L’Europa, e l’Italia con essa, è la prima area al mondo come stabilità economico-finanziaria e come coesione economica e sociale, una delle ultime come crescita economica. Il ruolo dello Stato nell’economia è fondamentale per garantire stabilità (indipendenza della politica monetaria in chiave anti-inflazionistica e politica fiscale sana) e coesione sociale (Welfare, redistribuzione tributaria e ammortizzatori sociali). In un mondo globalizzato, lo Stato tuttavia fallisce quando deve garantire crescita economica, in quanto le ricette tradizionali di politica economica, da taluni superficialmente definite di tipo «keynesiano» e bene o male legate al sostegno alla domanda (svalutazioni, spesa pubblica) vengono neutralizzate dai mercati. Di contro, il libero mercato in un contesto di regole adeguate e la libertà economica dei singoli sembrano più efficaci a questo scopo in quanto consentono recuperi di efficienza dal lato dell’offerta. Dati i risultati conseguiti in termini di stabilità e coesione sociale, spesso comunque sottovalutati dai cittadini, esiste nell’Europa continentale anche un’aspettativa forte, ma vana, sul ruolo dello Stato nel garantire crescita economica. Non si ha, in altri termini, la percezione da parte dei cittadini dell’impossibilità da parte dell’attore statale a garantire la crescita, e della difficoltà che lo stesso ha a evitare di attuare comportamenti che in ultima analisi addirittura la ostacolino. Ciò genera insofferenza nei confronti dei governi e volatilità nei comportamenti elettorali. L’attuale fase della vita politica del Paese è dunque caratterizzata da un elemento di tradizione, la classica contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra, e da un elemento di novità, ossia la volatilità dell’elettorato derivante dalla situazione in precedenza delineata, che in buona misura è anche il risultato dei messaggi confusi e contraddittori inviati dalle forze politiche. Un’analisi delle prospettive future per il Paese deve allora partire da un punto fermo, costituito dalle due categorie politiche che si diramano dal centro (escludendo comunque le frange estreme) attorno alle quali si riconoscono gli attuali grandi partiti politici europei. Da un lato, i partiti etichettabili come «centrodestra», riconducibili alla famiglia del Partito popolare europeo (Ppe), la cui azione politica si costruisce sul principio portante del libero mercato e della libertà per i soggetti economici, insieme a una spiccata attenzione per la dimensione sociale, affidata al ruolo redistributivo dello Stato, e a un’organizzazione delle attività di produzione dei beni pubblici centrata sul principio di sussidiarietà sia orizzontale che verticale. Dall’altro lato, i partiti vicini alla famiglia del socialismo europeo (Pse), più riluttanti ad accettare la libertà economica e il libero gioco del mercato, o comunque inclini a imbrigliare lo stesso dietro un sistema pervasivo di regole e burocrazia, con un’attenzione al sociale prevalentemente mediata dall’intervento pubblico.
Ne consegue che la vera contrapposizione politica oggi non riguarda più sensibilità diverse rispetto alle tematiche sociali o alla necessità di adeguati livelli di efficienza economica, bensì è di stampo operativo, cioè riguarda il percorso e gli strumenti da attivare. Da un lato, vi è un approccio che privilegia la libertà e la responsabilità dei singoli, dei soggetti economici e dei corpi intermedi; dall’altro, un approccio che invece privilegia l’intervento pubblico a tutti i livelli. In breve, la vera contrapposizione oggi è tra liberismo e dirigismo, quest’ultimo a volte celato dietro formule estemporanee quali «neo-colbertismo» e protezionismo. Inoltre, si può anche sostenere che un ideal-tipo di partito di centrodestra dovrebbe perseguire un modello di società dove le opportunità sono aperte a tutti sulla base del merito e dell’impegno individuale, come peraltro avviene nella maggior parte dei Paesi con cui ci confrontiamo, in un paradigma sovente definito come open society. A questo, si contrappone un modello di stampo dirigista, spesso (ma purtroppo non solo) perseguito da partiti di ispirazione socialista, che privilegia un modello di società oligarchico basato sull’occupazione e sul presidio di spazi di potere a tutti i livelli, cui gli individui accedono per cooptazione e per nomina imposta dall’alto, attraverso l’agire di élites consolidate. Non è quindi ammissibile che vi siano aree di confusione tra gli schieramenti politici a questo riguardo. Al contrario, la volatilità già espressa da una certa parte dell’elettorato potrebbe ulteriormente disaffezionare i cittadini nei confronti della parte politica che non sia in grado di esprimere una posizione chiara e coerente nel tempo a tale riguardo. Tutto ciò va