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Private equity

LIBERAL BIMESTRALE
di Guido Crosetto
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Lo scorso febbraio, la Fiat metteva fine a un contratto quinquennale con il colosso americano General Motors annullando per un valore di 1,5 miliardi di euro anche la contesa opzione put, quella che avrebbe obbligato Gm a comprare il settore Auto. Senza dubbio l’operazione realizzata dall’amministratore delegato Sergio Marchionne merita l’applauso del mondo politico e industriale, aprendo nuove prospettive per il rilancio di una realtà che è riduttivo considerare solo «un’azienda». La Fiat è un simbolo, un’identità, una componente fondamentale del Dna economico e sociale non solo di Torino o del Piemonte, ma dell’Italia in generale. Non è quindi possibile, per chi si occupa di politica, non considerare il caso Fiat uno dei nodi principali della situazione italiana. Il rapporto tra lo Stato e il Gruppo è da sempre al centro della scena politica. Molti attori sociali reclamano una maggiore incisività dell’Ente pubblico nella gestione dei problemi dell’azienda, dimenticando i 10 mila miliardi che negli ultimi quattro anni - 1999-2003 - lo Stato ha versato per sussidi vari, di cui 1.135 miliardi di vecchie lire per integrazioni salariali, 700 miliardi di oneri per prepensionamenti, 300 per le indennità ai lavoratori in mobilità, 6.059 di finanziamenti agevolati al Mezzogiorno, 328 di contributi a fondo perduto per la legge 488/92, 600 per esenzioni fiscali e 900 per incentivi alla rottamazione in base alla quota di riferimento sul mercato. Questo dimostra che i problemi della Fiat non si possono risolvere unicamente con i finanziamenti pubblici, ma al contrario, con una differente gestione del prodotto aziendale: ricerca, nuovi modelli in grado di competere con i mercati europeo e internazionale, un più oculato rapporto con il sistema creditizio in modo da non risultarne soffocati. La tanto esaltata «soluzione Fiat-Gm» non risolve i problemi del Gruppo. Negli ultimi sette anni, Fiat Auto ha accumulato perdite per un totale di 9 miliardi e 602 milioni di euro. Nel 1988 il Gruppo era il primo costruttore di vetture in Europa, con una quota di mercato del 14,93%, seguito da Volkswagen con il 14,87%. I dati aggiornati al marzo scorso riportano il crollo dell’Azienda torinese al sesto posto in graduatoria, per una percentuale di mercato del 6,2% (mentre altri gruppi europei come Peugeot, Renault, Volkswagen hanno mantenuto posizioni, difendendosi dall’attacco di produttori mondiali ed extraeuropei).
Incertezza sul futuro dell’azienda. Eventuale esubero del personale. Credito a rischio. Rapporti con le banche che si dovrebbero chiarire dopo l’estate. In questo scenario incerto, una soluzione è stata fornita nel marzo scorso attraverso la proposta di private equity elaborata da Forza Italia. In breve, il progetto parte dalla pesante situazione debitoria delle aziende fornitrici. Può sembrare un paradosso, in realtà i grandi gruppi - la Fiat in particolare - hanno nel tempo sostenuto progetti e ricerca dei loro satelliti, a lungo andare, però, il rapporto tra capitale e indebitamento si è fatto sempre più sfavorevole alle imprese, generando una crescente difficoltà nel reperire risorse dalle banche. Ne è conseguito il rischio della progressiva paralisi di un settore - l’indotto auto - che, soltanto in Piemonte, dà lavoro a 50 mila persone distribuite in circa 1400 stabilimenti (1200 in Provincia di Torino), e che fattura l’imponente cifra di oltre 13 miliardi di euro. All’epoca, avevamo lanciato l’ipotesi di trasformare questa debolezza in una forza, ribaltando la logica del ripiegamento in una politica che puntasse a restituire competitività a tutto il sistema. In che modo? Con la costituzione di un fondo - della durata di 8-10 anni - capace di accompagnare un settore oggi in difficoltà verso la ripresa. Tale fondo potrebbe acquisire i crediti che il Gruppo Fiat ha verso i fornitori. La scelta dovrebbe cadere su quelle aziende con piani industriali credibili e con maggiori potenzialità di sviluppo, in modo da garantire un ritorno dell’investimento. Per far funzionare il meccanismo, queste imprese dovrebbero deliberare un consistente aumento di capitale, che verrebbe interamente sottoscritto dal fondo attraverso la conversione dei crediti in capitale. Il fondo chiuso dovrebbe essere amministrato da una Società di Gestione (SGR), identificabile tra quelle presenti sul territorio regionale, per esempio la FinPiemonte. Il capitale dovrebbe essere sottoscritto da istituti di credito, fondazioni bancarie, fondi di investimento vari e dallo stesso Gruppo Fiat, che potrebbe assumere una partecipazione di minoranza. Come detto, lo strumento operativo di questa manovra potrebbe essere FinPiemonte, braccio finanziario della Regione. Sempre che il centrosinistra mantenga fede alle proposte avanzate dalla Casa delle libertà quando era alla guida del Piemonte, i tempi per realizzare l’iniziativa dovrebbero essere brevi, anche perché, su richiesta dell’allora presidente Enzo Ghigo, questa ipotesi di lavoro era stata formalizzata immediatamente dopo essere stata illustrata nel marzo scorso.
