Qual è il momento storico che stiamo vivendo? E in che modo lo stiamo vivendo in termini di relazioni transatlantiche? Queste due domande aprono due problemi che non sono semplicemente insorti tra Europa e Stati Uniti, ma che dividono l’Europa e anche gli Stati Uniti. Qualcosa che rientra nell’ambito dello scontro delle idee, che non segue confini geografici prestabiliti. V’è una constatazione alquanto agevole da fare. Fino a poco tempo fa, decine di milioni di europei occidentali si riversavano periodicamente nelle strade, manifestando contro la guerra in Iraq e definendo Bush, così come Sharon, un assassino. Si è trattato di manifestazioni molto accese e violente dal punto di vista verbale e intellettuale. Nelle settimane seguenti al viaggio in Europa di Bush e di Condoleezza Rice abbiamo assistito a sparute manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq. Stiamo quindi vivendo un momento di grande cambiamento. Tornando indietro nel tempo con la memoria, ci ricordiamo di come si aizzassero grandi folle all’epoca della guerra di Corea. Durante la guerra del Vietnam, Nixon aveva suscitato l’ostilità dell’opinione pubblica e lo stesso è accaduto a Ronald Reagan. Ma cosa succede all’improvviso? Dove sono finiti i milioni di individui che definivano Bush nazista, ad esempio? Ne rimane una sparuta minoranza. Cosa è successo, allora? È possibile fornire due interpretazioni. Innanzitutto, ce n’è una «breve», che consiste nell’asserire che sono accadute diverse cose, tra cui le elezioni americane, poi quelle in Afghanistan e in Iraq. E si tratta di eventi che, effettivamente, oggi non alimentano l’odio contro gli americani. Ma si tratta di una situazione momentanea. Infatti, nulla di sostanziale è realmente mutato: Bush si mostra cordiale, ma il suo è un atteggiamento diplomatico; mantiene, comunque, il suo modus operandi, continua ad avere un pugno di ferro in un guanto di velluto. C’è anche chi può asserire di aver avuto ragione, perché ora Bush asseconda quanto da altri sostenuto sin dall’inizio. E questo è il caso della Francia di Chirac. Ma bisogna sempre evitare le interpretazioni troppo semplicistiche, perché ciò significa che nulla è cambiato. Negli anni Settanta e Ottanta, abbiamo vissuto in Europa una stagione caratterizzata dal terrorismo, che poi, a un certo punto è scomparso. E cosa dicono, oggi i terroristi, soprattutto in Italia? Dicono che non era il momento giusto. Non condannano il terrorismo e le loro azioni, ma asseriscono semplicemente di aver fatto un errore di tempistica. Io ritengo che una parte importante dell’opinione pubblica europea occidentale continui ad avere la stessa opinione espressa nelle manifestazioni di due anni fa e aspetta semplicemente di esprimerla nuovamente al momento propizio.
Quello attuale non è un momento storico qualsiasi: stiamo vivendo, infatti, un momento di grande rilevanza per la storia del Ventunesimo secolo. Non si tratta solo di guerra contro il terrorismo, come l’abbiamo definita, ma di qualcosa di più. È, appunto, la guerra della democrazia, della società civile contro il terrorismo. Gli elettori afghani e iracheni sono musulmani, e sono stati minacciati di morte. Si tratta, quindi, davvero di un sollevamento della popolazione che dà prova di un grande coraggio civile e brandendo la scheda elettorale la oppone ai kalashnikov, la oppone alle minacce di morte. Tutto ciò non è completamente nuovo. Bisogna ricordare come gli algerini abbiano vissuto, nella più completa solitudine, dieci anni di terrorismo islamico e come abbiano infine vinto. Hanno vinto quando la popolazione si è recata a votare, nonostante fosse stata minacciata di morte ove lo avesse fatto, ove si fosse recata alle urne. Nel ’95 abbiamo visto code di algerini, anche donne e bambini, che aspettavano di votare malgrado la presenza di terroristi che hanno continuato a portare avanti i loro piani di attentati. Si tratta di coraggio civico. Ed è l’incontro di due movimenti storici. Da una parte il movimento presente, attuale. Lo abbiamo visto in Afghanistan e in Iraq. Jumblatt, un cinico, diremmo addirittura un nichilista, di certo scettico rispetto all’intervento americano in Iraq, ha detto: «Devo constatare che il voto degli iracheni rappresenta una sorta di seconda caduta del