Le ragioni del cosiddetto «declino italiano» sono molteplici e di diversa natura. Ma su tutte domina la «ragione culturale». La mancanza, cioè, di un’adeguata idea di nazione che possa essere sviluppata e praticata in riferimento alla complessità dei rapporti che sono andati istituendosi negli ultimi decenni. La nazione, contrariamente a quanti immaginano il superamento della crisi della modernità con il suo abbandono, è un organismo vitale le cui componenti, se non sono organicamente pensate in una struttura unitaria non possono che prendere strade diverse e dare vita a conflitti le cui naturali conseguenze anarchiche segnerebbero la fine dell’ordine sociale. L’affievolimento del principio di identità nazionale è la causa principale dell’incapacità di credere in un progetto comune da parte degli italiani e quindi immaginare una nazione nuova, moderna nelle strutture, ma fedele ai propri caratteri spirituali e culturali. Che questa idea tradizionale di nazione sia stata smarrita è un fatto sul quale sarebbe bene avviare una riflessione che avesse a oggetto anche l’inadeguatezza delle istituzioni formative nel determinare la consapevolezza, soprattutto nelle giovani generazioni, che la nazione non è un’anticaglia della quale poter fare a meno, ma un complesso di valori vitali che danno il senso a un’appartenenza e alla creazione di un destino. Sarebbe bello e confortante credere che l’Italia sia ancora «terra dalle molte vite sempre rinascenti», come diceva Gioacchino Volpe riprendendo suggestioni carducciane che valevano a forgiare le giovani generazioni agli inizi del Novecento. Ciò che ci propone questo tormentato inizio di secolo non induce alla speranza ma, anzi fa precipitare quelle residue certezze che, nonostante tutto, qualcuno coltivava circa le possibilità di rinascita della nazione italiana. Oltre mezzo secolo di progressiva disaffezione dall’idea di Patria, riguardata dal mondo intellettuale e da quello politico come il male supremo da esorcizzare a ogni costo, hanno fatto perdere alla generalità degli italiani formatisi dopo la guerra quel senso dell’identità e dell’appartenenza su cui si fonda un’educazione nazionale, grazie alla quale si acquista poi la coscienza civica necessaria a informare comportamenti responsabili nei confronti della comunità. La rottura con la «religione» della nazione ha portato a privilegiare lo spirito di fazione e a coltivare quel particolare che a lungo è stato d’ostacolo alla ricostruzione dello Stato inteso come proiezione giuridico-politica dei valori del popolo. Pertanto ci si è «riconosciuti», se così si può dire, nelle fazioni, nei partiti, nei sindacati, ma non in un principio organico come lo Stato-nazione ritenuto orpello retorico di una politica fuori dal tempo.
Contro l’unità politica della nazione, dunque, per mezzo secolo, con tenacia e continuità degne forse di miglior causa, la partitocrazia, gli apparati dello Stato deviati dalle loro funzioni istituzionali, i cosiddetti «poteri forti» extra-statuali hanno ingaggiato una vera e propria guerra senza quartiere, oggettivamente finalizzata a distruggere il tessuto connettivo stesso della nazione, sopprimendo i suoi valori e il suo diritto a rinnovarsi nelle nuove generazioni. La scuola, l’università, i mass-media, la cultura in genere sono stati attivati in vista del disegno da perseguire. E non si può dire che le classi dirigenti in questo lunghissimo dopoguerra non abbiano raggiunto lo scopo. Pochi si sono opposti al dominio delle oligarchie anti-nazionali configurando la loro azione - su cui è sempre ricaduto violentissimo l’anatema dell’intellighenzia progressista - come un’autentica battaglia a difesa delle ragioni della comunità nazionale contro le esigenze di parte. Purtroppo il risultato non è stato quello sperato e oggi un po’ tutti, a prescindere dall’appartenenza politica, si interrogano sull’identità smarrita del popolo italiano, sulla «crisi» della nazione come entità collettiva, sulla caduta dell’idea di Stato. Nel contempo, emergono nuove minacce che mirano a disgregare ancor più la fragile unità nazionale.
