeva Guénon - abbracciando la tradizione? «Nello stato primordiale, per l’uomo conta la quiete interiore non deturpata da passioni personali o collettive, da immagini arbitrarie o da futilità, poiché per esperienza egli sa che ripulendo l’anima fino a renderla specchiante, si acquista preveggenza, giustizia (quale arte di assegnare a ogni cosa il suo luogo naturale), indifferenza regale. Impetrare la quiete è il sommo bene, di fronte al quale ogni diverso proposito diventa trascurabile; quando si imponga inevitabilmente il bisogno d’occuparsi di altra cosa l’uomo tradizionale la inquadrerà in modo da non esserne sopraffatto, e così la guerra diventerà esercizio ascetico, la caccia sarà esercitata con riverenza verso le vite che tocchi sopprimere, il raccolto stesso impegnerà ad atti di omaggio verso le forze vegetali. Il miglior mezzo per tenersi in uno stato di equilibrio perfetto è la contemplazione del tutto e la sua ricapitolazione perpetua, perciò ogni manufatto umano nello stato primordiale deve prestarsi alla contemplazione e ripetere simbolicamente il modello del cosmo quale struttura di piani digradanti dall’essere al divenire».
Di Herman Melville avrebbe poi scritto: «Quando tornò negli Stati Uniti e si sposò, poté incominciare a redigere la sua opera vastissima, raccogliendo i volti, le verità dell’esperienza trascorsa. Che altro poteva fare? Scambiare conversazioni uggiose, false, con uomini che non avevano meditato fino alla disperazione? Non poteva infrangere la solitudine perché ciò che aveva visto eccedeva la capacità di sopportazione di tutti. Quando i suoi libri uscirono, quasi nessuno li volle leggere. Soltanto nell’Europa e nell’America degli anni Venti, dopo la prima guerra mondiale, fra dittature atroci, egli diventò abbastanza intelligibile». Il destino letterario di Zolla, soccorso da una fama precoce, non sarebbe stato quello di Melville. Tuttavia una fama precoce non sempre è un buon acquisto. Ci si fa l’abitudine, e se subentra un verdetto politico di cancellazione - come capitò a Elémire in un certo periodo - il cancellato ne soffre un poco. Rimarrà sulla riva, in osservazione: presto, tardi o mai i confuciani che obbedientemente gli voltarono le spalle, di nuovo, come se nulla fosse, gli faranno cenni d’intesa. E di nuovo, come se nulla fosse, saranno ricambiati.