Muro di Berlino». Ma questo movimento va ricollegato con quello più antico e fondamentale, che ha già modificato il volto dell’Europa. Anche in quel caso, vi sono state rivolte contro il dispotismo che hanno avuto successo. Se ne può far risalire l’origine, forse, a Berlino nel ’53. È poi proseguito con l’ottobre polacco, con la rivolta di Budapest, con la rivolta dei dissidenti russi negli anni Sessanta, a Praga nel ’68 e in Polonia con Solidarnosh negli anni Ottanta, per continuare con la caduta del Muro di Berlino, la democratizzazione dei Balcani, la resistenza ai tentativi di Milosevic di pulizia etnica e poi - altro trionfo - in Ucraina e in Georgia. Questo movimento di rivolta della popolazione civile a favore della libertà è lo stesso movimento che sembra iniziare nel mondo arabo e in Medio Oriente. Quindi, non una semplice circostanza, bensì un movimento di fondo dei popoli contro il terrorismo, a favore della democrazia. È questo che crea il cambiamento. Si può asserire che si tratti soltanto di una casualità, di una contingenza e in effetti molti lo penseranno. Tuttavia, ciò non impedisce che altri possano cercare di essere più intelligenti e pensare diversamente. I terroristi degli anni Sessanta e Settanta sono ancora abbastanza vigorosi e altrettanto efficaci, ma continuano a sbagliarsi rispetto al momento giusto: è sempre il momento sbagliato. Se pensano che il momento giusto sia quello dell’offensiva antiamericana e anti-imperialista continuano a sbagliare. Ma noi non dobbiamo necessariamente sbagliare con loro.
Per passare al secondo punto, mi chiederei, quindi, come viviamo noi tutto questo. Direi che viviamo questo momento in maniera molto contraddittoria e divisa. Vorrei ricordare, a tale proposito, quanto dicevano ironicamente i sovietici alla fine della guerra fredda: «Voi, atlantisti, vincitori, europei, occidentali, sarete molto tristi: non avrete più nemici e non saprete più neppure cosa fare». Forse la loro era una battuta molto intelligente. Ma la verità era che il Patto atlantico e l’Alleaza atlantica erano stati realizzati contro il totalitarismo, e la caduta dell’Unione Sovietica e del suo impero ha in effetti dimostrato che la comunità di valori sostenuta dall’Alleanza atlantica era stata spesso una comunità di omonimie. In effetti, tutti eravamo a favore della democrazia; dopotutto, anche Stalin lo era! E anche Putin lo è, e tutti lo siamo. Ma si tratta di un’omonimia, perché noi non attribuiamo tutti lo stesso significato allo stesso termine. E questo vale anche per l’Alleanza atlantica. V’è sempre questa tendenza, in seno all’Alleanza atlantica, a indicare con la stessa parola cose alquanto diverse. Ritengo che quando si definisce l’avversario o l’avversità - perché potrebbe anche non esservi un solo nemico - ebbene, è in quel momento che si comprende come sia possibile cercare di capirsi rispetto al significato delle parole e credo che per dieci anni l’Alleanza atlantica e gli europei abbiano molto esitato a comprendere e ad attribuire uno stesso significato alle parole, partendo dall’idea che tutto fosse finito, che non esistessero più nemici né avversità e che tutto si riducesse a chiedersi: «Siamo un po’ più liberali, oppure più partigiani dello Stato dell’opulenza?». Ma questo, però, non era l’unico problema. In effetti, chi voleva vedere ha visto che ve ne erano degli altri. Chi ha voluto vedere, chi aveva gli occhi aperti e lo spirito inquieto, ha visto accadere delle cose. Cose che si chiamano Ruanda, genocidio, fine del Ventesimo secolo, un milione di tutsi trucidati in tre mesi, a un ritmo, quindi, di 10 mila al giorno. Nel silenzio del mondo. Ma questi non sono gli unici eventi cui abbiamo assistito. Abbiamo visto anche, per dieci anni, Milosevic spopolare l’ex Jugoslavia con tentativi di pulizia etnica. Abbiamo visto Eltsin e Putin riaccendere una guerra coloniale che dura da 300 anni in Cecenia; abbiamo visto tante altre cose, alcune delle quali davvero mostruose. Ad esempio, bambini algerini tagliati a pezzi dai terroristi. Abbiamo visto tutto questo e non abbiamo reagito. O lo abbiamo fatto molto raramente... Se riflettiamo su quanto abbiamo visto, possiamo dire che è quello il volto della nuova avversità, il volto del nichilismo del Ventunesimo secolo.
