Sono un esperto di Medio Oriente e Islam, la mia analisi, quindi, verterà principalmente sulla regione che conosco in maniera più approfondita e non sulle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, inizierò proprio da quest’ultima tematica. Vorrei fare un passo indietro, all’11 marzo 2004: agli attentati di Madrid. All’epoca, era chiaro che le conseguenza immediata dell’attentato sarebbe stata rappresentata dal ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq e credo che, a lungo termine, alcune implicazioni cui è stato dato minor peso abbiano, invece, una rilevanza persino maggiore in termini di intenti dei fondamentalisti islamici e dei terroristi. Credo che le questioni più urgenti del nostro tempo quali la minaccia strategica del fondamentalismo islamico, ci abbiano unito ancora di più in quanto europei, in quanto americani, provocando un risveglio dinanzi a questa nuova realtà difficile e spiacevole, con la quale dobbiamo confrontarci ogni giorno. Ritengo che gli attentati di Madrid, le atrocità di Beslan e l’11 settembre ci portino a una conclusione univoca: esiste una sola minaccia generale, di natura mondiale. Una minaccia che richiede un grado di comprensione e cooperazione difficile da raggiungere. Mi riferisco alla minaccia non dell’Islam in quanto religione, bensì del fondamentalismo islamico. Mi riferisco all’ideologia politica del fondamentalismo islamico, che è un nemico sia dei non musulmani che dei musulmani. Infatti, le prime vittime del fondamentalismo, in Algeria, in Darfur sono, come Rushdi, esponenti del mondo musulmano. L’unica soluzione al fondamentalismo islamico è l’Islam più moderato. Il nemico strategico del mondo civile è l’Islam radicale e, quindi, la soluzione, è individuabile nell’Islam moderato. Vorrei dunque capire a che punto siamo nella guerra contro il terrore, quale sia il nostro nemico in questa guerra e dare qualche suggerimento in ordine ai reciproci obiettivi. Ritengo che questa guerra non sia iniziata l’11 settembre 2001. Essa cominciò, in realtà, nel 1979, quando Komeini prese il potere in Iran ed ebbe luogo l’assalto all’Ambasciata americana di Teheran. Da allora, gli occidentali in generale e gli americani in particolare, furono attaccati più e più volte. Dal punto di vista americano, è un attacco che dura da 22 anni (dal 1979 al 2001): attacchi che hanno colpito caserme, ambasciate, navi e hanno causato 800 vittime, alcune a Beirut, altre in Kuwait, in Africa orientale e negli Stati Uniti. In questi 22 anni, questi attacchi sono stati considerati dei crimini e non come una guerra. Non si è quindi cercato di distruggere il nemico, ma si è solo mirato a catturare il «colpevole». Non è stata condotta alcuna politica mirata; non si pensava vi fosse un’ideologia dietro questa escalation di violenza. Con l’11 settembre negli Stati Uniti e, successivamente in Europa, con gli attentati di Madrid, si è iniziato a comprendere che in realtà si viveva una situazione di reale guerra. Si è capito come questi atti non fossero semplici atti criminali, bensì facessero parte di una vera e propria strategia. Il risultato, quindi, è stata una risposta analoga, una guerra, quindi, quale quella messa in atto in Afghanistan e volta al rovesciamento del regime dei talebani. Ci si è concentrati, poi, su aspetti quali le politiche d’immigrazione, la sicurezza dell’aviazione civile. Ma un’altra dimensione di questa guerra è la difficoltà di comprenderne appieno il valore per politici e giornalisti. E quindi si parla sempre di guerra contro il terrore, il terrorismo, che ci ricorda la violenza e gli attentati. Ma in realtà, guardando tutto ciò in prospettiva, sul lungo periodo, credo che la dimensione politica, giuridica del fondamentalismo islamico sia ancor più pericolosa di quella terroristica. Dal 