valutato nell’ambito dell’economia globalizzata, un processo difficilmente reversibile e rispetto al quale l’Italia non ha alcun interesse a marginalizzarsi, dati i vantaggi che la sua «economia di trasformazione» ha sempre tratto da un’attiva partecipazione all’economia internazionale. Inoltre, i rischi più gravi della globalizzazione, soprattutto sul piano delle turbolenze finanziarie, sono per l’Italia in larga misura attutiti dalla partecipazione all’Ue. Occorre quindi riferirsi all’ambito di uno scenario internazionale caratterizzato in larga misura per l’Italia dagli impegni presi in sede di Unione europea, in particolare con l’adesione al Trattato di Maastricht e la piena condivisione di tutti i provvedimenti successivi, come quello relativo alla adozione del Patto di crescita e stabilità. Si tratta di un quadro di riferimento in larga misura radicalmente diverso da quello cui il nostro Paese era abituato, che certamente presenta vincoli nuovi rispetto ad abitudini consolidate, ma offre importanti reti di sicurezza, oltre che opportunità da cogliere. Come cercheremo di argomentare, per molti versi tale progetto (anche ricordando i protagonisti che l’hanno sostenuto) può essere visto come la profonda revisione e l’adattamento del modello di «economia sociale di mercato», al fine di rendere quest’ultima coerente con le esigenze del nuovo secolo e dell’economia globalizzata.
L’Italia e il modello di Maastricht
Questo quadro di riferimento si colloca in un contesto nel quale i cronici problemi nazionali non sono ancora completamente risolti: il perdurare di ampie zone territoriali economicamente arretrate, la generale carenza di infrastrutture, la transizione in corso del sistema finanziario, una pubblica amministrazione e un sistema (latu sensu) dei servizi di pubblica utilità più oneroso e complesso rispetto agli standard medi europei sono fattori che certamente appesantiscono le potenzialità competitive del «sistema Italia». Le imprese italiane si trovano a dover fronteggiare sia sul mercato interno che su quello europeo una crescente concorrenza da parte dei partner continentali, non favorite in questo dall’ambiente economico sottostante e senza poter più disporre della tradizionale valvola di sfogo della svalutazione o del sostegno pubblico. Da un punto di vista strettamente macroeconomico, in Italia si sta intrecciando già da tempo il tema dello sviluppo con quello speculare di attuare riforme di ampia portata soprattutto sul fronte della spesa pubblica: lo scopo è di riuscire a liberare risorse per finalità di crescita e di occupazione (anche attraverso una riduzione del carico tributario), garantendo al contempo la sostenibilità dell’equilibrio della finanza pubblica come richiesto dal Patto di crescita e stabilità, il cui rispetto, sia pure nella sua versione «flessibile», resta comunque cruciale per il mantenimento di una politica monetaria relativamente espansiva da parte della Banca centrale europea (Bce). Riguardo tale strategia, occorre dire che il nostro Paese, rispetto ad altri, è gravato da un vincolo aggiuntivo che è il percorso di rientro dal debito pubblico, attualmente ancora al di sopra del 100% del Pil, a fronte dell’obiettivo di medio periodo del 60% fissato dai Trattati, e ribadito con ancora più forza dalla nuova versione del Patto di crescita e stabilità. Data questa esigenza, è necessario ridurre le pressioni «automatiche» al rialzo della spesa pubblica che derivano dalla pubblica amministrazione. La riforma delle pensioni è certamente un passo nella giusta direzione, ma i suoi effetti sono ancora di là da venire. Altrettanto degne di attenzione devono essere le dinamiche della spesa corrente associate all’operazione di devoluzione delle competenze agli enti locali (nel rispetto del principio di un’autentica sussidiarietà), dinamiche che occorre assolutamente mantenere sotto controllo. Più in generale, una mancata riforma del sistema degli ammortizzatori sociali comunque genera effetti negativi per la competitività del sistema Paese, nella misura in cui obbliga in ogni caso le imprese e i lavoratori a versare una quota maggiore di contributi sociali rispetto agli altri partner europei; rebus sic stantibus, nel medio termine una quota crescente di imprese potrebbe dunque decidere di rilocalizzare fuori dai confini italiani le proprie produzioni, con una perdita netta di benessere nazionale. Più in generale, questi effetti si verificheranno se l’Italia non riuscirà a imboccare una linea di politica economica che tenga conto del mutato contesto continentale sopra descritto, caratterizzato da Stati in cui il ruolo del settore pubblico è sempre più «snello» ed efficiente negli impegni di spesa, e di conseguenza non opprimente sul versante tributario, consentendo alle