Cosa si definisce come nichilismo? Cerchiamo di analizzarne l’anima, la mente, lo spirito. Il nichilismo, nella sua accezione più generale, è la volontà o il gusto di distruggere. È la distruzione per la distruzione, quindi, la distruzione fine a se stessa. E bisogna comprendersi: la distruzione è un’azione comune nella vita di ogni giorno. Un bambino, ad esempio, distrugge un giocattolo per vedere cosa contiene. Nel Rinascimento, la lezione di anatomia era un modo, forse un po’ inquietante - prima era vietato - per capire cosa contenesse il corpo umano. Vi sono quindi distruzioni positive. E si dice anche che l’economia moderna funzioni sulla base della distruzione costruttiva, la distruzione produttiva, la distruzione che inventa tramite questo processo e, in questo senso, la distruzione non è nichilismo. Ma esiste un altro aspetto della distruzione: si tratta della distruzione fine a se stessa. Ed è qui che arriviamo al nichilismo. Si può trattare di un godimento. Si tratta di qualcosa di molto antico. Con le Baccanti abbiamo il godimento; lo abbiamo con il sogno di cui parla Platone, il sogno di un uomo di andare a letto con la madre e uccidere il padre, tra le altre cose. È lo stesso godimento legato alle cassette pornografiche che si trovano un po’ ovunque. E può trattarsi anche di un godimento dato dalla distruzione per la distruzione. Agave, la regina, teneva in mano la testa del leone che aveva ucciso: tutti vedevano che non si trattava di un leone. Il sacerdote le intimò di guardare il cielo blu e, riabbassando lo sguardo su quello che credeva essere un leone, Agave si accorse di tenere in mano il proprio figlio, il figlio che aveva appena ucciso. Quindi, esiste un godimento della distruzione fine a se stessa, una sorta di sogno. V’è anche l’azione distruttiva volta alla distruzione. Ricordiamoci che gli estremisti, in Algeria, hanno lanciato una fatwa alle autorità, autorizzandole a uccidere i bambini musulmani: al fine di evitare loro ogni compromissione con un mondo corrotto, è meglio ucciderli, in modo che giungano più direttamente in paradiso. Si tratta della passione di distruggere gli altri e, alla fine, di distruggere anche se stessi. Perché quello che abbiamo visto, in tutti i movimenti di questo tipo, è la loro capacità di autodivorarsi. E il simbolo più significativo è proprio costituito dalla bomba umana, che si suicida uccidendo gli altri. È una pratica corrente. In Algeria, ad esempio, le cellule terroriste assassine si sono uccise anche a vicenda e questo ci lascia anche una certa forma di speranza. Ma c’è anche qualcosa di più di questa passione fine a se stessa: si tratta della passione per il sapere. Non è solo il godimento assoluto, l’azione assoluta, ma anche il sapere assoluto. Se davvero vogliamo che parole e azioni coincidano perfettamente, raggiungendo quindi la perfetta coincidenza tra mente e realtà, ebbene, il solo momento in cui si è certi che ciò che diciamo e pensiamo corrisponda esattamente a ciò che facciamo, il solo istante certo dell’unione tra teoria e pratica è quello in cui distruggiamo completamente ciò che abbiamo tra le mani e nel pensiero. Perché una volta distrutto tutto, il nostro pensiero distruttivo corrisponde alla nostra attività distruttrice e quello che è stato distrutto non può contestarlo. Esiste quindi una forma di sapere e passione assoluta per la distruzione, che i Greci avevano ben individuato e che affiora nel Ventesimo e Ventunesimo secolo.
