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Rischiare, investire, decidere

LIBERAL BIMESTRALE
di Adriano De Maio
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Di innovazione parlano e scrivono in molti e quasi ovunque: persone altamente qualificate sia per la loro posizione che per la stima che li circonda, quali il presidente della Repubblica, editorialisti di fama, industriali e sindacalisti, oltre che, ovviamente accademici e cultori, e questo avviene in convegni, incontri, simposi, articoli su giornali non solo specialistici ma di grande diffusione. A prima vista ciò farebbe ben sperare in quanto si sarebbe portati ad affermare che questo è diventato il tema centrale su cui puntare il massimo sforzo. Viene in evidenza il problema della Cina e dell’India? La risoluzione è semplice: maggiore innovazione. La competitività globale dell’Italia? La fuga dei cervelli? Il Pil che non cresce? Il turismo che cala? La delocalizzazione industriale sempre più diffusa? La pubblica amministrazione inefficiente? La risposta è sempre univoca: occorre maggiore innovazione! Il che è sensato e condivisibile: l’aspetto negativo è che il più delle volte non si approfondisce il significato e i fondamentali del processo di innovazione, non si cerca di capire come mai ci si trova in una situazione di insoddisfazione (produciamo poca innovazione), quali sono gli ostacoli che si frappongono alla ripresa di questo processo, quali sono i principali problemi aperti che bisogna tentare di risolvere. In questo scritto si tenterà di affrontare, brevemente, questi punti per mantenere aperta una discussione che porti a decisioni rapide e concretamente attuate. Ovviamente, data la sinteticità dello scritto, alcune affermazioni appariranno apodittiche e molte osservazioni saranno solo accennate e di questo mi scuso in anticipo.
Innovazione: di che cosa si tratta
L’innovazione, di fatto, è sempre stata alla base dello sviluppo di qualsiasi comunità e persona: lo stesso apprendimento rappresenta un’innovazione nel nostro insieme di sapere. Si può per tanto legittimamente affermare che rappresenta anche la base del successo, inteso come confronto con altri e che, proprio a causa di ciò, è sempre stata oggetto di interesse. Perché allora questo «improvviso» destarsi di attenzione? Uno dei motivi che ormai è ampiamente accettato dagli studiosi e che sembra essere il più rilevante è dato dall’aumento contemporaneo di tre fattori che contrassegnano l’innovazione: la velocità del cambiamento, che comporta un sempre minor tempo disponibile per l’assestamento, la metabolizzazione e l’imitazione, migliorativa, da un lato, da un altro lato la «novità» che rende sempre meno utilizzabile l’esperienza acquisita che, addirittura, può rappresentare un fattore frenante e infine la complessità in senso lato, dalla necessità di possedere e integrare conoscenze e competenze assai diverse fra loro fino alla globalizzazione dei concorrenti e dei mercati. Quindi, parlando in modo più appropriato, non è tanto il fenomeno dell’innovazione in sé ad acquisire rilevanza, quanto piuttosto il processo di governo dell’innovazione ai vari livelli, da quello della singola impresa e organizzazione, a quello delle comunità amministrative e politiche differentemente aggregate. Un altro aspetto che interessa mettere in evidenza riguarda da un lato l’oggetto dell’innovazione e dall’altro lato una possibile tipologia. Adottando una schematizzazione semplice, comunque utile per le considerazioni qui svolte, l’innovazione può riguardare sia le caratteristiche del «prodotto» offerto, percepite come qualificanti il prodotto stesso da parte del «cliente», sia il «modo» con cui si produce, cioè il processo produttivo, che spesso, ma non sempre, si traduce anche in un cambiamento delle caratteristiche qualificanti il prodotto ma che comunque costituisce un vantaggio per il produttore. Per quanto riguarda una possibile tipologia utile per le nostre considerazioni la semplificazione è ancora più drastica: si può distinguere fra innovazione «incrementale» da un lato, che consiste in miglioramenti limitati ma continui, che alla fine possono produrre anche un cambiamento sostanziale e, dall’altro lato una innovazione «radicale» che presenta una marcata discontinuità rispetto al passato. Il peso relativo dell’oggetto e del tipo di innovazione varia nel tempo e a seconda dei contesti in cui ci si trova a operare. Una marcata e specifica attenzione va quindi dedicata a questo problema.