1979 al 2001 abbiamo vissuto la prima era, ora siamo entrati nella seconda era. La terza era comincerà quando inizieremo a occuparci di questa dimensione più prettamente ideologica, quando capiremo che il nemico non è rappresentato soltanto dai terroristi, ma anche dagli attivisti, dai giornalisti, dai filantropi, ricercatori e insegnanti, persino da chi si occupa di semplici giochi informatici. Dobbiamo imparare a comprendere il messaggio lanciatoci a Bali, e quello dell’11 settembre e dell’11 marzo a Madrid. Dobbiamo riconoscere il nemico ideologico e capire che esiste un vero e proprio movimento alla base di tutto ciò. E così come un medico non può curare una patologia senza prima diagnosticarla con chiarezza, lo stesso vale per noi. Uno stratega non può vincere una guerra senza individuare il nemico e ciò non è ancora stato fatto. Quindi, finché non lo faremo, non potremo mai registrare una vittoria. Chi è il nemico? Da alcuni dibattiti e discussioni emerge chiaramente chi sia il nemico da combattere. Emerge anche da alcuni commenti del presidente degli Stati Uniti. Nel settembre 2001, Bush ha asserito che il nemico è rappresentato dall’estremismo islamico, legato però anche ad altre tipologie di ideologie guerrafondaie quali fascismo e nazismo. Nel mese di agosto del 2004, ha affermato che parlare di guerra al terrorismo era errato: in realtà, si dovrebbe parlare di lotta contro un regime totalitario che utilizza il terrorismo per intimidire le persone libere. Qualche mese fa, il presidente americano ha affermato che siamo in guerra totale contro il terrorismo islamico, che può e deve essere battuto. Egli sta dunque andando nella direzione giusta, ma non ha ancora chiaramente descritto il nemico da affrontare. Questo nemico è rappresentato da un movimento totalitarista che, ovviamente, chiede aderenza totale alla legge segreta dell’Islam, ma che va al di là di questa legge. Crea una categoria completamente nuova di ciò che è permesso e di ciò che non lo è. È legato ad altri movimenti ideologici e raffrontabile al nazismo e al fascismo ed esprime la volontà di utilizzare qualsiasi mezzo per imporre la propria volontà ai sudditi di uno Stato. Si tratta del tentativo di espandere tale visione da uno Stato all’altro. Un movimento caratterizzato da spietatezza, intolleranza di qualsiasi violazione di queste regole, che si trova in totale contrapposizione rispetto al mondo occidentale. Quindi, una battaglia cosmica, per il percorso futuro dell’esperienza umana. È stato così con i fascisti e con i comunisti. È così ora con i fondamentalisti islamici.
Il fondamentalismo islamico si ricollega al fascismo e al comunismo, utilizza la religione come strumento di dominio. Mentre il fondamentalismo islamico ha origini religiose e affonda le proprie radici nelle tradizioni medievali, al contrario, il fenomeno moderno del fondamentalismo islamico risale agli anni Venti del Ventesimo secolo, un’era in cui si affermava e dominava il fascismo in Italia, così come in Germania e in Ungheria. Il fascismo era visto come la chiave del progresso. Alla fine degli anni Venti, il totalitarismo era all’apice dell’accettazione popolare, delle speranze. All’epoca, alcuni intellettuali islamici crearono una variante di questo movimento totalitarista, rifiutando l’influenza esterna, dividendo il mondo in due, con i musulmani da una parte e i non musulmani dall’altra e trasformando la religione islamica nell’islamismo: un’ideologia politica. I fondamentalisti islamici si considerano non come aderenti a una fede, bensì come credenti in un’ideologia. Dicono spesso non siamo socialisti, non siamo capitalisti: siamo musulmani. In genere, come nel caso di fascisti e comunisti, sono le persone più intelligenti, ambiziose e carismatiche a propugnare queste ideologie. Non