Alfredo Rocco, giurista e uomo politico tra i più grandi del Novecento, denigrato dagli ignoranti e dai falsificatori di professione, diceva che «la nazione è un organismo avente vita continuativa». Si potrebbe aggiungere che la comunità nazionale, considerata nel suo passato e proiettata nell’avvenire, è un’unità di destino. Unità che, con tutta evidenza, non è un regalo fatto a un popolo da arcane potenze, ma una conquista, dispiegatasi nel tempo, tesa allo sviluppo del popolo stesso in coerenza con i suoi valori culturali e la sua tradizione storica. Oggi amaramente dobbiamo constatare che alla latitanza dello spirito unitario nazionale tiene dietro un progetto di completa disgregazione prossima al dissolvimento della nazione stessa. La patria è diventata una sorta di gadget collettivo da esibire sventolando il tricolore quando la nazionale di calcio ottiene un qualche significativo risultato oppure nelle occasioni in cui la Ferrari taglia per prima il traguardo. Se si prova però a chiedere agli studenti medi o liceali di dare una definizione della patria, dalle loro labbra non esce neppure una sgangherata parola. Non si ha coscienza di ciò che si è, non si sa da dove si viene e poco importa - sembra - che «altri» posseggano le chiavi del nostro destino. Ciò che non si potrà perdonare mai alle classi dirigenti degli ultimi cinquant’anni è il «lavaggio del carattere» operato ai danni degli italiani, ai quali è stata negata perfino la conoscenza delle loro origini con un metodico e minuzioso processo di sradicamento culturale che, per fortuna, nessuno si azzarda più a negare. Eppure agli inizi del Novecento numerosi erano stati gli sforzi da parte di politici e intellettuali per preparare il terreno per l’affermazione di una certa idea di italianità: nessuno prevedeva che la morte della Patria sarebbe sopraggiunta l’8 settembre 1943 gettando il Paese nel baratro, e, soprattutto, nessuno poteva immaginare che la seconda parte del secolo sarebbe stata vissuta dagli italiani nel segno di una «allegra» anti-italianità dalle conseguenze disastrose. L’esito della Grande guerra e la calda aspirazione al «primato» che si nutriva in ogni area della Penisola, mai avrebbero fatto pensare che nel volgere di pochi decenni ciò che sembrava a portata di mano si sarebbe trasformato in tragica illusione. Non poteva, tra gli altri, prevederlo Gioacchino Volpe, il più grande storico italiano del secolo scorso, che alla fine del «fatale» 1918, dopo la Vittoria, scrisse parole di inequivocabile fede nell’Italia, certo che la nazione, dopo prove straordinarie, avrebbe costruito il suo avvenire: «Facciamo vivere nella nostra fantasia l’immagine di un popolo che, in cammino da decenni e da secoli, sopra una difficile strada, affrontando a poco a poco non solo gli ostacoli della malevolenza e della forza altrui ma anche e non meno le proprie inesperienze, passioni, male abitudini mentali, tuttavia avanza; si organizza sempre più moralmente. Cioè acquista sempre più coscienza di sé; trova un suo proprio assetto politico, comincia a ricostituire la sua ricchezza e a rinnovare la sua cultura; si propone obiettivi sempre più alti e lontani di vita collettiva; cerca di battere il passo con altri popoli più maturi e fortunati; diventa o ridiventa parte viva e attiva della società civile; riceve e dà contributi onorevoli al comune patrimonio morale del mondo; guarda in sé l’onesto proposito di bene conoscersi e più rapidamente avanzare. Questo popolo è il popolo italiano degli ultimi secoli. Vicenda dolorosa e vicenda lieta: vicenda in ogni modo di un popolo che ha radici profonde ed è abbarbicato alla terra e quasi, come diceva un grande poeta inglese, anela all’immortalità».
Volpe, più di ogni altro, ha cercato con il suo lavoro di fornire un quadro delle origini e dello sviluppo della nazione italiana, rilevandone i valori storici, il «carattere», lo svolgimento delle sue istituzioni. E l’ha originalmente osservata anche come «creazione dell’Europa», tesi che dimostrò brillantemente in più di un saggio. Nello studio Italia ed Europa, più volte pubblicato in varie raccolte, Volpe descrive come l’Italia abbia tessuto «la sua storia nell’ambito della storia degli altri»; e come questa sua storia sia il prodotto del dare e dell’avere, in termini soprattutto culturali, rispetto alle altre nazioni. Sicché Italia ed Europa non possono essere pensate distintamente o, addirittura, in opposizione, ma «insieme», come risultati di un affinamento reciproco. Scrive Volpe: «Dal giorno che l’Europa, organizzatasi in Stati nazionali, si accostò alla penisola; dal giorno che iniziò la conquista e gli Italiani entrarono in più stretto contatto con gli altri, cominciò allora la formazione degli organi di difesa e di collaborazione, cioè il processo verso lo Stato nazionale». La «questione italiana», dunque, è per Volpe «questione europea». Questione che si pose, in maniera evidente, tra il Quindicesimo e il Diciassettesimo secolo quando l’influenza italiana cominciò a farsi sentire in Europa, quando l’Italia incontrò e prese a frequentare altri popoli e, tutt’altro che gelosa del proprio retaggio, gettò se stessa, la sua cultura, i suoi uomini nel crogiuolo della formazione degli Stati nazionali europei dando a essi supporti decisivi. E nel contempo facendo prendere consistenza al sogno di Niccolò Machiavelli: una nazione italiana politicamente coesa, premessa per la sua unità. Verso la metà del Diciottesimo secolo, il pensiero in Italia, afferma Volpe, passa dai problemi marginali della politica, come la moneta, le dogane, l’agricoltura, ai problemi centrali come lo Stato, la nazione nei suoi assetti interni e nelle sue proiezioni internazionali. Comincia così «lo sforzo di realizzare nell’ordine istituzionale il senso della morale unità».
