Come la guarnigione della Fortezza dei Tartari che, sulla linea del Deserto, aspetta l’arrivo di un nemico di cui è misteriosa persino l’esistenza, anche Silvio Berlusconi non si è accorto che la Casa delle libertà non deve temere tanto i suoi avversari (i quali sono ben noti e determinati ancorché stupiti per un successo insperato) quanto se stessa. E non si tratta solo di una crescente e incomprensibile rissosità tra i partner, del ritorno ad antiche pratiche della peggiore partitocrazia (che stanno minando le fondamenta della coalizione anche in quelle poche regioni ancora governate dal centrodestra), di verifiche inconcludenti, di federalismo propagandato più per ragioni di bandiera che per effettiva intenzione di realizzarlo (dal momento che al decentramento di poteri non corrisponderà per lungo tempo un adeguato trasferimento di risorse). È singolare, anzi, che le analisi del Cavaliere, in fondo, finiscano per attribuire al «teatrino della politica» un rilievo e un ruolo ben più importanti di quelli realmente svolti. Le maggiori difficoltà dell’alleanza, che ha stravinto le elezioni nel 2001 e che oggi guarda al 2006 con grande preoccupazione, risiedono nel rapporto col proprio elettorato. In altri tempi la coalizione moderata ha saputo rispondere a delle precise domande che venivano da gran parte del corpo elettorale: sia nel 1994, quando il Polo rappresentò un’alternativa politica in un contesto politico ormai avviato verso il regime, pronto ad arrendersi alla «gioiosa macchina da guerra» messa in campo da Achille Occhetto; sia nel 2001 quando la Casa delle libertà fu in grado di vincere le elezioni dopo aver convinto il Paese di essere portatrice di un progetto di modernizzazione. Ma una coalizione non vince solo per meriti propri, ma anche per demeriti altrui. Gli errori del centrosinistra furono decisivi nel garantire il successo dello schieramento avversario nel 2001. In proposito è bene ricordare una lucida analisi della sconfitta dell’Ulivo compiuta da Massimo D’Alema nel suo intervento al penultimo congresso della Quercia che si svolse a Pesaro. «Per capire perché abbiamo perso nel 2001 - disse pressappoco D’Alema - dobbiamo spiegarci perché vincemmo nel 1996. Allora fummo in grado di proporre alla parte migliore del Paese un progetto di risanamento incentrato sulla prospettiva europea. Nel 2001 - proseguì - la spinta propulsiva della coalizione si era esaurita, tanto da non riuscire a convincere più l’elettorato di essere capace di portare avanti quel disegno di innovazione che proprio l’adesione alla moneta unica imponeva». Ed è vero. Dopo l’esperienza di Romano Prodi, a cui si deve il merito dell’ingresso nel club dell’euro, il centrosinistra e i suoi governi diventarono ostaggi politici di Sergio Cofferati. Così, pagarono il prezzo della sconfitta.
Alla luce di quest’analisi, dopo quattro anni di governo, è venuto il momento di chiedersi se la Casa delle libertà abbia tenuto fede a quelle promesse di rinnovamento che costituivano il mandato ricevuto dall’elettorato. Proprio qui stanno i motivi del «male oscuro» della coalizione di centrodestra, la quale non paga per ciò che ha compiuto ma per quanto ha omesso di fare o ha fatto con ritardo, incertezze, reticenze e ambiguità. Giulio Andreotti sosteneva che «tirare a campare è meglio che tirare le cuoia», ma in politica, prima o poi, si paga il fio delle scelte mancate. Va riconosciuto (anche osservando i dati degli scioperi) che il governo ha toccato con mano la principale anomalia del caso Italia. Nella lotta politica, doversi confrontare con un’opposizione agguerrita è un problema che, tutto sommato, può essere risolto in modo corretto, positivo e normale: con la vittoria elettorale e con la legge dei numeri in Parlamento. Fino a prova contraria, nella competizione elettorale bipolare, chi vince legittimamente governa. Ma se di mezzo ci si mettono i sindacati (di ogni sigla, ordine e tipo), i quali si avvalgono, contro il governo, delle rendite di posizione loro conferite dal sistema di potere di cui sono elementi essenziali, la partita diventa difficile, perché si tratta di istituzioni invincibili, anche se usano per finalità di parte i mezzi loro attribuiti dalla legge e dai contratti. In sostanza, se si sconfiggono lealmente gli avversari politici nelle consultazioni elettorali