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Liberal di tutto il mondo, uniamoci

LIBERAL BIMESTRALE
di Jose maria Aznar
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Sono un liberal perché, in tutto il corso della mia carriera politica, sono sempre stato guidato dal principio di promuovere le libertà individuali. L’origine stessa di questo termine è per tutti i liberal spagnoli motivo di grande orgoglio. Come ben sapete, liberal era il nome dato ai sostenitori della libertà e del regime costituzionale durante le Cortes di Cadice nel 1810. I loro avversari erano i difensori dell’ancien régime assolutista, che furono bollati con il nome di serviles. L’alta considerazione e la passione che ho per la libertà dell’individuo è, innanzitutto, una predisposizione intuitiva. È un istinto, un sesto senso che mi spinge a essere sospettoso di qualsiasi cosa che puzzi di coercizione o imponga una restrizione alle libertà di ogni individuo, al di là di ciò che è strettamente necessario per salvaguardare la libertà degli altri individui e per proteggere una coesistenza armoniosa all’interno della società. Non credo in un esercizio del potere inteso come mezzo per dire alla gente cosa deve o non deve fare o come un modo per costringerla a essere felice, che lo voglia o no. Ho un sospetto istintivo nei confronti di qualsiasi iniziativa politica che si allontani dal presupposto che sia necessario fidarsi della capacità che ha ogni individuo di sapere cos’è meglio per lui, vale a dire nei confronti di ogni politica di puro paternalismo. Non credo che alcuna figura pubblica possa avere una comprensione migliore dell’individuo stesso su quali siano i suoi interessi personali o familiari. Non credo che alcun partito o alcun politico possano avere una conoscenza migliore di quella dello stesso individuo sulle condizioni che preferisce per mettere in atto i suoi sforzi e per impiegare le sue risorse. Ma queste non sono soltanto intuizioni. Alla fine di ogni giorno, tutti noi abbiamo intuizioni e sono tutte ugualmente valide. Possiamo invece osservare, sia storicamente che sperimentalmente, come proprio le nazioni che hanno saputo salvaguardare meglio le libertà individuali abbiano permesso ai loro cittadini di raggiungere la massima richezza e prosperità. Il mio Paese ha vissuto recentemente il più lungo periodo di crescita economica di tutta la sua storia. Sono convinto che ciò sia stato dovuto, soprattutto, al fatto che noi spagnoli abbiamo creduto in noi stessi. Abbiamo creduto nelle nostre capacità individuali, nel nostro impegno personale e nel nostro senso di responsabilità. Non abbiamo neppure voltato le spalle all’impresa privata o all’economia del libero mercato. Considerare le compagnie private come delle predatrici, come un danno per la gente comune, mi è sempre sembrata un’opinione tanto sbagliata quanto diffusa. 
Io credo che, se guardiamo la storia degli ultimi decenni in una prospettiva più ampia, dobbiamo trarne importanti conclusioni. La principale riguarda lo straordinario progresso della democrazia liberale in molti Paesi di tutto il mondo. Senza spingerci troppo lontano, possiamo citare le nazioni europee vissute sotto il terrore e l’oppressione comunista dopo la seconda guerra mondiale. Oggi queste nazioni sono diventate nostre amiche, dopo avere superato enormi difficoltà nel passaggio da regimi totalitaristici a governi fondati sulle libertà fondamentali. Molti di questi Paesi sono ora membri dell’Unione europea. Alcuni sono anche entrati nella Nato. Questa «rivoluzione della libertà» è un evento straordinario che, detto per inciso, stiamo attualmente studiando e commemorando presso la Fondazione che ho l’onore di presiedere. Ci sono stati importanti sviluppi in senso democratico anche in altri continenti. La democrazia ha fatto significativi progressi in Asia e in Africa. Mi fa particolarmente piacere vedere i risultati ottenuti in America Latina. Nonostante le numerose difficoltà, come la preoccupante avanzata del populismo in vari Paesi, la sola dittatura che rimane in questo continente è quella di Cuba. Negli ultimi decenni, quindi, le frontiere della libertà si sono allargate. La caduta del Muro di Berlino, che non è caduto da solo, per il peso della gravità, ma grazie agli sforzi di molti individui, ha significativamente aumentato il numero di essere umani che sono riusciti a liberarsi dalla tirannia. Tuttavia, sarebbe da irresponsabili ignorare l’altra conclusione che si deve trarre dagli eventi degli ultimi decenni. Se, in un primo momento, alcuni avevano immaginato che la caduta del Muro di Berlino avesse segnato la fine di tutte le