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Oltre i confini della vecchia casa

LIBERAL BIMESTRALE
di Fabrizio Cicchitto
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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La proposta di dar vita a un soggetto politico unico che come minimo aggreghi Forza Italia, An, Udc rappresenta un’iniziativa politica innovativa, positiva per varie ragioni. In primo luogo è un’idea-forte che ha ridato un’anima alla Casa delle libertà e ha rilanciato il dibattito politico in termini positivi. Nello sfondo c’è un problema grande quanto una casa. Come dimostrano anche i risultati delle elezioni tedesche, tutti i governi europei soffrono la ricaduta di una certa gestione della politica europea: la sommatoria fra l’effetto dell’euro sul potere d’acquisto di vasti ceti sociali e sulla competitività di un bel pezzo dell’industria europea (ancor di più su quella italiana storicamente più fragile di quella tedesca) in seguito al suo andamento ascensionale e le politiche economiche restrittive derivanti dalla rigidità del piano di stabilità, ha collocato molti Paesi europei in una zona di serie difficoltà economiche. Tutto ciò ha negative conseguenze politiche ed elettorali su tutti i governi europei, quale che sia la loro configurazione di centrodestra e di centrosinistra. Allora, siccome questa situazione si prolunga da alcuni anni, non crediamo di renderci responsabili di lesa maestà se diciamo che evidentemente fra i «patti europei» c’è qualcosa che non funziona e che essi andrebbero rivisti proprio per evitare che, per reazione, un certo spirito antieuropeista non prenda piede come dimostrano anche i rischi che corre in Francia il referendum sulla Costituzione europea. Il nodo di fondo è rappresentato dal fatto che in effetti la globalizzazione reale è molto diversa da quella ipotizzata da sue interpretazioni ideologiche di opposto segno; secondo una certa interpretazione neo-marxista (Negri e compagni, ma non solo loro) e una contrapposta interpretazione neo-liberista, la globalizzazione si sarebbe dovuta tradurre in un rilancio dell’«imperialismo occidentale» e in una spoliazione del Terzo mondo. Nella realtà le cose stanno andando in modo assai diverso: i poli economicamente forti della globalizzazione si stanno rivelando, al di fuori di ogni schema, da un lato gli Usa, dall’altro la Cina e l’India, mentre in mezzo l’Europa risulta una zona in seria difficoltà e l’Africa un’area di totale crisi. Diciamo questo perché nella definizione dei valori e del programma del soggetto politico unitario bisogna che prima o poi si discuta appunto di cosa fare nell’Europa «reale». Infatti a mio avviso la riscossa della Casa delle libertà deve avere due facce: da un lato un rilancio politico mediatico, sociale, organizzativo-territoriale nel quale rientra il discorso «politico» sul partito unico e comunque, per quello che ci riguarda, il rinnovamento di Forza Italia, dall’altro qualche idea nuova sul terreno della politica economica e sociale. Bisogna ascoltare Tremonti, Brunetta, De Michelis, Baldassari, Sacconi, La Malfa e quant’altri e tirar fuori qualche iniziativa nuova sul terreno della politica economica e sociale. Per quello che riguarda, poi, la costruzione del nuovo soggetto politico, bisogna partire dalla definizione dei valori condivisi del futuro soggetto politico unitario per evitare errori che provochino un restringimento e non un ampliamento dell’area costituita oggi dai tre partiti della Casa delle libertà, Lega a parte. Lo dico perché ho visto emergere due interpretazioni «estreme». La prima di queste definizioni «estreme» è quella che si fonda sull’affermazione che il «valore dei valori» sarebbe il «valore della vita» secondo l’interpretazione che si dà oggi a questa espressione nel dibattito sulla fecondazione assistita, cioè partendo dalla vita dell’embrione: se si partisse da questo dato è evidente che si escluderebbero dal nuovo partito, in sede di definizione dei valori, tutti coloro che su questo nodo hanno espresso una posizione diversa (che evidentemente si riflette anche in un diverso atteggiamento pratico in sede di votazione per il Referendum sulla fecondazione assistita). A mio avviso il valore dei valori del futuro partito unitario è, per dirla in modo generico, la libertà, intesa in primo luogo come garantismo; ma su questo terreno nella relazione di Adornato al recente convegno di Roma (pubblicata in apertura di questa sezione, ndr) esistono formulazioni che richiedono ulteriori approfondimenti, ma che rappresentano un contributo positivo. In secondo luogo sul terreno della definizione dei riferimenti generali è molto importante quella parte della relazione conclusiva di Berlusconi al convegno dell’Etoile (pubblicata nelle pagine seguenti, ndr) che afferma che fra i due modelli astratti (la sezione italiana del Ppe e il Partito repubblicano americano) bisogna innanzitutto seguire una «via italiana», viste le caratteristiche e la complessità del nostro sistema politico e della stessa geografia politica dello schieramento del centrodestra. È giusto fare riferimento al Ppe, che ormai è altra cosa dall’Internazionale democristiana, ma va scartata l’ipotesi che il nuovo soggetto venga presentato come «sezione italiana del partito popolare europeo». Infatti a parte che questa suggestione rischia di evocare una definizione cara ai «compagni» della III Internazionale (quella comunista, che conteneva appunto questa definizione), oggi il Ppe ha forme assai più sciolte di relazioni internazionali visto il suo pluralismo politico: il partito conservatore inglese, i gollisti francesi, il partito di Aznar sono associati al Ppe, ma non si presentano affatto nel loro Paese come la sezione inglese o francese o spagnola del Ppe.