Uscire dal tempo 
Un tappeto di scritti luminosi si stende tra il 1990 e il 2002, la stagione nella quale l’ammanco a carico della vita rispetto alla letteratura, che in gioventù era stato vissuto come una sfida, è ora un’imposizione cruda e senza rimedio. I pensieri sono squadrati in geometrie iperboliche che si beffano del senso comune. Ma l’andamento del discorrere è così incantevole da far scambiare l’iperbole metafisica per un vezzo letterario. La carezzevole levità del linguaggio induce a questo fraintendimento: Zolla sarebbe uno scrittore di tempra borgesiana con un orecchio letterario finissimo ma un pensatore sfilacciato, un sincretista senza struttura, uno che sa dar fuoco alla cenere con impareggiabile destrezza giuridica. Grazia gli fa notare l’equivoco come se occorresse porvi rimedio, e lui, tranquillo: «Perché te ne curi? È un problema loro, non tuo». Taglia via in fretta e propone: «Mi porti nel bosco?». Sciarpa e impermeabile bianco, scarpe dalla suola leggera: non farà che due passi. La panca è a pochi metri dai cespugli di ginestre, dai pini che stillano resine. Piccole farfalle bianche si posano sui fiori selvatici, gusci di chiocciole sono sparpagliati tutt’attorno. Grazia li dispone in graziosi assembramenti geometrici, avvista una, due, trenta formichine nere intente ai loro traffici e richiama l’attenzione di Elémire: «Oh, le limousines!». Corre ai cespugli di ginestre, esamina i piccoli funghi affiorati dal crogiuolo della notte, si affaccia alla bocca della vecchia botte, guarda su verso il cielo: sono le tre di un pomeriggio uguale a mille altri. Accanto a lei, questa creatura è uno strano fiore esalato dai fervori della mente naturale, una mente che produce uomini e donne potenzialmente dotati di una natura completa anche se il programma biologico che li specifica ammette difetti. La natura di Elémire è un accozzo di opposti sciolti come il miele nel latte caldo: cerebrale e parossisticamente sensitiva, bellicosa e placida, sfaccettata come un quarzo. Letture tracimanti l’hanno corazzata a impegnare tutte le aree del cervello, in particolare quelle deputate al linguaggio, alla formalizzazione retta da principi estetici. Non avrebbe saputo piantare un chiodo o riparare un infisso, eppure un talento bruciante in punta di dita gli faceva raggiungere lo scopo in un attimo, quasi senza fatica. Si beava di teorie astrofisiche e dottrine gnostiche, le operazioni alchemiche, le procedure sciamaniche, i riti e i culti tradizionali pareva conoscerli per reminiscenza. Le dispute talmudiche arrampicate sull’indimostrabile, le diatribe buddhiste in bilico sul nulla, lo elettrizzavano; le visite a Taos, Mashad, Madras, Bali, Seoul, Taipei, Pagan lo avevano colmato di una gioia fisica. Ora dati storici, lemmi, voci di dizionari, le informazioni accumulate in vista del viaggio, sfociavano nel fasto di un sentire colmo e trepidante. Al rientro, i quaderni tempestati di note e schizzi abilissimi sarebbero stati la fonte di descrizioni colme di carità per il sublime che lo aveva ghermito.
In uno degli ultimi viaggi in Giappone, quando nei pressi di Nara degli ingegneri del Gruppo Fujita gli avevano mostrato com’è facile sbarazzarsi del peso materiale e configurare mondi imponderabili realmente aleatori, vide profilarsi l’avvento di un’epoca nuova, felicemente transumana. Che fosse quella una via per liberarsi degli orrori e le intollerabili mestizie del Novecento? Le uscite dai mondi della realtà ordinaria le aveva scrutate nel passato e al futuro assieme a Giovanni Culianu, lo studioso rumeno dalla mente più combinatoria della sua. Ma il colpo di rivoltella diretto alla nuca di Giovanni in quel bagno della Divinity School, a Chicago il 21 maggio 1991, aveva dissolto l’incanto di un sodalizio quasi perfetto. Per qualche anno a Roma, sulla fine degli anni Ottanta, Culianu era stato l’amico completo che Elémire solo in parte aveva trovato in Murena, Schneider, Toshihiko Izutsu, nel Dottor Hakim e pochi altri nel corso della vita. Amici veri coi quali sciogliere enigmi alla velocità del pensiero. Tornano in mente a Grazia certi maestri incontrati in India: sferzanti, rocciosi, amabili e supremamente indifferenti. Ti offrono leve per spiccare il volo. Il resto devi farlo da te. «Pinky, sono quasi le quattro. Rientriamo».