minacce alla libertà, oggi sappiamo che questa era soltanto un’illusione. I nemici della libertà sono ancora in circolazione: sono potenti e sono imbevuti di un fanatismo che li rende estremamente pericolosi per tutti noi che viviamo in Paesi liberi e, non dimentichiamocelo, per tutti coloro che vivono in loro stretta vicinanza, i loro stessi compatrioti che si rifiutano di obbedire ai loro ordini. Questi nemici hanno dimostrato di non avere nessuno scrupolo nel cercare di arrecare il massimo danno possibile. Sono convinto che il terrorismo non nasca dall’ingiustizia o dalla povertà o da qualsiasi altra giusta causa. Al contrario, il terrorismo affonda le proprie origini nel fanatismo e nel totalitarismo. I terroristi di oggi non sono affatto una piccola minaccia. E non sono molto diversi dai nazifascisti o dai comunisti che hanno cercato di distruggere le nostre libertà. Il loro obiettivo è lo stesso, ma i loro metodi sono ancora più pericolosi. Questi nemici sono, senza dubbio, molto diversi da quelli che avevano cercato rifiugio dietro la Cortina di ferro. Tuttavia, hanno molte cose in comune, come il loro atteggiamento totalitaristico e il loro desiderio di applicare la propria ideologia a tutti i settori della vita pubblica e privata. Il nostro desiderio di pace universale non ci deve spingere all’ingenua convinzione che possiamo negoziare con chi si rifiuta di rispettare qualsiasi tipo di regola e cerca soltanto di distruggere le stesse fondamenta della nostra pacifica esistenza. I fondamentalisti islamici considerano le nostre società libere e aperte come l’autentica incarnazione del male, semplicemente perché vogliono realizzare l’esatto contrario. Ci odiano perché temono la potente e contagiosa influenza della libertà, perché temono che i loro Paesi vorranno seguire il nostro esempio. 
È proprio per questo motivo che i terroristi odiano l’ottimo lavoro - e lo dico nonostante tutte le difficoltà, e persino gli errori, che si sono compiuti, dato che nessuna impresa umana è priva di difetti - che gli Stati Uniti e altri Paesi alleati, Italia compresa, stanno svolgendo in Iraq. Gli esempi dell’Iraq e dell’Afghanistan, dove i cittadini ora possono eleggere liberamente i loro rappresentanti e decidere autonomamente il regime politico di loro preferenza, rappresentano un autentico incubo per chi sostiene il dominio totalitario. L’esempio offerto dai nuovi regimi della regione, con governi non più disposti a tollerare il terrorismo e interessati a promuovere il pluralismo politico, è la migliore notizia che si possa dare al mondo libero. Questa campagna per la diffusione della democrazia in tutto il Medio Oriente, questa agenda della libertà, ha un’importanza essenziale per la protezione delle nostre libertà. La nostra stessa sicurezza e libertà dipende dalla nostra capacità di diffondere la democrazia in tutto il mondo. Talvolta, però, mi domando se noi, qui in Europa, siamo davvero consapevoli di tutto questo. Ritengo che l’Europa debba agire con maggiore decisione, in collaborazione con i nostri alleati americani. L’appeasement non potrà funzionare. Ormai lo dovremmo sapere perfettamente. Se non ha funzionato con governi costituiti, che avevano almeno delle istituzioni rappresentative all’estero, non funzionerà certo con banditi che si nascondono nelle montagne o con Stati falliti che rifiutano di accettare le regole fondamentali della comunità democratica internazionale. Ho dichiarato in varie occasioni che chi condivide certi valori ha anche la responsabilità di difenderli. Spero davvero che il viaggio in Europa del presidente Bush e i suoi incontri con l’Alleanza atlantica e con il Consiglio europeo serviranno a rinsaldare una relazione che, per essere efficace, deve essere forte e incondizionata. Sono un convinto sostenitore dell’atlantismo. E perciò mi preoccupa che, in certe occasioni, sembriamo più interessati a creare un contrappeso per riequilibrare le politiche adottate dagli Stati Uniti anziché a riflettere sulle molte cose che potremmo realizzare insieme a loro. Il 12 settembre 2001, il titolo principale di un quotidiano spagnolo recitava: «Il mondo aspetta con il fiato sospeso la rappresaglia di Bush». Sembra chiaro che nell’immediato indomani del più spaventoso attentato terroristico della storia, alcuni ritenevano che la minaccia più grave non fosse rappresentata dai terroristi bensì dal presidente di una delle più antiche e solide democrazie del mondo. Ritengo che il pensiero debole, il pensiero di coloro che cercano sempre di trovare giustificazioni per i nemici della libertà, sia un pericolo di cui dobbiamo essere seriamente consapevoli. 