imprese di contribuire appieno alla crescita economica complessiva. Da un punto di vista microeconomico, un altro aspetto che merita attenzione si riferisce alla capacità del sistema nazionale di recepire gli aspetti «qualitativi» del modello economico e sociale delineato dal Trattato di Maastricht, soprattutto per quanto riguarda la cultura del mercato e della concorrenza, nonché la capacità di rispettare le regole comuni. Da tale punto di vista, l’Italia si trova ancora in una situazione abbastanza critica: in molti ambiti cruciali il mercato e la concorrenza stentano non poco a decollare, con penalizzazioni per il «sistema Italia» rispetto alla situazione prevalente nei principali partner. Flessibilità e competitività sono le due parole chiave da avere sempre presenti nel mettere a fuoco le esigenze del nuovo contesto che caratterizza l’Unione economica e monetaria (Uem).
Euro e competitività
Infatti, la moneta unica contribuisce potenzialmente ad aumentare il grado di «competitività» del sistema di Paesi partecipanti all’Uem, permettendo loro di far fronte all’elevato grado di concorrenza tra le aree economiche che caratterizza il nuovo contesto globale dei mercati, e dunque rendendo sostenibile il modello di Welfare State continentale, previe riforme dello stesso che comunque non ne stravolgano gli elementi essenziali. In tale contesto, vanno anche visti con favore gli sforzi per diffondere tra le imprese la cultura della Corporate Social Responsability (o Responsabilità sociale di impresa), un approccio alla gestione aziendale che va visto anche come il tentativo di contribuire alla ridefinizione del modello europeo di Welfare State. In generale, gli studi sulla competitività dei Paesi si basano sulla valutazione di come il contesto economico e sociale di una nazione è in grado di sostenere la competitività delle imprese collocate sul proprio territorio, ossia la misura in cui queste, supportate dal proprio sistema-Paese, sono in grado di stare sul mercato nonostante l’aumentato livello di concorrenza. Tale confronto a livello di singolo Stato si basa di solito su quattro elementi: la performance economica della nazione considerata, l’efficienza di governo, l’efficienza del settore privato e le infrastrutture. Gli studi condotti sui principali Paesi industrializzati (come ad esempio i rapporti annuali dell’Imd di Losanna) mostrano come, relativamente a questi indicatori di competitività, tra i primi venti Paesi nel mondo normalmente si collochino sette Stati membri dei dodici aderenti alla Uem; l’Italia è ultima tra i Paesi aderenti all’euro, oltre il cinquantesimo posto a livello mondiale. Gli Stati Uniti, non sorprendentemente, costituiscono il sistema-Paese che meglio mette in grado le imprese di competere sulla scena mondiale, ad esempio con una differenza tra oneri sociali e salario effettivo percepito dai lavoratori (il cosiddetto cuneo fiscale) pari a un decimo di quello italiano. Relativamente al secondo aspetto messo in luce nella valutazione della competitività dei sistemi-Paese, l’efficienza dei governi, questa è influenzata dall’introduzione dell’euro attraverso due canali: uno economico e l’altro politico. Da un punto di vista economico, il vincolo di bilancio posto all’azione dei governi dal Patto di crescita e stabilità costituisce uno stimolo alla maggiore efficienza, nella misura in cui gli stessi obiettivi di politica economica andranno perseguiti con risorse per definizione limitate e senza fare ricorso alla facile leva della spesa pubblica. In altri termini, l’esistenza di una sostituibilità implicita nelle diverse decisioni di spesa richiede una valutazione dell’efficienza dei diversi provvedimenti in termini del valore aggiunto che possono generare, rispetto alla quale definire le priorità del governo. Fino al 1 gennaio 1999, non essendoci un vincolo al tetto massimo di spesa pubblica, il decisore governativo massimizzava il suo ritorno politico optando per una manovra «tradizionale», costosa economicamente ma politicamente vantaggiosa; una volta adottato il Patto di crescita e stabilità, tuttavia, dato il vincolo massimo di risorse esistente, andare nella direzione politicamente vantaggiosa ma economicamente costosa comprime i margini di spesa su altre decisioni di politica economica, che in prospettiva possono generare maggiore efficienza economica, e che verrebbero invece a essere sacrificati a vantaggio della manovra tradizionale. In termini relativi, nell’ambito dell’Uem il costo-opportunità della manovra tradizionale (cosa perdo rispetto a quello che guadagno) aumenta notevolmente, e dunque a questa verranno tendenzialmente preferite decisioni di spesa pubblica «innovative» caratterizzate da un più razionale ed efficiente uso delle limitate risorse a disposizione.
