Dell’esperienza della casa delle libertà, se c’è un patrimonio da salvare e su cui continuare a investire, è quello rappresentato dalla sua visione culturale del ruolo dell’Occidente e dalle sue scelte di politica internazionale. La globalizzazione della libertà, l’interventismo democratico contro il terrorismo internazionale e i suoi santuari, in primo luogo in Afghanistan e in Iraq, il rafforzamento dell’alleanza euro-americana, l’impegno per allargare gli orizzonti dell’Unione europea, la svolta di fronte al conflitto israelo-palestinese, nel quadro di un rinnovato dialogo mediterraneo, il lavoro per la riforma dell’Onu, la consapevolezza del peso e dei problemi di questa fase della mondializzazione, sono tutti fattori che hanno introdotto forti elementi di innovazione rispetto al passato italiano. Questa opzione non è stata facile. Si è imbattuta in molti ostacoli. Spesso è apparsa minoritaria, sia tra i partner del continente, in particolare rispetto all’asse franco-tedesco, sia nell’opinione pubblica, durante la stagione dell’impetuosa ventata pacifista. Ha rappresentato, insieme all’azione del governo Blair, il più importante contrap-
peso alle tendenze alla differenziazione dall’America, in particolare alla deriva per la quale l’identità europea iniziava dove cominciava la contrapposizione all’amministrazione Bush. Ma la politica estera avviata nel 2001 ha costituito il più rilevante, se non l’unico momento di effettiva unità del centro-destra nella sua esperienza di governo. E nello stesso centrosinistra, con il passar degli anni, sono emerse visioni simili a quelle introdotte dalla culturale neo-liberale, con un approdo che ha sottolineato il significato e la forza d’attrazione della scelta compiuta dalla Casa delle libertà, sull’onda della svolta del 1989 - che ha chiuso il Novecento - e dopo l’11 settembre, cioè il passaggio che ha posto in modo ineludibile il problema di un ripensamento delle relazioni internazionali su scala planetaria, spostandone l’asse dal terreno degli interessi e della geo-politica all’orizzonte dei valori. Si tratta di un patrimonio accumulato grazie sia all’elaborazione culturale sia all’azione di governo che, su questo terreno, è riuscita a conservare in questi anni una sostanziale linearità. E di un patrimonio - va aggiunto - che resta indispensabile di fronte alle pesanti incognite che riguardano l’intero arco delle questioni che rendono incerto il futuro, a cominciare dalle tre maggiori: la stabilità, la coesione e la ripresa dell’Europa, la lotta al terrorismo e l’estensione dell’area della democrazia.
Primo compito: l’Europa
L’Europa vive una stagione segnata da una contraddizione di fondo: non è mai stata così unita e stabile dal punto di vista politico, economico e sociale e, contemporaneamente, non è mai stata così lenta nell’affrontare i problemi, strettamente collegati tra loro, del suo sviluppo e del suo ruolo. Non è mai stata così larga e nello stesso tempo non ha mai sofferto in modo così acuto di una crisi di fiducia interna. Questa contraddizione è il risultato di una serie di fattori strutturali, che si trascinano da tempo. Le grandi novità del decennio - la moneta unica, l’allargamento a Est e il Trattato costituzionale - non ne sono certo state la causa, ma hanno sottolineato l’esaurimento di una stagione dell’europeismo. La costruzione europea è giunta a una situazione di impasse segnalata da diffidenze, mai così diffuse nella pubblica opinione - sottolineate dal «no» francese - e dalla difficoltà delle leadership politiche di rilanciare in modo convincente il progetto di integrazione e di unione proprio in quei Paesi che sono stati i soci fondatori. Le diffidenze nei confronti della Carta costituzionale, emerse non solo dove sono stati convocati i referendum, mostrano una vera e propria crisi. A vecchi e nuovi fenomeni di rigetto si aggiunge un’insoddisfazione per come funziona l’Unione, per la difficoltà di far coesistere le visioni non solo diverse, ma spesso opposte nelle sue culture e nelle sue rappresentanze - dalla politica estera a quella di difesa, dalla moneta unica alle istituzioni, alla stessa natura dei rapporti fra gli Stati che la compongono. Il mito europeista - troppo a lungo sostenuto con un eccesso di retorica - appare oggi più debole di uno scetticismo e di una critica che hanno ricevuto un forte e non voluto sostegno da troppi appuntamenti mancati, a cominciare dagli impegni di Lisbona e da quella grande partita incompiuta rappresentata dagli accordi di Maastricht. Uno scetticismo e una critica ulteriormente alimentati dalle paure provocate dal declino industriale, dall’insostenibilità del vecchio Welfare e dalle incognite costituite dalle riforme che mettono in discussione mezzo secolo di certezze. Non solo in Italia, ma in tutta la parte più ricca del continente, è aperto il grande problema politico e culturale della sicurezza sociale nel tempo della crisi. Lo stesso trattato costituzionale, frutto di un difficile compromesso, se ha avuto il merito di disegnare un’architettura istituzionale che garantisce tutti gli Stati, in realtà è apparso più un regolamento tra poteri e sovranità che uno strumento per i cittadini. Non è considerato all’altezza del compito di cui era stato caricato: svolgere la funzione di punto di riferimento comune, che è l’essenza di una Carta fondamentale. Non ha inciso in quel cuneo che si è aperto tra la crescente insoddisfazione nei confronti dell’Unione e la ricerca di soluzioni destinate ad affrontare e risolvere le questioni che rendono incerto il futuro del continente.