sono i perdenti, bensì gli esponenti di maggiore spicco della società. Esiste una forma estrema d’intolleranza nei confronti dei non fondamentalisti, siano essi musulmani o no; vi è un odio profondo nei confronti dei musulmani che rifiutano questo messaggio e un odio profondo nei confronti dei non musulmani che rifiutano l’Islam. Il fondamentalismo islamico si fonda su una tradizione millenaria, misogina, anti-cristiana, antisemita, jihadistica. Una versione, quindi, di tutti gli aspetti negativi dell’Islam. Le conseguenze del successo dell’islamismo in Iran, Sudan, Afghanistan, Bangladesh, saranno rappresentate dal dominio della tirannia sui sudditi, una stagnazione intellettuale, la repressione delle donne e dei non musulmani, la proliferazione degli armamenti e l’aggressione militare. E non si tratta di un fenomeno unico. Esistono diverse forme di radicalismo islamico, violente e non violente; espressioni diverse quali quelle avute in Egitto, Arabia Saudita, India. Si tratta di un fenomeno molto complesso. Le cause dell’emergere di queste ideologie sono spesso indicate nella povertà, nelle frustrazioni, nelle privazioni o in alcuni aspetti della politica estera degli Stati Uniti, israeliana o saudita. Ma oltre a questi fattori di contorno, esistono indubbiamente cause molto più profonde. La civiltà della frustrazione. Duemila anni fa il mondo islamico era all’avanguardia dal punto di vista tecnico e militare. Oggi non è più così. La questione è: cos’è che è andato male? Come possiamo risolvere questi problemi? Come possiamo modificare questa forma d’islamismo? In generale, i fondamentalisti costituiscono il 10-15% circa del totale dei musulmani. Si tratta, dunque, di una percentuale esigua in termini relativi, ma di un numero di persone elevato in termini assoluti. Cinquanta milioni di fondamentalisti su un miliardo di musulmani. Ciò che li caratterizza è la devozione, la ferma volontà di sacrificarsi. Così come è stato per altri movimenti totalitaristi, hanno un forte impatto. Si tratta di forze mondiali. Il fondamentalismo islamico è un fenomeno tipico del Medio Oriente, che si è poi diffuso in Nigeria, Bangladesh, Indonesia. In questi tre Paesi abitano 400 milioni di musulmani. Naturalmente i fondamentalisti sono molto presenti anche qui, soprattutto in Europa occidentale, e negli Stati Uniti, dove possono contare su una società libera e progredire. Infatti, in Occidente, occupano anche posti chiave delle istituzioni. Ecco dunque il nemico. Non è l’Islam, non sono i musulmani. Si tratta dell’ideologia profondamente utopica dell’islamismo.
Quali devono essere quindi i nostri obiettivi? Come far leva su un Islam moderato? Sono due i provvedimenti da adottare: sconfiggere l’Islam radicale e incoraggiare le riforme promosse dall’Islam moderato. Per sconfiggere l’Islam radicale, occorre fare qualcosa di simile a quanto già fatto nel ’45 e nel ’91. Nel ’45 v’è stato il crollo del fascismo, che ha cessato di essere un’ideologia capace di minacciare l’ordine mondiale. Certo, esiste ancora, ma non è più ciò che era. Così come il comunismo dopo la fine dell’Unione Sovietica e la trasformazione della Cina, che è oggi un Paese profondamente diverso rispetto a quindici anni fa, non più dominato da un’ideologia che minaccia l’ordine mondiale. Certo, è sempre l’ideologia comunista a ispirarne la classe dirigente, ma non ha più le stesse caratteristiche. Nel ’45, ovviamente, si è fatto ricorso alla forza militare. Nel ’91, invece, sono stati messi in campo strumenti politici e diplomatici. La combinazione di questi due fattori comporterà la fine dell’islamismo radicale quale minaccia per l’ordine mondiale. Non intendo ora soffermarmi sui dettagli relativi alla strategia da attuare per raggiungere tale obiettivo. Desidero soltanto far presente