Chiaramente, tale logica non deve però prevalere nei suoi aspetti deteriori, ossia con la messa in opera di provvedimenti una tantum che, se da un lato hanno il merito di consentire al Paese di rispettare i vincoli europei, tuttavia comportano solo un’illusoria via di uscita, peggiorando nel lungo periodo la situazione generale del sistema economico. Si potrebbe controbattere che il vincolo europeo posto all’azione del governo riguarda il deficit pubblico, la differenza tra spesa ed entrate, e non dunque la dimensione complessiva della spesa pubblica stessa. Tuttavia, è altrettanto agevole replicare che i governi nazionali, con il progressivo realizzarsi del mercato unico e con l’introduzione dell’euro, sono soggetti non solo a condizionamenti di carattere economico come quelli discussi in precedenza, ma subiscono anche, oggi come non mai, condizionamenti politici derivanti dal confronto tra la performance del sistema economico nazionale e quello degli altri partner/concorrenti europei. Esiste infatti una correlazione positiva tra competitività di un sistema-Paese e qualità e livello (non eccessivo) della sua spesa pubblica. Evidentemente, in Paesi come il nostro, dove gran parte della spesa pubblica, oltre che eccessiva, ha per gran parte natura corrente, tale correlazione non ha luogo. Ne consegue che le riforme sono necessarie non tanto, o non solo, per quanto attiene alla performance ottimale del sistema economico nazionale, ma anche nella misura in cui gli altri Paesi nostri partner e concorrenti sul mercato europeo, realizzando gli impegni presi o migliorandoli ulteriormente (per chi è già avanti sulla strada delle riforme), si troveranno in ogni caso in una posizione di relativo vantaggio competitivo rispetto al sistema italiano: un sistema pensionistico più sostenibile, una spesa sanitaria più equilibrata, meno oneri per le imprese e lo Stato, e così via. Dunque, non solo i governi nell’Uem sono condizionati da un vincolo sulla quantità delle risorse a loro disposizione, fissato esplicitamente in termini economici, ma devono anche fronteggiare un vincolo di natura politica relativo alla qualità dell’azione di governo che sono in grado di implementare. Evidentemente, tale qualità viene misurata con riferimento a quanto accade presso gli altri Paesi europei, partner politici ma rivali economici. In altre parole, la famiglia politica del centrosinistra sembra essere più propensa all’acquisizione di risorse dell’economia al fine di dare una risposta dirigista ai problemi, e di rafforzare i propri spazi di potere. Tuttavia è il cane che si morde la coda, in quanto non è possibile che le risorse che lo Stato sottrae all’economia siano usate in modo più efficiente di quanto non farebbe il mercato. La famiglia politica del centrodestra, nel favorire lo slim State lasciando il più possibile risorse al buon uso dei privati, deve decisamente puntare sulle riforme, per attuare processi di cambiamento favorevoli alla crescita e alla competitività nel rispetto dei vincoli di equilibrio sociale. Meno risorse dal mercato e più riforme per il mercato potrebbe essere un buono slogan per il centrodestra.