nessuno può reclamare alcunché. Ma come si fa a riportare alla ragione e alla responsabilità dei sindacati che dispongono di prerogative e regole di agibilità politica inesauribili e che se ne servono con la spregiudicatezza a cui siamo abituati in Italia? La signora Thatcher non ebbe dubbi: resse fino in fondo lo scontro con il sindacato dei minatori. Anche Bettino Craxi nel 1983 e nel 1985 comprese di non poter mollare sulla questione della scala mobile. Non è stato così, invece, con la revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma non solo. Dal 2001 a oggi il centro di comando della politica economica ha agito apertamente, coerentemente e senza infingimenti (visto che periodicamente tali intenzioni venivano esposte e difese con articoli e interviste, fino a elaborare una vera e propria teoria neo-colbertista) lungo un percorso tendente a creare un circuito parallelo di finanza pubblica - fondato sulle misure una tantum e di carattere straordinario - senza mai intaccare la struttura della spesa corrente. Tutto ciò nel tentativo di «passare la nottata» senza mettere le mani nelle tasche degli italiani e senza dover ricorrere a misure di «macelleria sociale». Un progetto, questo, inserito in un gioco a rimpiattino con l’Unione europea, di concerto con Francia e Germania, nella speranza di poter galleggiare sul filo del deficit. Fino a sfociare - è il dibattito di questi ultimi giorni - in una polemica aperta con la moneta unica e il patto di stabilità, mentre un governo che vuole essere liberale e liberista dovrebbe attaccarsi con determinazione ai cosiddetti parametri di Maastricht oggettivamente coerenti e stimolatori di una politica di rigore e risanamento finanziario, che non è affatto contraria a una prospettiva di crescita e sviluppo. A questo proposito è bene rileggersi quanto scrisse Daniel Gros nel mezzo delle polemiche sulla revisione del Patto: «L’unica ragione che vedo per cambiare le regole del Patto è politica: i governi non riescono a fare le riforme che servono». In sostanza, se il trattato di Maastricht non fosse mai esistito, un governo di centrodestra avrebbe dovuto inventarlo e proporlo quale costituzione materiale della Ue, nella consapevolezza che quelle regole avrebbero sostenuto la sua politica sul piano nazionale e creato invece gravi imbarazzi all’opposizione di sinistra per natura statalista. Ma ci sono anche altre ragioni alla base della crisi della Cdl e di Forza Italia, in particolare.
Le politiche devono servire anche a rafforzare e a plasmare un blocco sociale che faccia da supporto e da riferimento per qualunque coalizione. I partiti non sono solo degli strumenti organizzativi, da tenere insieme col carisma della leadership; devono diventare anche dei contenitori di un’alleanza sociale che affida i propri interessi all’azione della forza politica per la quale vota. In fondo, questa spiegazione viene confermata persino dalle analisi del voto regionale. È il popolo di centrodestra a esprimere un crescente desencanto, che per adesso viene intercettato solo in parte dallo schieramento opposto, il quale non è in grado - questo è il punto - di fornire delle risposte adeguate alle istanze (e alle disillusioni) dell’elettorato berlusconiano. Per comprendere e interpretare la crisi latente della sua coalizione il leader di Forza Italia non può sperare di cavarsela solo con una più attenta esposizione dei risultati conseguiti dal suo governo; dovrebbe saper guardare oltre gli aspetti più appariscenti, messi in evidenza da giornali e tv. In sostanza, il centrodestra, nel 2001, ha raccolto i voti dei settori esclusi dall’establishment tradizionale (poteri forti, grande impresa, sindacati), ma non è riuscito a trasformarli in un nuovo blocco sociale. Sul più bello, il governo si è messo a rincorrere i ceti difesi dalla sinistra, come se il compito di una coalizione politica non fosse quello di premiare chi l’ha votata, ma coloro che non la voteranno mai. Eppure non sarebbe stato difficile interpretare la realtà. Silvio Berlusconi ha ragione quando denuncia la presenza, in Italia, di un complesso e articolato sistema (politico, culturale, giudiziario) egemonizzato dalla sinistra. Il fatto è che questo blocco di potere ha un esteso reticolo nel tessuto economico e sociale. Il modello di Welfare ha cementato un