Questa volontà di distruggere non è solo fine a se stessa, vi è anche il denominatore comune di tutti i totalitarismi che abbiamo vissuto nella nostra epoca. Certo, il fascismo hitleriano, il totalitarismo comunista e il fanatismo islamico assassino chiedono un domani diverso, la grazia eterna o la visione di un mondo ultraterreno in cui siamo accolti da 40 o 80 vergini. Ma è il diritto di uccidere chiunque il denominatore comune nichilista tra bolscevichi di ferro, SS e fanatici della morte in nome di Allah. Proviamo a immaginare un dialogo, a Manhattan, tra una donna delle pulizie nelle Torri gemelle e Mohamed Atta. La donna con la scopa in mano gli chiederebbe: «Perché? perché io?». E Atta le risponderebbe che non c’è alcun perché. È questa la risposta che fu data, ad Auschwitz, a Primo Levi da un SS. Il terrorismo attacca chiunque, in maniera indiscriminata: chiunque si trovi a Manhattan, o chiunque sia nato ebreo, oppure non abbia votato per la persona giusta, ovvero sia un contadino algerino. Quindi, è l’assassinio di chiunque, tutto è consentito. Questo «tutto è permesso» si ritrova quale denominatore comune in tutti i totalitarismi. Ma c’è una terza caratteristica di questo nichilismo che è apparso sul pianeta come una peste e si è presentato nel suo trionfo. Si tratta della sua natura «internazionale». È una sorta di lingua franca, una sorta d’Internazionale dell’azione e dell’operazione che va al di là delle frontiere. Senza frontiere morali, senza tabù, senza scrupoli, ma anche senza frontiere religiose. È questo il punto importante. Avete esempi quale quello del dottor Abdul Qaadeer Khan, inventore pachistano della bomba atomica. Egli traffica con tutto il mondo: con la Corea del Nord, con gli sciiti e i sunniti, con i militari - siano essi libici o, in passato, argentini o brasiliani. Abbiamo, quindi, una sorta di comunicazione senza frontiere, che va oltre tutto e diventa una sorta d’Internazionale, senza ufficio politico, senza un’organizzazione centrale ma, in ogni caso, un’Internazionale che si ispira ad alcuni modelli e fa in modo che il terrorismo possa essere ovunque e interagire con altri terrorismi. C’è anche l’esempio di Milosevic. Nel suo partito, c’erano razzisti di stampo nazista, ceceni ad esempio. C’era poi sua moglie, che era una marxista di estrema sinistra e Milosevic stesso che si collocava al centro. C’erano poi le chiese ortodosse che benedicevano i killer. Esisteva, quindi, questo cocktail, che rispecchia la situazione generale attuale. Questa è la definizione del nichilismo: volontà di distruggere per distruggere, denominatore comune di qualsiasi totalitarismo e lingua internazionale dell’azione distruttiva.
Desidero sottolineare che, a fronte di questa azione, la comunità internazionale dovrebbe reagire, ma ha delle difficoltà a farlo. Se vogliamo, per essere concisi, alla definizione del nichilismo dovrebbe seguire una sorta di geopolitica del nichilismo stesso. Abbiamo i corpuscoli di base, i piccoli Stati «canaglia» o assassini, e questo è il primo livello del nichilismo. Sono coloro i quali propugnano il nichilismo duro, quello dell’assassinio. V’è poi un secondo livello, sul quale desidero attirare l’attenzione. Si tratta degli Stati «padrini». Perché se il nichilismo è il potere di impressionare il popolo tramite l’assassinio e i rapimenti - sappiamo bene che Bin Laden ha cercato di influenzare una campagna elettorale servendosi degli ostaggi - esistono in questo secondo livello Stati che sono in grado di sfruttare l’assassinio tramite vie intermedie, sebbene non ne siano direttamente responsabili. Questi Stati «padrini» possono essere moderni e svolgere anche un ruolo di ammodernamento. Penso in particolare a uno Stato, che da Pietro il Grande s’ispira al concetto di modernizzazione e assume a modello l’Occidente, in materia di arsenali così come di istituzioni, persino di architettura. Si tratta, infatti, di uno Stato che è in grado di prendere in prestito qualsiasi cosa dall’Occidente, salvo una. Non sono io a dirlo, bensì l’anarchico Serge Vicrot, amico di Lenin ma profondamente contrario alla dittatura comunista, il quale asseriva che i russi erano