Un ultimo canale attraverso il quale l’euro influenza la competitività di un sistema-Paese è costituito dallo stimolo al cambiamento e all’efficienza che lo stesso genera per il settore privato, e in particolare per le imprese. Al fine di presentare un quadro sintetico degli effetti della moneta unica al riguardo, è opportuno distinguere gli stessi tra fattori macroeconomici, di sistema e con effetti di medio-lungo periodo, e fattori microeconomici, relativi alla realtà della singola azienda e con effetti relativamente limitati nel tempo. Da un punto di vista macroeconomico, le imprese beneficiano di un quadro economico favorevole agli investimenti, grazie alla persistente stabilità monetaria dell’area. Inoltre, le stesse potranno in misura crescente beneficiare dell’esternalità positiva loro derivante da scelte di governo che sono progressivamente orientate verso riforme «di sistema», a causa dei vincoli imposti alla spesa pubblica. Infatti, al di là dell’impostazione di politica economica prevalente nei singoli Stati membri, più o meno liberista o interventista, si può desumere come la «costituzione economica» iscritta nel Trattato di Maastricht prima, e nel Patto di crescita e stabilità poi, implichi un modello di politica economica in cui il ruolo dello Stato è non già quello di «fare», ma piuttosto quello di «lasciar fare», creando ossia le condizioni strutturali perché il mercato funzioni senza distorsioni, e intervenendo solo nella misura in cui il mercato non dovesse tutelare a sufficienza le fasce più deboli e bisognose della popolazione. Questo, se da un lato responsabilizza le imprese quali soggetti sulle cui spalle ricade l’onere di garantire la crescita economica del sistema, dall’altro libera per le stesse enormi spazi di manovra prima occupati dallo Stato stesso, con l’aggiunta di migliori condizioni strutturali di fondo. A tale situazione indubbiamente favorevole per le prospettive di impresa nell’ambito dell’Uem fa da contraltare l’aumentato grado di concorrenza che le imprese stesse si stanno trovando a dover fronteggiare sul mercato domestico a causa della moneta unica. Le riforme operate dai governi consentono infatti una maggiore integrazione dei mercati che, unita alla denominazione dei prezzi in una sola valuta di riferimento e alla diffusione delle tecnologie dell’informazione, generano per i consumatori la possibilità di scegliere in maniera trasparente il bene che sul panorama continentale viene offerto al prezzo minore. Questo effetto di trasparenza fa sì che le imprese si confrontino tutte su di un unico mercato continentale con le stesse regole, e obbliga dunque le imprese stesse a ricercare sempre maggiori livelli di efficienza, in quanto, senza la protezione del mercato «nazionale» né della valuta locale, aumenta il rischio di essere messi fuori mercato da parte dei concorrenti. Analogamente, tale mutamento strutturale dei livelli competitivi ha come effetto complementare quello di spostare sempre più la concorrenza da variabili legate al prezzo a fattori di tipo non-price: prezzi maggiori rispetto alla concorrenza vengono «tollerati» dal mercato solo se giustificati da servizi e/o qualità maggiore, ampliando dunque il panorama di scelta per il consumatore. È evidente che per raggiungere tali risultati, in termini di concorrenza sui prezzi o di concorrenza su servizi complementari al cliente che giustifichino prezzi più alti, le imprese dovranno effettuare adeguati investimenti che migliorino l’efficienza produttiva delle stesse e consentano di cogliere appieno tutti i benefici derivanti dal mutato contesto competitivo.
Uno degli elementi cruciali di tale strategia passa a questo proposito dalla capacità delle imprese di localizzare attività produttive o commerciali sui mercati esteri, ragionando con un orizzonte geografico che deve porsi come riferimento il mercato europeo. L’ondata di fusioni e acquisizioni che negli ultimi anni ha caratterizzato il panorama imprenditoriale continentale è sicuramente imputabile a un riposizionamento strategico delle imprese, imperniato sulla necessità di sviluppare un’adeguata presenza su un numero significativo di mercati continentali, evitando di restare confinati sui vecchi mercati nazionali di riferimento. In questo contesto, le imprese stanno beneficiando comunque di un’ennesima esternalità positiva derivante dall’euro, nel senso che man mano che tutto il sistema guadagna competitività, in tali processi di ristrutturazione sono coinvolti anche quei settori che forniscono servizi alle imprese, e in particolare il settore finanziario, divenuto in Europa negli ultimi anni più «liquido» e più efficiente; questo rende più agevole l’accesso ai mercati azionari e obbligazionari, riducendo il costo del finanziamento, e consentendo quindi operazioni di fusione, acquisizione e ristrutturazione a costi minori.