Questa Europa, nata da un grande sforzo di volontà, ma anche grazie a continui compromessi, è oggi in mezzo a un guado. È incerta e indecisa sugli strumenti con cui affrontare il suo vistoso declino quanto a sviluppo, innovazione e stabilità. Sul Patto, considerato troppo a lungo un vincolo intoccabile, stenta a trasformare un accordo, finalizzato alla moneta unica e alla stabilità finanziaria, anche in un volano di ripresa economica, dopo che i sistemi economici e sociali del continente, oltre che dei loro mali strutturali (immobilismo e mancanza di riforme), hanno sofferto in modo particolare dello sgonfiamento della bolla borsistica che aveva creato la grande ricchezza e la lunga fase di espansione del decennio scorso. Quanto il pericolo di uno stallo - legato soprattutto al tradizionale predominio dell’asse franco-tedesco - può trasformarsi in un processo di scollamento? La domanda oggi è molto attuale, soprattutto di fronte a una perdurante sofferenza politica, che l’allargamento non ha attenuato. La sofferenza politica consiste soprattutto nel nodo irrisolto del rapporto euro-americano. Nel primo decennio seguito al 1989, l’Europa - nella stagione della cosiddetta «Europa rosa» - ha teso a chiudersi in se stessa e a inseguire un’identità separata nel contesto occidentale, senza però riuscire a dare risposte efficaci sui maggiori dossier aperti del momento: «ingerenza umanitaria» in particolare durante la guerra nella ex-Jugoslavia, rilancio del multilateralismo (e quindi di un suo ruolo) attraverso le Nazioni Unite, contrasto all’insorgenza del terrorismo islamista, sostegno al processo di democratizzazione nella ex Unione Sovietica. Ma la differenziazione dagli Stati Uniti - già forte durante l’amministrazione Clinton - non ha contribuito a un rilancio della presenza politica della Comunità (poi diventata Unione), ha bensì cominciato ad aprire un vuoto, che è diventato un fattore di crisi profonda con l’11 settembre e con l’amministrazione Bush. In questo processo - sottolineato dalla reazione all’intervento in Iraq - l’europeismo dei Padri fondatori, strettamente collegato all’idea dell’espansione della libertà, ha perso uno dei suoi fondamenti, diluito quando non capovolto dall’approdo sostanzialmente neutralista dell’asse franco-tedesco (a cui va aggiunta la Commissione presieduta da Romano Prodi) rispetto al conflitto che ha aperto il Ventunesimo secolo. Il recupero e il rilancio dell’europeismo difficilmente può avvenire lungo strade diverse da quella dell’innovazione sul piano economico e sociale e da quella di una rinnovata partnership con gli Stati Uniti sul terreno della globalizzazione della libertà. Del resto la stessa Europa - con le pacifiche rivoluzioni democratiche in Georgia e Ucraina - si è trovata di fronte al problema-chiave di questa fase della storia e, soprattutto grazie all’iniziativa polacca è riuscita a dare un contributo decisivo (l’opposto di quanto era accaduto nel decennio precedente, quando non era riuscita a prevenire e a impedire la tragica implosione della Jugoslavia).