Ma oggi che cosa significa rinnovare l’impegno per la riacquisizione dell’identità nazionale? Non è necessario scomodare Ernest Renan per convincersi che la nazione è un «plebiscito» di tutti i giorni. Basta avere la consapevolezza che il principio stesso dell’appartenenza a una cultura e a un sistema di valori civili ci fa cittadini di una nazione. Sembra - e forse lo è - una banalità, ma dopo la crisi delle ideologie che negavano in radice la nazione come comunità storicamente fondata, sono insorte forme diverse e probabilmente più subdole che la mettono in discussione, delle quali bisogna necessariamente tenere conto: il mondialismo, il pensiero unico, l’indifferentismo culturale. È difficile qualificare queste tendenze come ideologie strutturate; ma è viceversa facile riconoscerle come «veicoli» dell’ulteriore messa in discussione della nazione che apre la strada al rifiuto del riconoscimento delle specificità e, dunque, a una sorta di «totalitarismo morbido» avente la pretesa dell’ineluttabilità dell’omologazione culturale quale fine ultimo della «guerra» alle differenze condotta soprattutto dai gruppi di potere finanziario e mediatico. È per questo che la difesa della nazione si configura non come una ripresa degli stilemi del vecchio nazionalismo arroccato attorno al principio dell’intangibilità dei «sacri confini» e moralmente giustificato da una improponibile «volontà di potenza» declinata in imperialismo, ma come un atteggiamento che trascende il particolarismo egoistico e afferma il diritto alla sovranità per tutti i popoli e tutti gli Stati, a prescindere dall’organizzazione giuridica di cui sono dotati. La nazione, è un’idea antica che si rinnova. Credere di poter evitare di riferirsi a essa nel difficile tentativo di modernizzare le istituzioni pubbliche è come voler attraversare un deserto privi di generi di sostentamento. Purtroppo l’errore che spesso, e da più parti, viene commesso è quello di pensare che la nazione sia un’anticaglia sentimentale, un cascame retorico e non, com’è in realtà, un «organismo vivente» i cui elementi, se non armonizzati, rischiano di produrre conflitti difficilmente sanabili. Questo errore, con tutta evidenza, è affiorato quando si è pensato di riformare il sistema costituzionale italiano senza tenere conto dei valori a cui ispirare tale lavoro, i quali non possono che essere i valori dell’unità della nazione e dell’integrità dello Stato nazionale. L’ingegneria costituzionale, senz’anima e priva di prospettive comprensibili dai cittadini, può partorire soltanto progetti velleitari; le grandi Costituzioni sono tali quando i principi che affermano sono in sintonia con lo spirito dei popoli. Uno degli errori del costituzionalismo moderno è consistito nel ritenere di poter fare a meno della nazione: non a caso uno dei pochi esperimenti del Novecento riusciti è stato quello del generale de Gaulle perché profondamente legato allo spirito del popolo francese.