I libri che vedono la luce fino alla primavera del 2002 sono accolti a casa ogni volta con un rituale identico. Si estraggono le copie dal pacco, la prima va in mano a Elémire che la esamina con cura minuziosa. La minima svista, il refuso più invisibile non gli sfuggono. A Grazia tocca la copia n. 2 e si festeggia prendendo il tè. Dagli anni Novanta non c’è opera che all’epilogo non accenni a un commiato. Poche parole che lascia cadere con noncuranza come gocce d’inchiostro sbavate su un ideogramma. Il lettore non si accorge che in quelle parole è presagita un’uscita dal tempo. Nella sezione aggiunta a Le meraviglie della natura. Introduzione all’alchimia, ristampato da Marsilio nel 1991, si legge: «Dallo spento azzurrino degli umani sentimenti ci sentiremo riattrarre dopo la morte, ma all’oro meridiano dell’amorosa equanimità ci dovremo dirigere; dietro di noi svanirà il mondo dei sentimenti con lo scroscio di una mareggiata che s’infrange sulla marina». In Uscite dal mondo (1992), la scena del commiato è il padiglione erboso di un monaco birmano: «Il tempo subisce un arresto. La mente liberata comincia a rimbalzare tutt’attorno al trono centrale e sfavillante tra le colonne, al divampare delle luci variegate, allo sfilio di vecchie fotografie sopra il colonnato: ricordi del monaco, nel 1943 pilota di Spitfire nel Nevada. Con la sua famigliola il capo della polizia locale è venuto in visita…». Il monaco mostra a Elémire la camminata: «“Basterà che tutta la mia attenzione scenda di schianto nel piede e avverta con sgomento la terra”…. Mi si mette a lato e posa lentamente per terra un piede appena deviato, quindi l’altro, simmetrico, accompagnandoli via via con le necessarie parole: “Scende. Si posa. S’alza”. Ora il monaco torna dove stava e da un fascio ben composto estrae un libro stampato nel 1979 a Santa Cruz: Joseph Goldstein, The Experience of Insight. A natural unfolding. Mentre trascrivo rioccupa il suo posto accanto alla famigliola. Dopo un cenno, chiusi gli occhi, recita ad alta voce un canto, mentre i tre tengono la fronte poggiata per terra. Adesso tutt’e quattro salutano, restituisco il libro, mi accomiato». In chiusa a Le tre vie (1995) rievoca il dono che l’India ha fatto al mondo: il combattimento meditativo. «Il patrimonio intellettuale indù s’è, negli ultimi tre secoli, giusto sfiorato; danze, dottrine tantriche sono appena appena riemerse. Per ottenebrare ogni cosa, hanno svolto la loro parte il regime del silenzio che ha sempre imperato su ogni insegnamento nonché le guerre di sterminio. La storia dell’India infine per tanta parte rimane congettura e le sue date sono supposizioni. Eppure, ramingando per foreste, indagando angoli dimenticati di templi, percorrendo torridi, umidi, tenebrosi vicolacci, raccogliendo confidenze, lì ancora può capitare l’incontro con un qualche barbaglio del passato remoto, che si tramuta».
L’ultimo capitolo della Nube del telaio (1996) si intitola «Congedo». Termina così: «L’accostarsi all’Uno discioglie dal trascorrere della vita comune, fatta di percezioni, di irrazionali sentimenti e di razionali riflessioni. Ormai osserva questo transito una vigilanza che non ne partecipa e ancor meno vi interviene, ma semplicemente rileva l’affiorare di desideri e pensieri dal buio inconscio, senza darsi nessun sentimento, senza formulare un giudizio. Quei desideri e pensieri potrebbero essere di un altro. L’attenzione pura non rientra nell’io; quieta, silenziosa, impersonale, esente da interessi, sentimenti, pensieri, parole, costituisce la consapevolezza stupita che li precede e ne forma la premessa. Non è un emendamento di noi stessi, è il risultato di un passo indietro rispetto a noi. Nemmeno si tratta di uno sforzo perché emerge da un semplice stacco. Dell’esistenza rappresenta l’essere che la fonda, il principio e il fine». L’Introduzione a Il dio dell’ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci (1998) si conclude rievocando certi effetti delle droghe in Europa sulla metà del Ventesimo secolo: «Ci fu l’immissione del peyotl in Inghilterra, con la conversione di Aldous Huxley. Ma fu l’Lsd a sconvolgere e il diario di Anaïs Nin ne reca traccia per gli anni 1947 e 1955; un amico la porta da uno psichiatra che lo sperimenta su scrittori per averne un rendiconto adeguato. Prima Anaïs osserva che il tappetino dello studio si anima, respira come un’anemone marina o come un campo ondulato di grano ondulato dai venti, ma in realtà tutto si è messo a vibrare, le superfici dure e aspre si sono dileguate, adesso s’inarcano fremendo, il corpo nostro intanto vola o nuota, udiamo una musica quando delineiamo una linea, emettiamo note quando osserviamo superfici. Noi si diventa un oro fremente, proviamo un orgasmo». «Congedo» si intitola anche il paragrafo terminale del capitolo su Sade (La filosofia perenne. Ragione e irrazionalità tra Oriente e Occidente, Parte II) (1999). Zolla vi rievoca il periodo del 1968-1978, quando i pensieri di Sade s’incorporarono nelle ideologie rivoluzionarie ricevute con simpatia e lode ovunque nel mondo. Racconta: «L’arma che consentì di scaraventare torme nel Sessantotto fu una scoperta dei medici di guerra americani, che durante il secondo conflitto mondiale si trovarono alle prese con il trauma della battaglia, da risanare mercè la terapia di gruppo, alla quale si può allenare un animatore… Quando in un manicomio svizzero si decise di applicare il metodo, si cominciò col dire: “Venite a discutere insieme”, invece di rivelare il vero invito: «Fatevi manipolare”. …Una volta stabilito il clima propizio, (il manipolatore) doserà l’uso della seconda persona plurale, che elimina ogni angoscia e quello della prima persona singolare (come a dire: “Non sei più noi, sei semplicemente tu”). La gente tende a partecipare perché l’impegno allevia il senso di colpa e l’ansia sempre presenti, mentre la sensazione di appartenere al gruppo dà conforto e tepore, vi si è tutti uguali e le piccole frustrazioni non tolgono di mezzo questa unione. Uno dei primi trattati sull’arte uscì dalla Free Press di Glencoe nel 1962: Group Psychotherapy. Il manipolo di animatori addestrati che si formò in tutte le città del mondo, specie nelle università, poté scatenare l’immensa deflagrazione». «Oggi è il 28 aprile 2001 - scrive nelle ultime righe dell’«Inizio della riflessione» (Aa.Vv. L’inizio, Raffaello Cortina, Milano 2002) - e sui giornali leggo che gli scienziati hanno fatto i loro calcoli sulle fotografie dell’eco del Big Bang. Le immagini sono quelle captate dal telescopio che ruota sopra il Polo a trentasette km di altezza, è il cosmo mille volte più caldo e un miliardo di volte più denso rispetto a oggidì, attraversato da onde sonore con risonanze armoniche che corrisponderebbero a strutture più minuscole: tutto si evolveva in virtù dell’armonia musicale, da dimensioni subatomiche tutto prese inizio a partire dai suoni; fatti i calcoli necessari sembra una conferma di M. Schneider».