in grado di prendere in prestito tutto, salvo il rispetto dei diritti dell’uomo e l’uguaglianza dinanzi alla legge. Sfortunatamente, questo è vero oggi così come lo era ieri. Sono stati compiuti dei tentativi, ad esempio con la liberazione dei serbi e durante la guerra del 1914 con l’istituzione di uno Stato di diritto, ma non sono andati a buon fine. L’ultimo è stato compiuto da Gorbaciov. Le cose sono possibili, ma dobbiamo capire che non siamo di fronte a un Paese arretrato, ma a uno Stato moderno che si modernizza senza civilizzarsi. Molte nazioni hanno trascorsi di lotte anticoloniali, hanno acquisito l’indipendenza e vogliono acquisire dall’Occidente tutte le armi del potere, industriale ed economico, ma non accettano ciò che progressivamente e in modo imperfetto abbiamo istituito: dei freni, dei paletti che vengono posti all’onnipotenza della tecnica, paletti che si chiamano pari diritti, libertà di stampa ecc. Ci troviamo, quindi, dinanzi a un secondo livello nichilista che non è direttamente assassino, ma che uccide tramite intermediari, praticando la vendita di armi, ad esempio. Si tratta di un livello ancora più importante rispetto a quello degli Stati canaglia. Basti pensare alla Russia, alla Cina, all’Arabia Saudita che ha svolto il ruolo di Stato «padrino» nell’attentato delle Torri gemelle di Manhattan.
Il terzo livello del nichilismo è costituito, poi, da coloro i quali non vogliono vedere le cose, non vogliono riconoscere ciò esiste, e da un numero cospicuo di Stati. È costituito da quelli che Lenin definiva gli «idioti utili», quelli che pensano che in fin dei conti il nichilismo e gli assassini non esistono, che vi siano dei bambini sfortunati che muoiono, che la causa di tutti i mali è la povertà, l’umiliazione e queste spiegazioni invadono la stampa e le strade. Chi pensa così conclude che il male non esiste, che non c’è nulla oltre la miseria. È una spiegazione grottesca, oscena, in base alla quale si diventa assassini perché si è poveri, si è vissuto male, perché i genitori non sono stati buoni. Ma dire questo significa insultare coloro i quali, nonostante le difficoltà della vita, non sono diventati assassini, persone che hanno avuto una vita difficile e genitori non meravigliosi, o che abitano in quartieri marginali ma non per questo diventano bombe umane. Quindi, l’idea è che la persona umiliata possa diventare un assassino. Ora, nella storia dell’umanità c’è una maggioranza che ha vissuto situazioni difficili senza per questo diventare assassini. Non si tratta di vigliacchi, bensì di esempi e se queste persone oggi votano contro il terrorismo dobbiamo onorarle, inchinarci al loro cospetto e non giustificare gli assassini imputando i loro gesti alla povertà. Esistono molti «idioti utili» che pensano che il male non esista e che la grande difficoltà che si pone per l’Occidente, da quando l’Occidente è Occidente, quindi sin dall’antica Grecia, è mettere in discussione valori quali il bene e la libertà. Dobbiamo sempre interrogarci a questo proposito e unirci. Ciò che è brutto, terribile, ciò che è soltanto una minaccia per tutti nel relativismo, non è soltanto il relativismo rispetto alla religione, rispetto al bene. Vi sono persone che credono in Dio, altre che non ci credono, altri ancora che credono a un proprio Dio. Ma non è il relativismo rispetto al bene che pone dei problemi, bensì quello rispetto al male: quelli che negano l’esistenza del male, che ad Auschvitz ci fossero camere a gas - certo gli ebrei hanno sofferto, ma non c’erano fuochi e fumo - che equiparano Sharon a Hitler, che dicono che se Manhattan è saltata in aria è soltanto perché l’America si comporta male, che si tratta di un regolamento di conti, della punizione dei cattivi. In Italia c’è un nichilismo muto: non si è assassini ma si lasciano agire gli assassini. In Machiavelli si legge la definizione di quello che viene chiamato il partito della pace che non vuole mobilitarsi per eliminare una delle dittature peggiori al mondo. Cosa dice Machiavelli? Che il partito della pace ha come assunto che non si debba dire male del male. Non è Saddam Hussein il cattivo, bensì coloro che dicono male di lui.