Un terzo aspetto che occorre mettere in evidenza riguarda le risorse disponibili e la «cultura» presente nell’ambiente che si sta considerando. Le risorse sono molteplici ma, anche qui per semplificare, possiamo affermare che le due principali riguardano le persone, sia per il loro apporto culturale e di competenze, sia per la loro «tensione all’innovazione» e le disponibilità finanziarie, che si traducono in molteplici aspetti, dalle infrastrutture e attrezzature alla possibilità di «concentrare» le risorse stesse, dato che una delle conseguenze dell’aumento della complessità è l’incremento della «massa critica», necessaria per sperare di raggiungere risultati soddisfacenti. Per quanto concerne la «cultura» ambientale, ci sembra che l’aspetto principale riguarda l’assunzione, sentita, del «principio responsabilità» verso il futuro (della comunità di appartenenza, dell’umanità in generale, della propria azienda), che si traduce in una generosa lungimiranza a fronte di un miope egoismo che guarda all’immediato e al particolare. Questo significa anche un continuo impulso a migliorare. Infine desidero mettere in rilevanza un aspetto che sembra trascendere il problema dell’innovazione inteso in senso stretto ma che, invece, a mio avviso, rappresenta un forte stimolo a ragionare, soprattutto, ma non solo, a livello del potere politico, sul governo complessivo dell’innovazione. Intendo accennare a quel fenomeno che si sta sempre più avvertendo e che va sotto il nome di competitività territoriale. Esso è stato fortemente accentuato dall’espandersi della globalizzazione che, da questo punto di vista, può essere interpretata come riduzione di vincoli alla mobilità e al confronto. Uno dei fattori più rilevanti che misura il grado di competitività è appunto dato dalla «quantità di innovazione, attuale e potenziale» presente nel territorio stesso. Infatti la capacità di attrarre risorse atte a potenziare lo sviluppo di un territorio è da un lato determinata dalla potenzialità innovativa e d’altra parte aumenta la stessa produzione di innovazione, poiché il sistema è una struttura a feedback positivo. Le risorse quali i talenti e gli investimenti vengono attratti da territori in cui è presente un forte potenziale innovativo: uno degli aspetti più interessanti a tal riguardo è il grado di sviluppo «armonico» che presenta il territorio, in cui la qualità della vita si sposa alla possibilità di intraprendere nuove attività.

La situazione attuale: le caratteristiche e i perché 
Relativamente agli aspetti prima evidenziati cercherò adesso di mettere in evidenza quale è il nostro stato tentando nel contempo di proporre qualche ipotesi sulle cause. Il governo del processo di innovazione appare essere episodico e frammentario, in misura pressocché totale per quanto concerne la pubblica amministrazione, con qualche lodevole eccezione per qualche relativamente recente iniziativa da parte di amministrazioni locali, tipicamente di alcune Regioni. Anche per quanto concerne l’industria non è che la situazione risulti particolarmente brillante. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: se una buona parte del nostro sistema industriale è in crisi e il nostro tasso di sviluppo è inferiore alla media europea, se buona parte delle nostre attività economiche sono diventate altamente contendibili, il motivo in larga misura è legato alla scarsa capacità dimostrata di costruire una strategia dell’innovazione. Pertanto, proprio a causa delle stesse caratteristiche di cui gode il processo di innovazione - velocità, novità, complessità - risultiamo relativamente indifesi. D’altra parte è possibile verificare questa affermazione constatando che le imprese che meglio si posizionano sul mercato internazionale, anche nel caso in cui operino in segmenti di nicchia, sono