Le riforme strutturali nell’Unione economica e monetaria
In un contesto di unione monetaria efficiente, il ruolo del tasso di cambio quale strumento di aggiustamento automatico tra le diverse economie viene sostituito dalla flessibilità dal lato dell’offerta, sia in termini di meccanismi di formazione di prezzi e salari, che dall’integrazione dei mercati (beni, servizi, credito, lavoro). Resta alla politica fiscale il compito di interventi discrezionali sul ciclo economico dal lato della domanda, una volta che, attraverso il Patto di crescita e stabilità, si sia garantita la coerenza di detti interventi con gli obiettivi di politica monetaria, il cui compito precipuo permane quello di garantire la stabilità dei prezzi. Rispetto a questo disegno istituzionale, se politica fiscale e politica monetaria sembrano aver trovato un inquadramento efficiente nell’ambito dell’Uem, così non è per quanto attiene alle politiche dell’offerta. Occorre comunque tenere presente che l’Unione europea partecipa all’economia mondiale gravata dal peso di un mercato comune in cui non sono state ancora completate adeguate riforme strutturali, che consentano allo stesso di porsi al passo con il mutato contesto competitivo mondiale. Gli oltre due punti percentuali di scarto che negli ultimi sette-otto anni hanno costantemente caratterizzato in negativo il tasso di crescita reale europeo nei confronti di quello americano sono del resto il segnale lampante e incontestabile di tale situazione. Dato l’orizzonte temporale di medio periodo in cui si registra tale gap di crescita, è evidente che la responsabilità della mancata crescita europea non può risiedere in una presunta eccessiva rigidità della politica monetaria della Bce; la soluzione, inoltre, non può passare per politiche fiscali espansive, che nel lungo periodo generano inflazione e non sono in grado di modificare strutturalmente il tasso di crescita potenziale dell’economia. Ci troviamo dunque davanti a una situazione all’apparenza paradossale: la teoria economica e gli stessi Stati membri sottolineano l’importanza delle politiche dell’offerta all’interno dell’Unione europea quale condizione mancante al disegno dell’Uem per consentirgli di realizzare appieno il suo potenziale di crescita, e riconoscono di conseguenza la necessità di appropriate riforme strutturali; eppure di tali riforme vi è in Europa solo pallida traccia, come testimoniato dal gap di crescita che ci separa dalle più dinamiche economie mondiali. Al fine di comprendere le ragioni di questo stallo, occorre analizzare il problema da due punti di vista: l’identificazione delle riforme strutturali che è opportuno portare a termine nell’Ue, e la validità dei meccanismi di coordinamento, se esistenti, alla base di tale processo di riforme.