In conclusione, voglio dedicare una riflessione a un popolo che ha perduto 200 mila individui su un totale di appena un milione di anime: si tratta dei ceceni. Ebbene, 200 mila ceceni equivarrebbero, in termini proporzionali, a 10 milioni di italiani e a 33 milioni di americani. Bush aveva ragione. Perché non imbracciamo le armi diplomatiche per decretare la fine della guerra in Cecenia? Per quale ragione lasciamo che Putin agisca? Ritorniamo allo Stato «padrino». Non è una questione di educazione o di compassione. Io conosco i ceceni, ho vissuto con loro e il fatto di assistere alla distruzione di un popolo che si trova vicino a noi e che viene colpito per la terza volta, dopo essere stato oggetto di attacchi da parte degli zar e dopo aver subito le deportazioni di Stalin, è una cosa che rattrista davvero la mia vita. Ognuno la pensa a modo proprio sull’argomento, ma per quale motivo accettiamo quanto sta facendo Putin? Peché agisce così? Non vi sono interessi strategici, vista l’esiguità della popolazione. Si potrebbe circoscrivere l’area e cooperare con gli indipendentisti, che non sono fondamentalisti islamici e propongono di smilitarizzare la Cecenia sotto il controllo internazionale, alla stregua del Kosovo. Quindi, per quale ragione Putin non accetta di farlo? Per il petrolio? Non credo, perché anche questa risorsa è molto limitata. Si tratta piuttosto di un interesse «pedagogico». Dobbiamo rileggere l’ultimo romanzo di Tolstoj che tratta della guerra del Caucaso, che descrive il confronto tra caucasici ceceni e lo zar Nicola I. Alla fine, la testa del capo viene presentata a Nicola I. Questo romanzo non è stato pubblicato all’epoca degli zar. L’opposizione del ceceno rappresenta la libertà - così come le donne caucasiche sono per tutta la letteratura russa il simbolo della bellezza - lo zar, invece, rappresenta soltanto colui che ha spopolato il Caucaso. Dobbiamo riflettere su quanto il generale che ha inventato la guerra di sterminio in Cecenia nel 1820 scriveva allo zar: «Questo popolo ceceno ispira, in virtù dell’esempio che offre, uno spirito di rivolta e di amore per la libertà, anche negli ambiti più cari a Sua Maestà». Che cosa dice il generale? È necessario fare la guerra ai ceceni fino alla fine, altrimenti ne scaturirà un cattivo esempio, non tanto per la teoria del dominio nel Caucaso, quanto per i russi stessi. E da quel momento, la guerra nel Caucaso, condotta prima dallo zar, poi dai bolscevichi e oggi da Putin è un esercizio di pedagogia rivolto ai russi. Si vuole spiegare loro che, ove non accettino gli inquilini del Cremlino, la loro sorte sarà simile a quella dei ceceni. È un esempio, proprio come le esecuzioni pubbliche, solo che in questo caso si tratta dell’esecuzione pubblica di un popolo. Perciò non è soltanto per compassione che dovremmo essere solidali e dovremmo chiedere a Putin di fare la pace, ma anche per una questione di realismo, perché quello che accade in Cecenia è l’insediamento di un’autocrazia nichilista. Ne abbiamo altri esempi nelle elezioni in Ucraina e nel volto di Victor Yushenko. È una questione di realismo e di morale, sebbene viviamo in un’epoca in cui non è più possibile contrapporre realismo e morale. Essere morali, difendere i diritti dell’uomo significa essere realisti e, viceversa, essere realisti significa difendere il rispetto dei diritti umani. Bush ha asserito che, per sessant’anni, ci siamo sbagliati nel ritenere che sostenendo il dispotismo - e pensava forse all’Arabia Saudita, sebbene non l’abbia detto chiaramente per ragioni diplomatiche - ci saremmo assicurati la stabilità. In realtà, si è verificato l’opposto. Era una critica rivolta al padre, rivolta a chi ha negoziato in Arabia Saudita la sicurezza del trono. Ciò è stato pagato a caro prezzo ed è costato caro mettere da parte coloro che si battevano per la democrazia e la libertà. Spero che questa lezione di realismo, che è anche una lezione morale, possa trovare posto nell’agenda delle riflessioni.
(Traduzione di Valentina Maiolini)