proprio quelle che hanno dedicato molta attenzione a tutto il processo di innovazione, dall’attività di ricerca a una intelligente politica di alleanze. Se si osserva come si è sviluppata l’innovazione si può constatare una prevalenza di innovazione sul processo produttivo ma, soprattutto un’innovazione di tipo incrementale. Questo ci ha permesso di sopravvivere fino a oggi ma mostra ormai il fiato corto. Un’innovazione incrementale può reggere sul lungo termine soltanto se si appoggia a un sistema in cui siano fortemente presenti innovazioni radicali, le quali richiedono elevate attenzioni e risorse alla ricerca. La debolezza del nostro sistema di ricerca, pubblico e privato, è talmente nota che non vale la pena insistere; qui è opportuno mettere in rilievo che, per quanto concerne la ricerca pubblica (vista come finanziamento ancora più che non le istituzioni che la conducono), il problema non consiste tanto nella quantità di risorse, che pure sono eccessivamente limitate, quanto soprattutto sulla «qualità» del modo con cui sono attribuite le risorse che ovviamente discende da quanto detto prima, cioè dalla mancanza di un governo globale dell’innovazione. In aggiunta poi va notato che anche l’innovazione basata principalmente sul processo produttivo ha il fiato corto perché, a seguito della globalizzazione, alcuni fattori produttivi (si pensi come caso tipico al costo del lavoro) sono così differenti da caso a caso che non vi sono possibilità di ridurre il gap attraverso miglioramenti di processo. Passando al terzo aspetto, in parte già si è accennato alle risorse finanziarie. Qui occorre mettere in evidenza quanto attiene al capitale umano. Poca attenzione è stata dedicata al processo formativo, in cui poca attenzione è stata dedicata alla valutazione del merito, alla selezione, alla formazione alla responsabilità, in nome di un male interpretato concetto di egualitarismo, che deve riguardare il punto di partenza e non già quello di arrivo. Privilegiare i risultati immediati, una forte incentivazione a curarsi più della forma che della sostanza, senza considerare gli stimoli mediatici, sono tutti aspetti che contribuiscono a quella mancanza del principio responsabilità a cui è stato fatto cenno prima. Così come giocano un ruolo importante le lobbies e i centri di potere e di privilegio che tendono a mantenere, come è comprensibile, la situazione attuale, con il che si privilegia il conservatorismo, che è l’esatto contrario della spinta all’innovazione. Il conservatorismo nelle corporazioni accademiche e nel governo dell’università rappresenta un caso limitato ma particolarmente significativo. Il motivo è da ricercarsi forse nella speranza che la tendenza non vari nel tempo, senza rendersi conto che questo è valido laddove il contesto non cambi, mentre l’immobilismo in situazioni di forte turbolenza porta alla conseguenza inevitabile di un arretramento. Infine la globalizzazione viene percepita maggiormente non nei suoi pericoli e nelle sue minacce, ma nella opportunità di «farsi trascinare», agganciandosi a qualche carro che possa trainare anche noi verso lo sviluppo. In questo senso è stata percepita ad esempio, da molti, la nostra partecipazione all’Europa, lasciando che altri prendano decisioni difficili per noi e a cui dobbiamo, come maggiore o minore condivisione, adeguarci. Di altri rimane la responsabilità. Questo senza renderci conto che la forbice tende ad aumentare fra chi innova e chi mantiene posizioni di conservazione. La probabilità che noi giochiamo, nella nuova Europa, un ruolo analogo a quello del nostro Mezzogiorno al momento dell’unità d’Italia è un pericolo reale. La competitività dei territori aumenta e non diminuisce e saper governare con rigore il processo di innovazione diventa un fattore determinante per il successo.