Questa dimensione che esplicita il sentimento dell’appartenenza sopra richiamato, è possibile coltivarla, difenderla, affermarla? Crediamo che tutte le forze politiche autenticamente popolari e innestate, sia pure a diverso titolo, nella storia nazionale abbiano il dovere di rilanciarla al fine di contrastare sia le spinte disgregatrici che dall’interno operano per una rottura della comunità nazionale, sia l’invadente relativismo etico che dall’esterno si propone il fine di recidere legami culturali grazie ai quali si tiene insieme il Paese. Nell’autunno 2003 i caduti di Nassiriya ci richiamarono improvvisamente e drammaticamente al principio pre-politico dell’appartenenza. Perciò ci stringemmo, senza distinzione di parte, a loro e tra noi per marcare, appunto, l’appartenenza a una comunità radicata in un patrimonio di valori morali e spirituali che definiscono un altro sentimento che per decenni non ha avuto cittadinanza in Italia: il patriottismo; sentimento che preesiste al riconoscimento della stessa idea di nazione. Dai giorni della tragedia irachena, che ha segnato anche il nostro Paese, ci siamo chiesti tante volte se il sentimento del patriottismo possa coniugarsi con la vita quotidiana. In altri termini, se un valore assoluto e condiviso possa costitutire la base per attivare quel senso della nazione la cui caduta è il principio richiamato del cosiddetto «declino italiano». Di fronte a tale questione non credo ci si possa ritenere appagati dal fatto che una circostanza luttuosa ci ha fatto sentire per una volta «più italiani». È auspicabile, invece, che le strutture istituzionali, formative e culturali in primo luogo, esercitino la necessaria funzione di sensibilizzazione attorno alla questione della coesione comunitaria per offrire orientamenti, soprattutto alle giovani generazioni, che esaltino l’identità nazionale e la offrano come motivo di confronto (e non di sopraffazione o di rivendicazione di fantasiose superiorità) con altre identità riconosciute, accettate e rispettate. Questa prospettiva a lungo è stata resa impraticabile dalla divisione ideologica del Paese, incancrenitasi a tal punto che gli avversari politici si sono considerati «nemici». Oggi, con l’affermarsi di una classe dirigente consapevole che l’uso strumentale della storia conduce all’inevitabile imbarbarimento della lotta politica e al disfacimento di quel che resta della coesione nazionale, ci si è incamminati sulla strada del superamento delle devastanti divisioni affinché in Italia non si riproducano più odi barbari ed elementari il cui unico risultato è stato quello di far crescere la diffidenza e far maturare un clima di disagio permanente, premesse per la fine di ogni tentativo di pacificazione. L’antifascismo è stato ideologicamente e per molti anni il più efficace strumento di divisione. Quasi mai, e soltanto in alcuni settori della vita pubblica è «passato» l’ammonimento di Norberto Bobbio secondo il quale la riconquista della libertà politica è stata determinata dalla Resistenza antifascista, ma che non tutto l’antifascismo è stato democratico. Il tempo di mettere le cose a posto è arrivato, sia pure con deprecabile ritardo, non, come è facile capire, perché si possa utopisticamente sperare di riconoscere una storia unanimemente condivisa, ma quantomeno perché ognuno, della più diversa estrazione, possa finalmente accettare tutte le storie senza demonizzarne nessuna. E soprattutto affinché le storie non vengano utilizzate come improprie armi di lotta politica. Dopo le dichiarazioni del leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, a Gerusalemme, sarebbe opportuno che il confronto politico in Italia si «normalizzasse» e la democrazia dell’alternanza non subisse più le convulsioni periodiche a cui siamo purtroppo abituati, nella considerazione che ogni soggetto politico è parte integrante e legittima della nazione; una nazione da condividiere, non da affossare.
Ricomporre questa frattura della guerra civile vuol dire incamminarsi sulla via del rinnovamento della nazione e respingere, con più forza e maggiori possibilità di successo, gli attacchi portati alla sua integrità da una quantità non trascurabile di «nemici» interni ed esterni a cominciare da quanti - e non soltanto nei confronti della nazione italiana - svolgono una costante e sottile opera di demolizione innanzitutto culturale. Anche per liberare la democrazia da ogni tipo di pregiudizio escludente, a quasi sessant’anni dalla fine della guerra civile, forse è giunto il momento di mandare in soffitta la vulgata resistenziale e non certo per negare una parte della storia non secondaria del nostro Paese, ma semplicemente perché è nei fatti l’adesione all’etica e alla pratica democratiche da parte di tutti i cittadini che si riconoscono nella Repubblica e nella Costituzione senza avvertire il bisogno di continuare a definirle contro qualcosa e contro qualcuno, posto che la migliore difesa delle stesse è l’accoglimento indiscutibile dei valori che le ispirano. Se, come si sta facendo, si consegna il fascismo alla storia; se si prendono le distanze in maniera inequivocabile e perfino clamorosa dalle aberrazioni del «secolo delle idee assassine», come Robert Conquest ha definito il Novecento, dal razzismo al totalitarismo; se si scrivono pagine di storia a lungo misconosciute e finalmente si porta a conoscenza del grande pubblico il fatto che la Resistenza fu anche una storia di eccidi ingiustificati e di umane miserie, è naturale che si svestano la Repubblica e la Costituzione dei panni del «mito» resistenziale per affermare che esse sono soltanto democratiche, vale a dire di tutti gli italiani i quali tanto più si sentono liberi di riconoscersi nelle istituzioni, quanto più queste vengono sottratte a definizioni storiche che significano poco o nulla, soprattutto quando sono generiche. È un fatto che la Repubblica nasce dall’antifascismo, ma è altrettanto vero che in esso, come hanno sottolineato studiosi di estrazione e di sentimenti antifascisti, si manifestarono forme di violenza e di prevaricazione, che fecero vittime non soltanto nel campo fascista, ma molto più estesamente anche in ambiti del resistenzialismo che si opponevano all’egemonia dei comunisti nella liberazione. Su questa pagina della nostra storia a lungo è stato vietato indagare proprio perché si temeva che venisse scalfito il «mito» della Resistenza. E così gli italiani sono stati indotti a ritenere che il movimento antifascista fosse costituito da tutti i paladini dell’ideale democratico, cosa che non fu. In esso la presenza dei comunisti che guardavano all’Unione Sovietica di Stalin come a un faro ispiratore è incontestabile. E sono stati gli stessi che hanno fatto passare in secondo ordine l’apporto dato dall’antifascismo democratico alla nascita della Repubblica. Anche per questa via la nazione si è perduta e per molto tempo abbiamo disperato di ritrovarla.