Tra il 2001 e la primavera 2002 il vânaprasthya di Elémire è verso il compimento. La bellissima voce ha il timbro intatto. Prende il telefono alcune volte, lo stesso 29 maggio - un giorno che fino a tarda ora fu identico ai precedenti. Pinky digita al computer. Consulta Catabasi e anastasi, il libro pubblicato nel 2001 dall’amica Bianca Tallone, che pochi giorni prima lo aveva salutato. Forse è già sera ma la stanza dove lei scrive è inondata di luce, e anche le parole che legge sono inondate di luce: «L’uomo celeste, alto come la stella polare, aperto a tutte le forze del cosmo, svuotato, amputato della testa, diventa puro specchio dell’universo, così l’alchimista nel suo vaso fonde piombo e mercurio traendone, per proporzione dei due opposti, il metallo che desidera». Tra i poeti che amò, Zolla predilesse Yeats. Come un fratello d’anima si immedesimò nel suo mondo, distillò quei versi di fuoco, e riconobbe che l’avere attinto «la misteriosa visione ottenuta a fatica» aveva fatto della sua una vita ben spesa. Al termine del capitolo dedicato a Yeats nello Stupore infantile, traduce e annota The Rose, il poemetto giovanile del 1893 e All Souls’ Night, del 1920. Nel commento a quei versi c’è il ritratto di ciò che Elémire Zolla, in una vita ben spesa, ha saputo attingere: «il pensiero penetrato ed esplorato a fondo avvolge come un sudario sì da trasformare il pensatore, questo è il coronamento della vita esoterica». 

 

 

 

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