L’alleanza strategica Europa-Stati Uniti
La rielezione di George W. Bush, contro la quale avevano scommesso l’asse franco-tedesco e le sinistre del continente, è stato un amaro risveglio per i partigiani di un’identità europea separata dagli Stati Uniti. È stato un risveglio tardivo. Già all’indomani dell’attacco terroristico a New York e Washington, la risposta data dall’amministrazione americana aveva modificato tutta la percezione del sistema delle relazioni internazionali; nel momento in cui la proposta di una coalizione anti-terrorista è stata rivolta a tutti, al di là del sistema delle vecchie alleanze, i partner europei della Nato avevano potuto verificare amaramente il carattere secondario del loro ruolo rispetto all’asse preferenziale Washington-Londra, definitosi fin dall’epoca della prima guerra del Golfo (1990-91) e poi via via consolidatosi. L’intervento in Afghanistan - per quanto subito legittimato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu - era stato in realtà la dimostrazione più compiuta dell’unilateralismo americano, se per unilateralismo americano si intende la capacità dell’unica superpotenza rimasta non solo di reagire con l’uso della forza, ma anche di esercitare una funzione politica globale. L’Europa nel suo complesso, con la sola eccezione britannica, aveva faticato non solo a seguire sul piano operativo la «guerra globale al terrorismo», non solo ad accettare la ormai naturale distinzione di ruoli - all’America la capacità operativa, agli alleati il coinvolgimento nella gestione post-bellica - ma anche a condividere con Washington la chiave di lettura della nuova fase mondiale. Se gli Stati Uniti, colpiti sul loro territorio si sentivano in guerra, nel vecchio continente prevaleva una visione del conflitto sostanzialmente diversa: a una generale idea di non essere il bersaglio diretto dell’offensiva terroristica, di esserne anzi quasi al riparo, si aggiungevano altri fattori: la politica di potenza francese, il neo-neutralismo tedesco, l’antiamericanismo e l’avversione all’amministrazione Bush non solo delle sinistre, ma anche di componenti moderate e conservatrici, fino a una nostalgia di natura culturale e psicologica per il vecchio mondo diviso in blocchi e garantito dai rapporti di forza. In quel momento ha preso definitivamente corpo quella divaricazione euro-americana successivamente esplosa in occasione dell’intervento in Iraq. E in quello stesso momento alcuni governi europei, tra cui l’italiano, hanno visto il pericolo costituito dalla crescita della distanza tra le due sponde dell’Atlantico e dai riflessi che ne sarebbero derivati per lo stesso futuro dell’Europa. La risposta al gesto di rottura compiuto da Francia e Germania alla vigilia di Iraqi freedom - risposta rappresentata dal documento firmato da Blair, Berlusconi, Aznar, Havel e altri leader - ha rappresentato da questo punto di vista il gesto che indicava che nel conflitto tra Occidente e terrorismo islamista non esisteva una possibile «terza via». Qui resta il patrimonio più importante di questi anni di elaborazione culturale e di azione politica della Casa delle libertà: l’aver legato il futuro dell’Europa al futuro dell’America, in quell’impresa comune che ha preso corpo in Iraq e che è ancora difficile, onerosa, complessa, ma che resta un passaggio-chiave per la sicurezza del mondo.
La stessa rottura del vero e proprio embargo politico che l’Europa aveva posto attorno a Israele, in gran parte ascrivibile alle scelte del governo italiano, è uno di quegli atti sui quali perfino cultura politica del centrosinistra è poi convenuta. L’inconsistenza della politica, prima della Comunità e poi dell’Unione, verso il più vecchio conflitto aperto nel mondo, quello israelo-palestinese, derivava da un appoggio, spesso incondizionato, ad Arafat e alle sue scelte. Il dialogo avviato, invece, con il governo Sharon non solo ha aperto all’Italia uno spazio nella regione, ma ha anche rotto lo schema che vedeva nelle scelte di Gerusalemme l’ostacolo alla soluzione di pace, non ha pregiudicato le tradizionali buone relazioni italiane con il mondo arabo e, nello stesso tempo, ha coinciso con l’attenuazione del conflitto e l’apertura della crisi all’interno dell’Anp. Ha fatto in modo che l’Europa cessasse di essere «una parte in causa», spianando la strada alla possibilità di un ruolo più attivo, cioè quella presenza diretta che di per sé è già un recupero di presenza europea e un contributo a fare in modo che l’unilateralismo americano non sia l’unico strumento politico per la sicurezza globale.