I principali ostacoli all’innovazione
Innovare è costoso e difficile, da tutti i punti di vista. Di questo non bisogna mai dimenticarsi per capire che, per una qualsiasi organizzazione, la vera motivazione a cambiare è data dalla profonda consapevolezza che, nel caso in cui non si cambi, si va incontro a una crisi che, nel caso di una azienda, può portare al fallimento e che, per una comunità (Regione, Stato) può rappresentare una barriera allo sviluppo e portare a un declino più o meno rapido. Proprio nella mancanza di una consapevolezza della profonda criticità della situazione attuale io vedo il maggior ostacolo all’attivazione di una politica di innovazione. Lo stesso dibattito sull’opportunità o meno di utilizzare la parola «declino» mostra come, anziché affrontare di petto il problema, se ne faccia solo una questione nominalistica pensando che sia la parola usata a evocare il fenomeno e non già il contrario. Soltanto gridando «al pericolo» si possono stimolare le energie e attivare tutte le azioni per evitarlo, mentre facendo finta di niente si alimenta una sciocca attesa che le cose si sistemino da sole. Il mettere in evidenza l’esistenza della vicinanza di una crisi è tipica di chi si sente forte e di chi ritiene di avere i mezzi e le possibilità per evitarla o per affrontarla con probabilità di successo. Il timore addirittura di parlarne è tipico dei deboli e dei perdenti. Governare l’innovazione significa innanzitutto puntare sulla meritocrazia e sulla selezione, il che significa valutare la qualità come fattore primario. Anche in questo caso l’utilizzo, in forme assolutamente eccessive, di termini quali «eccellenti» e «prestigiosi», soprattutto se riferiti a se stessi, è indice di debolezza e non di forza. Utilizziamo l’eccellenza come qualificazione in generale, dai centri di ricerca alle università, dalle aziende ai manager: anche in questo caso, in modo analogo anche se opposto a quanto detto prima, il nominalismo e la forma cercano di mascherare la realtà. Il problema che bisogna affrontare è che la meritocrazia e la selezione attraverso la valutazione dei risultati ottenuti e della qualità richiede una lotta ai privilegi i quali però sono mantenuti attraverso consolidate strutture di potere che, talvolta pur contrapposte, di fatto si sostengono reciprocamente. 
Per poter gestire in modo efficace l’innovazione bisogna avere la capacità e la forza di recidere i rami secchi e tutto ciò che può togliere la linfa necessaria affinché il ramo più forte si possa sviluppare. Tutto ciò richiede l’assunzione di rischi che è un comportamento molto distante da quanto siamo abituati a vedere da parte di chi ha il potere di decidere. Normale comportamento è quello di soddisfare un poco tutti e arrivare a una situazione in cui ci si presenti dinnanzi una scelta «quasi obbligata», il che è, ovviamente, un ossimoro. Infine, proprio per la necessità di concentrare le risorse è necessario disporre di adeguati filtri, cioè criteri di valutazione che siano in grado di vagliare le differenti idee in tempi rapidi e negli istanti iniziali in cui l’idea prende forma e, nel contempo, promuovere la nascita di un sempre maggiore numero di idee. Questo richiede l’adozione di modelli organizzativi che stimolino al massimo la creatività e la propositività ma che, contemporaneamente, facciano procedere poche idee, puntando su quelle che appaiono essere più promettenti. Come si vede ho preferito individuare i principali ostacoli non tanto, come è abitudine fare, nella mancanza di risorse materiali che, pure, è necessario che siano disponibili, ma piuttosto su modelli di comportamento e fattori valoriali, etici, di comportamento. Questo, come è ben noto, rende gli ostacoli molto più forti e difficili da superare rispetto a vincoli di natura materiale. 

