LIBERAL BIMESTRALE di Paolo Messa Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005
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La fine della prima Repubblica e l’inizio di quella fase, non ancora conclusa, di transizione verso la seconda ha coinciso con la più evidente crisi dei partiti tradizionali italiani. Nel pieno della bufera di Tangentopoli, si è avuta l’impressione che fossimo sull’orlo della dissoluzione dei partiti. La partitocrazia era divenuta nell’immaginario collettivo una delle principali cause dei guai italici. In realtà, passata la bufera, i partiti non sono scomparsi ma si sono profondamente trasformati, anche se appaiono ancora lungi dall’aver trovato un assetto definitivo e duraturo. Del resto, quello della crisi dei partiti è un tema non nuovo nel dibattito politico del nostro Paese. Già nel 1982, Angelo Panebianco si domandava quale sarebbe stato il loro futuro. Quasi un quarto di secolo fa, il politologo prevedeva tre possibili scenari: il primo consisteva in una «soluzione in cui i partiti perdono totalmente la propria identità organizzativa e si trasformano in bandiere di comodo con le cui insegne corrono imprenditori, politici indipendenti». La seconda possibilità era l’opposto della prima: «un ritorno di fiamma ideologico», cioè un recupero da parte dei partiti esistenti delle loro tradizionali identità collettive, naturalmente adattate al contesto mutato. La terza ipotesi, intermedia, verteva sull’eventualità che i partiti subissero un processo di trasformazione, mediante il quale essi non si sarebbero dissolti, ma avrebbero acquisito identità, caratteri organizzativi e collocazioni nel sistema politico in gran parte nuovi. È evidente che il tema che oggi abbiamo davanti a noi sta proprio nella ricerca di quella identità, di quei caratteri organizzativi e di quella collocazione nel sistema politico, che possono determinare un partito la cui funzione non si risolve nel solo mercato elettorale. Sta nella rivalutazione, cioè, del ruolo di quelle forme organizzate che raccolgono la domanda politica e divengono strumenti di partecipazione collettiva alle sorti di un Paese. È innegabile che la riduzione dei partiti a strutture elettorali prive di un vero retroterra sociale, di supporto a un leader o a dei candidati, equivale a farne dei «gusci vuoti» e invogliare altri attori, privi di una legittimazione democratica, a soppiantarlo nella formulazione delle politiche pubbliche. A distanza di oltre dieci anni dall’inizio di questa lunga transazione, possiamo, forse, nell’immaginare nuovi partiti, tornare a elogiare la stessa forma di partito. Per citare un saggio di Marco Follini (2001), «è il momento di rifare i partiti. Partiti che restituiscano alla nostra democrazia caratteri meno plebiscitari, visioni di più ampio respiro e - quel che più conta - un’idea di Paese». Formazioni politiche che rinunciano a quella che Lynton Crosby (stratega politico dei conservatori inglesi) ha definito «la politica del fischietto», ovvero la politica populista che si concentra su quei messaggi elettorali che - come spiega Anthony Giddens - «colpiscono visceralmente i sentimenti degli elettori, o per dirla senza giri di parole, i loro pregiudizi».
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