Le domande sull’esportazione della libertà
L’anniversario della fine della seconda guerra mondiale ha riacceso la discussione sul significato degli accordi di Yalta e sul prezzo che mezza Europa ha poi pagato. Si tratta di un dibattito aperto da tempo, la cui attualità consiste però nella lezione che dobbiamo trarre dalla storia di fronte alle grandi questioni di principio che abbiamo davanti. Si può coesistere - e come - con quei pezzi di mondo in cui non c’è rispetto per i diritti fondamentali dell’individuo? La risposta, come sappiamo, non è scontata. Perfino di fronte all’insorgenza del terrorismo internazionale, da considerare come l’ultima minaccia totalitaria, c’è stato chi - e non penso solo alle scelte del governo Zapatero - ha ritenuto che il prezzo della resistenza fosse infinitamente più oneroso di quello di un compromesso. Sappiamo anche che il problema non riguarda solo l’attacco militare dell’estremismo islamista, e che tocca altre zone del pianeta e che investe l’atteggiamento da avere nei confronti di quelle realtà in cui si susseguono aperture e chiusure e in cui i processi di democratizzazione, per quanto annunciati, sono lenti e contrassegnati da passi indietro. A volte, come accade nei Balcani dove la presenza italiana è fortissima, sia per ragioni geo-politiche sia per gli impegni assunti da dieci anni a questa parte, un’azione continua aiuta quel processo di «contaminazione democratica» che, grazie al tempo, aiuta la stabilità. A volte, invece, gli interrogativi restano senza una risposta compiuta. È il caso dei rapporti con la Russia, con il sostegno dato alla transizione guidata dal presidente Putin. Al di là dei giudizi e delle preoccupazioni sui limiti, sui tempi e sul futuro della democratizzazione dell’ex grande potenza comunista, il dialogo con Mosca ha riportato l’attenzione sulla grande questione irrisolta dei confini dell’Europa e del posto che vi può avere la Russia. Si tratta di un dialogo difficile, come si è visto in molte circostanze, dalla svolta democratica in Ucraina alla guerra in Cecenia: sullo sfondo c’è la fragilità delle istituzioni democratiche russe e c’è l’ostacolo del rapporto che Mosca non ha ancora risolto con la sua idea di sovranità in un impero multi-etnico. In particolare la tragedia cecena - conflitto e violazione dei diritti umani (a cui aggiungere il fatto che le connessioni della guerriglia indipendentista con il terrorismo internazionale sono anche il risultato del rifiuto russo di stabilire un negoziato con la componente moderata del separatismo) - resta il grande problema irrisolto dell’Occidente e, in particolare, dell’Europa. Ancoraggio ai principi e flessibilità diplomatica possono rappresentare un atteggiamento utile. Ma, qui, come in altri casi - dalle difficoltà in Afghanistan, alla guerriglia e al terrorismo in Iraq - la lezione più importante da trarre è quella che riguarda i tempi lunghi della costruzione della democrazia, intesa come investimento strategico per la sicurezza globale.
Il patrimonio da conservare
Tra i Paesi europei, l’Italia è stato quello in cui in questi anni si è maggiormente imposta, nella visione del mondo, la cultura politica che ha privilegiato l’assunzione della responsabilità nel nome del valore della libertà rispetto agli interessi geo-politici più immediati e anche rispetto all’idea di separatezza dell’Europa, intesa come «isola felice» in un mondo di guerre. Questa cultura politica fa parte di un patrimonio in cui l’europeismo si salda con il rilancio dei valori comuni atlantici, attraverso il passaggio dell’11 settembre. Non è secondario il fatto che una parte importante dei Paesi ex-comunisti europei abbiano individuato nella minaccia del fondamentalismo islamista e nel ruolo degli «Stati-canaglia» la riedizione di un pericolo totalitario. L’Europa allargata ha proposto uno scenario inedito e inatteso. Così come decisivo è stato in passato il contributo della Spagna uscita dalla dittatura franchista, anche i Paesi dell’Est che hanno raggiunto l’Unione considerano indispensabile - in primo luogo per ragioni culturali e politiche - uno stretto rapporto con gli Stati Uniti. È una prospettiva che propone uno scenario in cui non c’è solo l’unilateralismo americano. Nella percezione che, dal 1989, l’America ha di se stessa e del suo ruolo nel mondo si è via via affinata una visione che ha legato, nella sostanza, Clinton e Bush. L’unilateralismo, sotto questo profilo, è il risultato di un processo storico, che ha visto svuotarsi di contenuti l’Onu e ridursi il peso dell’Europa. Il recupero di un multipolarismo, di cui il sistema delle relazioni internazionali ha bisogno, è destinato al fallimento se attuato attraverso la contrapposizione agli Stati Uniti o la riproposizione delle Nazioni Unite che hanno attraversato un decennio di crisi, da cui non sono ancora uscite e da cui probabilmente non potranno uscire senza una vera e propria rifondazione. L’unica realistica via di uscita dall’unilateralismo resta la scommessa di una nuova alleanza tra le due sponde dell’Atlantico che abbia direttamente al suo centro quella costruzione dell’ordine internazionale fondato sul ruolo che - in termini di sicurezza, di pace e di sviluppo - possono avere solo le democrazie. La sfida del futuro è qui, sul doppio terreno di un rilancio dell’europeismo - sulla strada della costruzione delle nuove istituzioni, ma anche su quella per affrontare, finalmente nella sua complessità, un declino che nessun Paese da solo può risolvere - e di una collocazione dell’Europa che contrapponga all’idea di un segmento dell’Occidente neutralista la visione di un unico Occidente globalista.