I principali problemi aperti
Fra i tanti due sembrano essere problemi particolarmente critici oggi, rispetto ai quali è necessario e opportuno sviluppare un’analisi che permetta di generare possibili linee di azione fra cui scegliere quella che si ritiene essere la più opportuna. Il primo problema riguarda i settori produttivi in crisi. Prendo l’esempio del tessile e in particolare l’incredibilmente rapido aumento delle importazioni dai Paesi dell’Oriente (non solo la Cina, ma anche il subcontinente indiano, la Corea e altri) non soltanto perché se ne è fatto un gran parlare negli ultimi tempi, in Italia e anche in Europa, ma anche perché la popolazione degli addetti è molto elevata e distribuita in molte regioni e perché il tessile rappresenta solamente la punta visibile di un iceberg rappresentato da molti altri settori. La competizione è difficilmente contenibile, perché anche la qualità dei prodotti è elevata e quindi non può più essere questo un fattore su cui puntare. Ovviamente tutti, anche a tal riguardo, hanno puntato il dito accusatore su mancate politiche di innovazione nel passato e quindi sulla necessità di procedere a una «politica di innovazione». Su queste affermazioni non si può che essere d’accordo, ma il problema è il seguente: poiché prima di dare i frutti, qualsiasi innovazione richiede un tempo non breve, cosa succede nel frattempo? Dobbiamo assicurarci che rimanga una qualche base su cui attestare l’innovazione e per questo dobbiamo affrontare il problema senza preconcetti e pregiudizi ideologici, ma con molto pragmatismo. Ho l’impressione che, talvolta, vi sia una prevalenza di parole d’ordine che non vengono più messe in discussione quasi che sia un tabù cercare di vedere i reali risultati di certe politiche e, in questo senso, mi sembra che l’Unione europea eccella. Protezionismo verso liberismo, pubblico verso privato sono tutte «scelte di principio» rispetto alle quali nessuno più si oppone, ma, sovente, non vengono colte tutte le implicazioni e la traduzione operativa in decisioni concrete e, soprattutto, vengono visti soltanto in controluce gli obiettivi da perseguire, senza verificare, molto concretamente, i risultati raggiunti e come si sono modificate le situazioni concrete. Non sono in grado di dire quale possa essere una politica che permetta alle aziende ben condotte (e ce ne sono), di settori in crisi, a cui si può sicuramente rimproverare una certa miopia di sopravvivere nel periodo sufficiente a rendere operativa una politica di innovazione, che potrebbe volere dire anche procedere a una riconversione totale, senza perdere, fra l’altro, il patrimonio di competenze accumulate dalle maestranze. Si fa un gran parlare del valore del capitale umano quale capitale fondamentale per lo sviluppo e poi, in base alla rigida applicazione di principi economici (ma esistono effettivamente in economia?) si distrugge questo capitale senza nemmeno porsi il problema.
Il secondo è un problema di natura strettamente «politica». Si è visto che per affrontare il problema dell’innovazione bisogna innanzitutto essere profondamente consapevoli della vicinanza del punto di crisi e della necessità di adottare una politica che riduca i privilegi e concentri le risorse su investimenti che potranno dare i frutti soltanto dopo un certo periodo di tempo. Questo vuol dire che si punta maggiormente l’attenzione sulla creazione di ricchezza nel futuro, il che richiede probabilmente gravi sacrifici, lasciando a un secondo momento la soluzione del problema della distribuzione della ricchezza così ottenuta. La politica di ricerca e di innovazione richiede perciò tempi lunghi e un diffuso consenso, perché altrimenti gli interessi particolari prendono il sopravvento. Tutto questo porta a concludere che è necessaria, almeno su questa politica, una condivisione «bipartisan» o, meglio, al di là dell’attuale sistema bipolare (ma è veramente bipolare?) un accordo profondo fra tutti coloro che condividono questa diagnosi. La situazione attuale non lascia ben sperare. Sembra di rivivere situazioni che abbiamo appreso dai libri di storia, dal famoso Dum Romae consulitur Saguntum expugnatum est, alle Cronache della corte di Bisanzio, al Gioco delle perle di vetro di Hesse. Ma se questo fosse vero, e ci auguriamo di no, allora tutte le affermazioni enfatiche, tutti i proclami, tutti i convegni, le conferenze, i dibattiti risulterebbero essere soltanto manifestazioni di facciata, mentre nella realtà ci si aspetta che il «tempo galantuomo» risolva ogni cosa e se poi, in un’ottica di sempre maggiore competitività fra territori, risulterà che abbiamo perso terreno difficilmente riguadagnabile, potremo sempre parlare di un fato avverso. Evoco questa possibilità per drammatizzare ulteriormente l’attuale situazione, in quanto rimango convinto che abbiamo la possibilità di giocare ancora sulla politica di innovazione come politica qualificante per i prossimi anni. Il tempo che rimane è però poco e, soprattutto, abbiamo bisogno di tutte le migliori forze che, senza preconcetti, analizzino la situazione, identifichino possibili linee di azione, assumano il rischio di sceglierne una e la portino a realizzazione.

 

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