che abbiamo bisogno di una vittoria, come quelle ottenute in passato contro altri movimenti totalitaristi, molto diversi, certo, e per questo anche le vittorie saranno diverse. L’obiettivo, comunque, è quello di screditare queste ideologie, emarginarle e far sì che cessino di costituire una minaccia per il mondo. Nel contempo, o successivamente, dovremmo collaborare con i musulmani anti-islamisti al fine di elaborare un nuovo approccio all’Islam. La riforma dell’Islam si pone quale questione fondamentale del nostro tempo. Tale riforma è auspicata da tutti i Paesi occidentali e lavorare insieme ai musulmani per comprendere cosa realmente significhi essere musulmano è fondamentale sia per le relazioni internazionali che per le singole nazioni. Fino a quando il fondamentalismo islamico, l’islamismo radicale dominerà nelle moschee italiane così come in quelle del resto del mondo, il problema non potrà essere affrontato. La chiave consiste nel concentrarsi sulle idee. Il radicalismo islamico è costituito da una serie di idee: ideali e concetti di grande impatto, come fascismo e comunismo, elaborati dai musulmani. Non è possibile, quindi, per un governo laico, non musulmano, promuovere ideologie di questo tipo; deve trattarsi di un governo musulmano. Ma oggi, gli anti-fondamentalisti hanno grandi difficoltà a far sentire la loro voce in assemblee pubbliche. Vengono spesso minacciati, intimiditi. E ho visto più volte personaggi ritirarsi dall’arena pubblica. È essenziale che le istituzioni pubbliche, a cominciare dai governi, ma anche le istituzioni religiose, le università, i mass media, incoraggino, sostengano, pubblicizzino le forze anti-fondamentaliste tra i musulmani cosicché, con il tempo, sia possibile elaborare una piattaforma alternativa, un modo alternativo di guardare all’Islam.
Molti considerano l’Islam come un fenomeno statico, lo è sempre stato da un certo punto di vista ma, in quanto storico dell’Islam, posso assicurarvi che, in realtà, lo scenario è profondamente cambiato nel corso degli ultimi 1400 anni e continuerà a mutare. Già da quando ho iniziato a occuparmi di questa materia, cioè dal 1969, ho notato cambiamenti molto significativi. L’Islam radicale non costituiva una minaccia all’epoca, mentre oggi lo è. Spero, tuttavia, che alla fina della mia carriera torni a essere una forza di poco conto. Tutto è cambiato nello spazio di soli 36 anni, quindi la situazione muterà ancora. Ora è necessario che il mondo esterno, il mondo non musulmano, sostenga questo processo e lo agevoli. Il problema non è lo scontro di civiltà, bensì di guerra civile tra musulmani. Cosa significa essere musulmano? Come viene intesa la religione dai musulmani? Noi, nel mondo occidentale, possiamo soltanto agevolare questa battaglia con strumenti militari, d’intelligence, il sostegno garantito al nuovo lavoro intellettuale. Possiamo aiutare i nostri nemici o lottare contro di essi, ma non possiamo prendere il loro posto. Quindi questo è il momento più radicale della storia dell’Islam. Negli ultimi quattordici secoli non si è mai registrato un momento di difficoltà come quello attuale. La situazione potrebbe senz’altro peggiorare, ma è molto più probabile che migliori. Io sono profondamente ottimista. L’Islam radicale si nutre dei successi conseguiti e, naturalmente, quando registra delle sconfitte perde la sua forza. Quindi, se noi capiamo chi è il nostro avversario e prendiamo i provvedimenti necessari (e non ho dubbi sulla nostra capacità di farlo), non ci vorrà poi molto tempo e potremo ridurre l’attrattiva dell’Islam radicale, emarginarlo e gettarlo nel cestino della storia. È qualcosa che dobbiamo fare non in quanto europei o americani, bensì in quanto popolo civile: collaborare con i musulmani anti-fondamentalisti deve diventare una priorità.