Oggi si avverte la necessità di rileggere la storia del Novecento per riconoscerci in valori e istituzioni democratiche, senza altre aggettivazioni, al fine di dare vita, possibilmente, a un nuovo patto costituzionale che risponda adeguatamente ai pressanti interrogativi del presente senza che nessuno possa dire che si tradisce lo spirito originario della Repubblica. Perciò il rigetto di tutti gli «anti» è indispensabile poiché sulla negazione non si edifica nulla di duraturo e di stabile. Se ciò vale per l’antifascismo, non vedo perché non debba valere per l’anticomunismo. Quest’altra «religione» della delegittimazione non ha senso se strumentalmente applicata a un soggetto che, almeno nelle forme rilevanti assunte nel passato, nel nostro Paese non c’è più. È necessario, nel quadro della nazione da condividere, che si abbia rispetto di avversari che rivedono la loro storia alla luce della conoscenza acquisita e dei risultati devastanti cui sono pervenute le esperienze del socialismo reale. Insomma se una storia condivisa che fondi una comunità coesa non è pensabile, l’accettazione delle storie e il rispetto che verso di esse si impone, apre la strada a una nazione condivisa, da conquistare giorno per giorno nella prospettiva di dare un senso concreto al sentimento che sorregge l’idea stessa di nazione: il patriottismo. Com’è facile dimostrare, esso non può essere quello della Costituzione, come pure qualcuno ha sostenuto, né quello astratto pronto a farsi supporto ideologico a scopo di sopraffazione. Il patriottismo è il vincolo comunitario tra elementi reali che fanno parte della vita; non è escludente ma inclusivo; non è la suprema forma dell’egoismo collettivo, ma la prova di generosità di un consapevole aggregato umano conscio che la sua sovranità finisce laddove comincia la sovranità di altri; è il rispetto che si deve alle altre culture, a tutte le culture perché manifestazioni dello spirito dei popoli e che sarebbe delittuoso cancellare. Patriottismo e democrazia, dunque si tengono, poiché, come osservava Lucien Febvre, il grande storico francese fondatore della scuola degli «Annales», la patria «è una parola astratta, presa in prestito, una parola classica, certo; ma che ben presto si è riempito di sostanza umana, di sostanza individuale, di sostanza vissuta». È questa «sostanza» che la legittima, in un certo senso. Perciò l’amor di Patria, per come storicamente si è incarnato, può dirsi un’estensione dell’«amor proprio». I moralisti francesi del Settecento dicevano che ci si ama veramente soltanto amando la Repubblica e alla fine si arriva ad amarla più di se stessi. Henry Jean-Baptiste d’Anguesseau, che scriveva di politica nel Diciottesimo secolo, si chiedeva se davvero il patriottismo giustifica la passione nazionale, «questo amore pressoché connaturato all’uomo, questa virtù che conosciamo attraverso il sentimento, che acquisiamo attraverso la ragione, che dovremmo seguire per interesse, davvero possiede delle radici profonde nei nostri cuori?». Per quanto possa sembrare strano al debutto del Ventunesimo secolo, la risposta è convintamente affermativa. Le radici profonde del patriottismo sono in tante cose che riassumono la nostra identità, ma soprattutto nel sacrificio di chi ha portato e continua a portare nel mondo una certa idea dell’Italia. Nonostante tutto.