L’operazione, a nostro giudizio, centrerebbe tre obiettivi: aumentare il capitale e diminuire l’indebitamento delle imprese prescelte, consentire a Fiat il recupero di un parte del credito, e garantire alle banche la sopravvivenza di importanti clienti, creando le condizioni per nuovo sviluppo e nuova attività creditizia. A prescindere dalle soluzioni tecnico-politiche, il management del Lingotto sembra intenzionato a portare avanti un serio progetto di rilancio dell’azienda, e i dati del primo trimestre 2005 confermano questa impressione. Questi i numeri. Secondo l’azienda, il primo trimestre del 2005 offre un risultato di gestione ordinaria quasi raddoppiato, da 24 a 47 milioni di euro, rispetto allo stesso periodo del 2004. In più, le perdite di Fiat Auto si sono ridotte da 146 a 129 milioni di euro. Il risultato netto è positivo per 293 milioni di euro, in crescita di 685 milioni grazie alla quota di proventi rilevata nel trimestre per l’accordo con General Motors. Accantonato, con il 2004, l’ultimo anno di perdita netta, il Gruppo Fiat conferma dunque per il 2005 l’obiettivo già stabilito di continuare sulla strada del risanamento, conseguendo un ulteriore miglioramento del risultato della gestione ordinaria e un risultato netto positivo grazie alle componenti atipiche. Fondamentali per lo sviluppo dell’azienda sono i nuovi modelli con cui aggredire i mercati non solo europei ma anche e soprattutto internazionali. Per il futuro, il management Fiat attende i risultati della nuova Croma, dopo la presentazione dei giorni scorsi. A essa - e l’appuntamento è per settembre - si aggiunge l’Alfa 159 e la nuova Punto prevista per ottobre. Al Lingotto le maggiori preoccupazioni nascono anche dal continuo lancio di vetture concorrenti - e intriganti per il grande pubblico - soprattutto nei segmenti più bassi del mercato. Produzioni nelle quali il Gruppo torinese era storicamente fortissimo, e in cui oggi invece perde terreno rispetto ad altri marchi. Non bisogna dimenticare che stanno per esordire tre gemelline partorite dalla joint venture Psa-Toyota nella Repubblica Ceca, con una produzione prevista in 200 mila auto l’anno e che andranno ad attrarre acquirenti fra chi potrebbe scegliere Panda o Punto grazie ai prezzi molto competitivi, fra 8.500 e 9.500 euro. La Volkswagen, inoltre, sta per lanciare la Fox. Poi c’è la nuova Matiz targata Chevrolet, che sancisce il debutto delle citycar del marchio americano. Quindi, anche senza tener conto dell’ipotetico disturbo delle macchine a basso costo che, nel giro di un anno e mezzo, potrebbero approdare dalla Cina in Italia, c’è da aver paura da parte di chi, come Fiat, può avere posizioni rilevanti solo all’interno delle mura domestiche. In questo chiaroscuro, ci sono i timori degli operai e degli impiegati. Esistono le incertezze sull’utilizzo dei contenitori Fiat: da Mirafiori agli stabilimenti sparsi per tutto il Paese. Su questo punto, puramente immobiliare, il dibattito è aperto, e adesso la parola passa alle istituzioni locali, la Regione, la Provincia e il Comune di Torino. Tutti e tre gli enti sono oggi governati dalla sinistra. Forza Italia, e più in generale la Casa delle libertà, sono pronte a confrontarsi con eventuali ipotesi di lavoro. Soprattutto a livello piemontese, regione nella quale abbiamo avuto responsabilità esecutive fino all’altro ieri. 
 

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