aggregato di ceti, in qualche forma dipendenti dai flussi di spesa pubblica: tale blocco resiste a ogni cambiamento. Le classi potenzialmente antagoniste non hanno ancora una fisionomia, un comune orizzonte strategico. Sappiamo identificarli, unicamente, come portatori di meriti e di bisogni: da un lato, quelli che possono rinunciare a gran parte dell’assistenzialismo di Stato perché sono in grado di provvedere a sé; dall’altro, coloro che da esso sono ignorati. Nel 2001, la Cdl seppe interloquire con questa parte dell’elettorato, che non è minoritaria, ma solo disorganizzata, poiché i meccanismi politici del blocco dominante non sono in grado di interpretarne e rappresentarne i bisogni e gli interessi. Paradossalmente, anzi, queste aggregazioni sociali, non rappresentate dai poteri forti, possono farsi valere solo attraverso il voto, mentre non sono in grado di avere voce in capitolo nel sistema di potere della concertazione (associazioni imprenditoriali, grande impresa, sindacati confederali, burocrazia amministrativa, ecc.) che rivendica (e spesso ottiene) il diritto di cogestire il governo dell’economia e di imporre come prioritari gli interessi dei ceti da loro protetti e rappresentati. Nel 2001, lo scenario era particolarmente favorevole a un nuovo corso e, quindi, a una leadership che si candidasse a diventarne protagonista. I governi di centrosinistra avevano dato prova di una condizione di dipendenza dai sindacati e si erano adattati a subirne i veti anche a costo di ingessare il Paese. Così, all’interno della Confindustria era accaduto un fatto nuovo, quasi un «colpo di Stato»: un homo novus, Antonio D’Amato aveva sfidato e vinto il tradizionale establishment, legato al «capitalismo delle grandi famiglie».
In campo sindacale la Cisl e la Uil, che avevano mal sopportato i giri di valzer tra i governi di sinistra e la Cgil, erano disposte a un atteggiamento di attesa e verifica nei confronti del governo della Cdl. Tutte queste opportunità si sono man mano logorate. A viale dell’Astronomia sono ritornati i «soliti noti»; Cisl e Uil - dopo aver sottoscritto e successivamente ripudiato il patto per l’Italia, che venne sottoscritto da una trentina di organizzazioni - si sono ravvicinati alla Cgil di Guglielmo Epifani sul fronte opposto a quello del governo. Così il fronte del sociale è rientrato all’interno dei soliti confini: prima ancora di scegliere la coalizione di centrosinistra e il suo programma (che non esiste ancora), ha optato per la sua naturale vocazione allo statalismo e all’assistenzialismo. In sostanza, il fronte del sociale ha deciso di tornare alle pratiche tradizionali sulla base di un ragionamento tanto semplice da sembrare banale. Se neo-colbertismo deve essere, non sarà un guaio se sarà Bertinotti a occuparsene; se il rigore è contrario allo sviluppo, se Maastricht deve salire sul banco degli imputati, responsabili della mancata crescita economica, tanto vale affidarsi alla sinistra dura e pura che queste cose le ha sempre dette. Non si tratta più di lotta di classe. Che tutti gli schieramenti siano ormai interclassisti è accettato da tutte le culture politiche. Il fatto è che di interclassismi non ce ne è uno solo. O meglio non ce ne può essere uno di un solo tipo: quello dei poteri forti e protetti. Mentre l’altro - quello dell’alleanza dei meriti e dei bisogni - ha forse perduto l’occasione di prendere forma e dimensione. Il dinamismo berlusconiano della fine degli anni Novanta aveva incoraggiato processi di rinnovamento all’interno delle grandi organizzazioni sociali, da parte di realtà innovative che poi non hanno trovato nella politica del governo di centrodestra un adeguato supporto per resistere al contrattacco delle forze tradizionaliste e conservatrici. La prospettiva di un nuovo interclassismo deve tener conto di queste battute d’arresto. Non può essere sbandierato soltanto come un valore astratto di un nuovo soggetto politico, nato dalla riorganizzazione della Casa delle libertà. Tale nuovo soggetto deve darsi dei precisi riferimenti sociali. Non è difficile saper capire di quali realtà si tratta. Basta osservare il blocco sociale che si è accomodato alle spalle dell’Unione per capire che bisogna puntare a coalizzare i ceti sociali che da quel blocco sono esclusi o che ne sono comunque emarginati o subordinati.