Per quanto attiene al primo problema, gli Stati membri hanno già messo a punto, di concerto con la Commissione, gli obiettivi di breve, medio e lungo periodo che occorre raggiungere per rendere in un decennio l’area dell’Unione europea «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale» (si tratta della ben nota «Strategia di Lisbona» varata dal Consiglio europeo del 23 e 24 marzo 2000, più volte ribadita in successive occasioni). In particolare, è stato posto l’accento su di un tasso di partecipazione della forza lavoro (cioè coloro che effettivamente lavorano o cercano lavoro nell’ambito della popolazione in età lavorativa) eccessivamente basso e caratterizzato da un’insufficiente partecipazione al mercato del lavoro di donne e lavoratori anziani, che dunque necessita a livello europeo di adeguate riforme del mercato del lavoro, anche al fine di combattere la disoccupazione strutturale di lungo periodo e i marcati squilibri regionali in materia di disoccupazione. In generale, si è inoltre raggiunto un consenso sul fatto che la liberalizzazione dei mercati (incluso quello dei servizi) rappresenti, insieme al sostegno all’innovazione, peraltro favorito da un contesto normativo liberale propizio all’investimento, l’unica strada percorribile da parte dell’Ue per raggiungere tale ambizioso obiettivo. Tuttavia, nonostante la strategia di Lisbona sia stata messa al centro dell’azione politica da parte della nuova Commissione europea, e sia stata rivista nel marzo 2005 per aggiornare gli obiettivi e gli impegni, i passi concreti per trasformare la stessa in un concreto piano di azione per la politica economica compiuti da parte dei governi sono ancora molto limitati rispetto alla vuota retorica che caratterizza la sua iniziale messa a punto. In particolare, il modello di politica economica dovrebbe basarsi sui seguenti elementi: politiche di consolidamento e ristrutturazione della spesa corrente, al fine di ridurla e di aumentarne l’efficienza; progressiva riduzione della pressione fiscale a deficit inalterato, resa possibile dalla riduzione della spesa pubblica, al fine di stimolare gli investimenti delle imprese; messa in moto di politiche dell’offerta, in grado di generare economie esterne che stimolino lo sviluppo economico senza gravare sul bilancio pubblico. Inoltre, occorre sottolineare l’importanza di alcune politiche «orizzontali» che vanno perseguite. Innanzitutto, lo sviluppo delle infrastrutture, che implicano non solo minori costi operativi per le imprese, ma anche maggiori possibilità di interazione con il contesto economico, in grado di stimolare la concorrenza e l’efficienza attraverso lo sfruttamento di economie di scala. Al riguardo, il processo di risanamento finanziario in vista della creazione dell’euro ha portato molti Stati membri a ritardare la realizzazione dei «progetti prioritari» identificati per lo sviluppo infrastrutturale dell’Unione. Una soluzione a questo problema passa attraverso la mobilitazione di forme innovative di gestione e finanziamento, in cui la componente pubblica viene affiancata da quella privata (project financing). Occorre inoltre che gli Stati prendano atto del fatto che i vantaggi competitivi del sistema-Europa si sono, come ricordato in precedenza, progressivamente spostati da settori «tradizionali» (tessile, metallurgia) a settori ad alto valore aggiunto (informatica, telecomunicazioni, alta tecnologia), in cui la ricerca e lo sviluppo tecnologici sono un fattore di successo cruciale. L’Ue è attualmente all’avanguardia come qualità della ricerca di base, ma in termini di brevetti depositati e ricadute economiche per le imprese è dietro Stati Uniti e Giappone. Chiaramente occorre abbandonare l’approccio orientato a privilegiare la ricerca disciplinare su tecnologie generiche a favore di approcci più concreti che coinvolgano maggiormente le imprese.
Infine, la salvaguardia della competitività del sistema-Europa passa soprattutto attraverso un mantenimento e uno sviluppo adeguato del capitale umano, che costituisce al giorno d’oggi il principale vantaggio competitivo dei Paesi «sviluppati» nell’economia globalizzata. Una maggiore formazione e qualificazione dei lavoratori consentirebbe in primo luogo di sfruttare in maniera efficiente nuove e sempre più sofisticate tecniche produttive, mentre il sostegno alla ricerca permetterebbe all’Unione europea di mantenere un margine competitivo rispetto ai suoi principali concorrenti internazionali. In questo campo, l’Unione deve avere un approccio flessibile al problema, evitando una gestione centralizzata e dirigistica dei fondi destinati alla formazione del capitale umano, ma privilegiando forme di sussidiarietà che possano tenere conto delle caratteristiche o specializzazioni particolari dei sistemi locali, e la valorizzazione di ogni risorsa, anche privata, disponibile allo scopo. La (nutrita) agenda delle riforme strutturali è allora ben chiara agli Stati membri, che l’hanno messa a punto di comune accordo ai massimi livelli nell’ambito delle riunioni del Consiglio europeo, che si svolge al livello dei venticinque capi di Stato e di governo comunitari. Nelle dichiarazioni di principio, esiste anche la consapevolezza dell’importanza di tali riforme; eppure queste non sembrano progredire al ritmo sperato. È invece di assoluta importanza procedere con decisione lungo questa strada, su cui in Italia sono stati mossi solo i primi, timidi passi. Evidentemente, tale agenda di politica economica va commisurata agli spazi di manovra politici esistenti per la sua realizzazione, che, come detto, per il momento non sembrano essere molti, in quanto esiste una divergenza tra ciclo economico, che beneficerebbe grandemente di dette riforme strutturali, e ciclo politico, che condiziona pesantemente la capacità degli Stati membri di portare avanti politiche dell’offerta nella misura in cui queste risultano essere «costose» in termini di consenso elettorale. Da qui, la facile scorciatoia di scaricare le colpe della mancata crescita sull’euro o sulla Bce o sulla congiuntura internazionale, al fine di giustificarsi agli occhi dei propri concittadini, di cui però in ultima analisi non vengono tutelati gli interessi di fondo, poiché si limitano le potenzialità complessive di benessere per l’area.