Sotto questo punto di vista, penso che il lavoro svolto da istituzioni come la fondazione liberal o dal think-tank che ho l’onore di presiedere abbia la massima importanza. Nella nostra difesa della libertà dobbiamo sempre combattere la battaglia delle idee, e non darla mai per persa. Dobbiamo continuare a disseminare liberamente le nostre idee, senza lasciarci intimidire da quelle che sembrano essere le tendenze dominanti in Europa. E quando parlo di «tendenze dominanti» non mi riferisco soltanto ad aspetti come quelli della sicurezza o delle misure prese in congiunzione con gli Stati Uniti. L’Europa deve essere consapevole del fatto che deve realizzare sostanziali riforme economiche, non tanto per riuscire a competere con gli altri Paesi del mondo, quanto semplicemente per mantenere gli attuali standard di vita. Non sono in grado di concepire nessuna politica sociale che non abbia come obbiettivo quello di assicurare a tutti il proprio posto di lavoro. E se vogliamo avere posti di lavoro, dobbiamo avere compagnie competitive. Sarebbe già abbastanza se i leader europei mantenessero semplicemente gli accordi su cui si sono impegnati. Mi riferisco, naturalmente, a impegni come l’Agenda di Lisbona e il Patto di stabilità e crescita. Avere permesso che l’Agenda di Lisbona finisse a un punto morto e che il Patto di stabilità fosse lasciato decadere sono due esempi perfetti di ciò che i leader europei non devono fare. Sono esempi di instabilità istituzionale, di debolezza nell’applicazione delle regole unanimamente accettate. Sono esempi delle conseguenze negative che l’economia mondiale ha avuto su quel clima di fiducia che precedentemente caratterizzava i rapporti tra i Paesi europei. La diagnosi fatta a Lisbona non era sbagliata. Il fatto che l’economia europea cresce a un ritmo quasi sistematicamente inferiore a quello degli Stati Uniti non è un caso. E non è certo il risultato di qualche disastro naturale. È un problema strutturale che può essere risolto soltanto realizzando sostanziali riforme. Sono convinto che mi comprenderete se dico che la politica con meno probabilità di fallire è quella fondata sulla diffusione della libertà. Questo significa maggiore libertà nei mercati europei, maggiore libertà nei nostri sistemi lavorativi e maggiore libertà nelle nostre reti commerciali. È questo che abbiamo cercato di realizzare a Lisbona, e ancora oggi è la migliore soluzione. Ritengo inoltre essenziale che il processo di mutamento istituzionale che l’Unione europea sta attualmente realizzando, con la ratifica del nuovo Trattato, non deve distrarre i governi dei venticinque Paesi membri da quella che, a mio giudizio, deve essere la loro priorità fondamentale. Gli aspetti istituzionali sono importanti. Lo sono sempre. Ma non dobbiamo dimenticare altri due aspetti essenziali: in primo luogo, che tutti i Paesi membri dell’Unione sono già delle democrazie costituzionali. Così, la loro stabilità istituzionale e i valori che predominano all’interno delle loro società sono già garantiti, indipendentemente da qualsiasi trattato europeo. Secondo, il modo per servire la causa della libertà tra gli stessi europei è quello di lavorare per garantire il loro benessere e la loro sicurezza. Se dimentichiamo le ragioni per cui ci siamo uniti, qualsiasi trattato, istituzione comune o dichiarazione di principi perde il proprio significato. Ho sempre pensato che gli europei dovrebbero unire le proprie forze per garantire una maggiore libertà e migliorare la qualità della nostra vita, per incoraggiare il resto del mondo a riporre fiducia in noi e per proteggere in modo più efficace il nostro stile di vita, fondato sul rispetto dei diritti individuali. Per di più, ho sempre pensato che non siamo e non dovremmo essere soli nel tentativo di raggiungere questi obiettivi. La comunità europea è soltanto una parte di una più ampia comunità occidentale, alla quale appartengono milioni di individui che non vivono in Europa. Più rimaniamo uniti con loro, migliore sarà questo mondo in cui viviamo.

(Intervento tenuto al convegno per i dieci anni di liberal 
“Le nuove frontiere della libertà” il 3 marzo 2005. Traduzione di Aldo Piccato) 
 

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