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Leopardi, non gattopardi

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Da oltre un biennio, e con una progressione che solo ai ciechi è concesso di non vedere, l’immenso ed emotivo elettorato italiano va «punendo» quella Casa delle libertà che aveva mandato, nella primavera del 2001, a reggere il Paese. A mio parere, auspicando una «rivoluzione liberale». Rivoluzione che non c’è stata. Ed è inutile nascondersi dietro le pallide leggi per la riduzione del carico fiscale, l’abolizione delle imposte di successione, i condoni per il rientro dei capitali. Troppo timidi, e mai con quello stile che ha contrassegnato i comportamenti di un Reagan, della signora Thatcher. Financo più incerti che in Spagna, Germania, Francia, dove i governanti non esitano a prendere di petto imprenditori e sindacati. Fino a essere obbligati a chiederci: esiste, può esistere, in Italia una «cultura liberale», fra l’altro in presenza - e non bisogna avere il timore di sottolinearlo - di un variegato «mondo cattolico» che in molte sue componenti ha sempre messo sullo stesso piano liberismo e socialismo, finendo poi col privilegiare quest’ultimo? Che lo si ammetta! Un’Italia liberale non è mai esistita. Forse lo era Cavour, ma morto anzitempo, consegnò l’unificazione al centralismo sabaudo che a sua volta, col trasferimento della capitale a Roma, abdicò a favore del gattopardismo trasformista: l’ambiziosa «Italietta» dell’Ottocento. Arrivò il piemontese Giolitti, liberale non solo per etichetta. Compiuto il miracolo a cavallo dei due secoli (l’avvio all’industrializzazione del Paese, chiamando in soccorso banchieri mitteleuropei, considerato che i nostrani erano unicamente capaci d’intrighi e speculazioni sin troppo simili agli attuali), si trovò a fare «conti politici» con cattolici sturziani, socialisti, nazionalisti. E il fascismo, favorito dalla miope (oggi, come la definiremmo?), oligarchia confindustriale, inaugurò la stagione dell’autarchia. Durante il Ventennio, lo «spirito liberale» sopravvisse con Benedetto Croce, filosofo guardingo e talvolta pusillanime. Parve riemergere nel dopoguerra, quando Alcide De Gasperi affidò a Einaudi la Banca d’Italia e nominatolo vice premier, a Menichella governatore, le sorti della lira e dell’economia. E «miracolo economico» fu. Ma né la Dc né gli altri partiti avevano vocazione liberale. «Possedere lo Stato», in una miscela di post-corporativismo era il loro obiettivo. Risultati: negazione o quasi del profitto, declassato da valore a rapina; trionfo dell’assistenzialismo a 360 gradi in quanto nessuno poteva fallire. Eppure, e questo va detto e ridetto, anche dopo la fine del virtuoso ciclo enaudian-degasperiano, quello che propiziò il mitico «miracolo economico», l’Italia proseguì. Eccome!
Difficile ammetterlo: la libera iniziativa in sostanza osteggiata dai governi di centrosinistra dell’epoca (il Psi pretese la nazionalizzazione elettrica che doveva anticipare quella delle assicurazioni, Gepi e Iri accolsero nel loro seno le industrie in via di fallimento), prosperava negli interstizi del sistema. Fu l’epoca dei «Brambilla», artefici del Made in Italy che allegramente aggiravano il fisco. Da Roma s’assecondava negandolo: con le svalutazioni a catena della lira s’esportava a più non posso. I sindacati confederali facevano la voce grossa con le grandi industrie (in pratica minandole alle fondamenta), ma sotto-sotto tenendole in piedi con ogni sorta di agevolazioni. Poi, la «gran trovata», la magica intuizione: entrare in Europa. Europeisti da sempre (ed è vero), immaginammo che mettere il cappello sull’attaccapanni della moglie ricca, tutto avrebbe risolto. Gettando il cuore oltre l’ostacolo dell’allucinante debito pubblico accumulato, del deficit di bilancio, delle infinite carenze del «sistema Italia». Entrammo così a vele spiegate nell’euro, approvando con acclamazione i Trattati di Maastricht. Follia? Assolutamente no. S’ha da far credito alla buona fede, e anche di più, a coloro che negli anni Novanta c’indussero al gran salto. In primo luogo, sfruttarono al meglio l’opportunità geopolitica: poteva un’Europa dalla moneta unica fare a meno dell’Italia? Secondo: come diceva Napoleone, l’Intendenza avrebbe seguito… Senonché gli italiani sono razza originalissima e le radici non sono