In altri termini, vi è il rischio di «rassegnarsi» all’idea che, nell’attuale contesto storico, al momento delle scelte i cittadini europei non vogliano sostituire una pervasiva ma inefficiente rete di protezione sociale con un maggior livello di crescita e benessere individuale, e che dunque occorra attendere tempi politicamente più propizi per portare avanti le riforme strutturali europee, limitandosi alle modifiche minime e indispensabili. Tale strategia, che evidentemente produce notevole danno al benessere dell’Ue a causa del potenziale non sfruttato di crescita economica, deriva essenzialmente dal fatto che il trade-off tra i benefici delle scelte di riforma strutturale e i costi derivanti dalle stesse non è immediato, in quanto i primi si hanno nel medio periodo, a fronte di sacrifici immediatamente percepibili dai cittadini. Occorre dunque una classe politica lungimirante che possa superare tale giudizio emotivo dei cittadini e, con un’azione quasi pedagogica, porti gli stessi ad apprezzare i benefici di medio periodo derivanti dalla strategia di riforma. Infatti, i cittadini non sono soltanto vittima di cattivi esempi nelle scelte politiche dei partiti di governo, oltre che di messaggi confusi: gli stessi atteggiamenti si sono poi negativamente riflessi sulle aspettative dei soggetti economici, un elemento chiave nell’influenzare la performance del sistema, prestando così il fianco all’atteggiamento disfattista e pessimistico ampiamente sfruttato e cavalcato dal centrosinistra.
Conclusioni
Alla luce dell’analisi svolta, risulta non solo un grave ritardo da parte di tutti i principali Paesi dell’Unione, ma in particolare dell’Italia nell’internalizzare pienamente le implicazioni del «nuovo» modello economico e sociale. Il problema ha una dimensione nazionale e comune: a livello europeo i cambiamenti di leadership politica avvenuti negli anni recenti nei principali Paesi hanno comportato titubanze, perplessità e una mancanza di mordente nel perseguimento delle linee guide stabilite dal Trattato di Maastricht. La stessa strategia di Lisbona serve più da slogan da citare a ogni occasione che da convinto sistema di linee guida da perseguire. Il dibattito attorno al Patto di crescita e di stabilità, seppure comprensibile alla luce dell’insoddisfacente congiuntura internazionale e quindi interna è sintomatico perlomeno di una scarsa determinatezza nel mantenere i comportamenti sui giusti binari. Tuttavia, la situazione sembra ancor più preoccupante a livello nazionale dati i ritardi che si vanno accumulando sulla strade delle riforme, con le dovute eccezioni, che però rappresentano macchie di colore su di un tessuto del quale non è chiara la trama di fondo. Non vi è quindi da sorprendersi se il problema della competitività si presenta in Italia in modo più acuto che altrove. Lo stesso (spesso bizzarro) dibattito attorno al «declino» industriale ed economico del Paese, si accanisce più nella ricerca di dati che suffraghino tale tesi piuttosto che concentrarsi nella proposta di soluzioni operative che risolvano il problema. Non occorre disquisire attorno a un «nuovo» modello di politica economica. Basterebbe applicare seriamente e con determinatezza quanto messo a fuoco dal Trattato di Maastricht in poi, un modello che tuttora sembra essere l’unico promettente per garantire adeguati livelli di benessere e una migliore sostenibilità delle politiche sociali negli anni a venire.