acqua. Predicar bene, razzolar male… Così, l’Italia non ha seguito, pur percependo, nelle sue componenti più attente, che il sedersi al tavolo dell’Europa non era un gioco delle tre tavolette. Bisognava insomma cambiar marcia. E in molti propiziarono nel 1994 il successo di un Berlusconi che, entrato in politica da neofita bulldozzer, s’installo a Palazzo Chigi. La congiura dei «poteri deboli» coalizzati e armati da una magistratura partigiana, lo azzoppò. Ricominciò il balletto. Portando ai vertici un Romano Prodi che, in verità, qualche pulsione liberale l’aveva, avendo parecchio mutuato nei suoi studi ed esperienze, dal modello americano delle Public Companies. I «consociativi» gli tagliarono le gambe e finì disarcionato, a vantaggio di un D’Alema, poi di un Amato, dal Dna incerto. Rivinse il Cavaliere nel 2001, appunto promettendo la rivoluzione. Liberale. L’Italia della gente che lavora, quella delle mitiche «partite Iva», lo credeva, ma Berlusconi era davvero liberal-liberista? È venuto il momento di porsi la questione. Ebbene, a giudicare dai successivi comportamenti, sono portato a ritenere che la fede liberale di Silvio Berlusconi mai sia stata granitica. Intendiamoci: aveva il gusto dell’intraprendenza e del rischio, il convincimento radicato che il progresso marciasse sulle gambe degli uomini. Però, dal liberalismo autentico lo separavano, proprio nella sfera dell’individualità, gli «interessi». Nonché il complesso dinastico: e non a caso (posso affermarlo con buoni motivi) guardava agli Agnelli come a un esempio. Oserei dire: Berlusconi era un liberale «monarchico», assai poco repubblicano. Illuminato, certo, ma da re o principe poco disponibile a spartire il potere.
L’apoteosi, poi il declino di Forza Italia, sta a dimostrarlo. In Occidente, dagli Usa all’Estremo Oriente (poiché persino Cina e Giappone sono ormai «Occidente»), lo conferma: la democrazia può investire monarchi, mai però concedere loro firme su cambiali in bianco. Infatti il consenso del leader va continuamente, instancabilmente, alimentato dall’azione, dai gesti, dai comportamenti di chi lo circonda. Berlusconi, invece, ha unicamente puntato sul proprio carisma. Non intuendo che la Casa delle libertà era, come si rivelerà, un covo di vipere opportuniste: che l’economia reale non era quella che lui s’immaginava. Ancora: se voleva costruire un «Partito d’opinione» alla maniera americana, doveva chiamare attorno a sé gli intellettuali. Persino Mussolini ci aveva provato con Minculpop. Lui no. Dove stanno i custodi del «Berlusconi pensiero»? Se ciò non è accaduto, e purtroppo rischia di non accadere, è perché, prescindendo dalla meritoria campagna a smascherare il latente criptocomunismo intellettuale, Berlusconi ha privilegiato un entourage compromissorio, tipico dei «salotti romani». I gattopardi, anziché i leopardi. Quanto all’economia, dopo qualche zampata, ha avuto paura della «piazza». Dimenticandosi di Reagan, della Thatcher. Persino di Tony Blair. In campo fiscale, del decisionismo di Gorge W. Bush. Certo, le giustificazioni non mancano. Però: un leader cade in battaglia, mentre Berlusconi rischia forte di finire nella palude delle compromissioni. Finendo col concedere a coloro che, persino all’interno della sua Casa delle libertà, col liberismo ben poco hanno a che spartire. Vittima di un italico equivoco: quello secondo cui in Italia, liberismo non fa rima con socialità. Efficienza con progresso & sviluppo. Torme di reduci si sono impadroniti, squatterando, della Casa delle libertà. Ha capito Berlusconi? Personalmente ritengo che il Cavaliere, nonostante gli errori commessi, sia ancora il meglio che il «Convento Italia» metta a disposizione. Dargli fiducia, tuttavia, non è facile. A meno che batta parecchi colpi: sbarazzarsi degli alleati infidi, ristabilire i contatti con l’economia e il Paese reale, lanciare alto e forte un messaggio liberal-liberista. Può farlo? Non so. Ma da questo dipenderà non solo il suo (incerto) futuro politico, e non solo politico; soprattutto il destino dell’Italia. Infatti, dovesse calare il sipario sulla breve era berlusconiana, nessuno sa a cosa andiamo incontro. Pertanto, ne tragga le conseguenze; e se non l’ha svenduta in qualche mercatino romano, torni a brandire la sciabola dei liberismo.

 

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