Detto tutto questo, vanno esaminate altre due questioni, una di carattere politico, l’altra riguardante le regole. Per ciò che riguarda il nodo politico non c’è dubbio che il nuovo soggetto deve puntare sia a superare gli attuali elementi di conflittualità fra i partiti esistenti, sia a conquistare il consenso, per la sua stessa novità, di persone e di settori oggi ai margini della Casa delle libertà o esterni a essa. In sostanza bisogna lanciare un nuovo «prodotto» che segni una novità e che come tale attiri un consenso più «profondo» dell’attuale. L’effetto va valutato attentamente anche perché Fini ha certamente posto un problema che richiede una riflessione. Noi puntiamo a una semplificazione del nostro schieramento. Lo stesso dissenso manifestatosi all’interno del centrosinistra mette in evidenza che il centrosinistra punta esattamente all’opposto, a diversificare l’offerta da Bertinotti (anzi da Ferrando, il leader dei trotzskisti di Rifondazione) a Clemente Mastella. Comunque è evidente, però, che come minimo, il nuovo partito deve puntare a non perdere «pezzi» della sua attuale geografia politica: le definizioni che seguiranno hanno più un valore sul terreno della cultura politica, che non su quello della derivazione partitica (passate e presenti). In sostanza per evitare che il nuovo soggetto politico vada incontro a un fallimento politico ed elettorale, come minimo esso deve ricomprendere in se stesso la destra democratica, i cattolici liberali e una quota di cattolici sociali, i laici (liberali e repubblicani) e i socialisti riformisti. Come ha ricordato Fini nel suo intervento all’Etoile, ognuna di queste componenti va incontro a un rischio nel caso della formazione di un soggetto unitario: c’è la possibilità della coagulazione di una destra estrema, c’è il rischio della capacità attrattiva di una sigla che riproponga la Dc in quanto tale, ma il maggiore problema lo si può avere sul lato di «centro-sinistra del partito», nei confronti dell’area socialista riformista, quella che finora si è ritrovata in larga parte in Forza Italia (circa due milioni e mezzo di voti) e in parte più piccola nel nuovo Psi (che oggi sta andando incontro a un serio travaglio). Allora nella fase di formazione e di aggregazione del nuovo soggetto bisognerà tener conto di tutto ciò, oppure si andrà incontro a un flop o a una crisi politica perché non si potrà chiedere ai laici e ai liberalsocialisti di tacere, qualora ci si trovasse di fronte al tentativo di dare al nuovo soggetto politico una base culturale e ideale più ristretta di quella che ha oggi la stessa Forza Italia che sul terreno dei principi e dei valori, grazie a Berlusconi e al suo autentico capolavoro politico, è andata oltre alla tradizionale dicotomia fra laici e cattolici. Tutto ciò vale in termini di principio, ma anche sul terreno politico ed elettorale. Da tempo, anche in questo strano sistema bipolare, è finita l’unità politica dei cattolici: parte di essi stanno nella Margherita, una minima parte (i cristiano sociali di Tonini) negli stessi Ds, una bella parte in Forza Italia, nell’Udc, nella stessa An. Se però si vuol fare del nuovo soggetto politico il partito cattolico del centrodestra difficilmente esso andrà oltre il 30%. Inoltre si farebbe un’operazione retrodatata, superata da ciò che è avvenuto in questi anni. Lo dice chi, come il sottoscritto, reputa non più riproponibile il Psi in quanto tale (con il bipolarismo sia la Dc, sia il Psi, non sono più proponibili come esperienza politica consistente) e che è profondamente convinto che la vitalità di Forza Italia sia fondata sul combinato disposto del carisma di Berlusconi e dall’incontro fra laici (liberali e socialisti riformisti) e cattolici (ex democristiani e ciellini): senza la tenuta di questo rapporto non si va da nessuna parte. È chiaro che, nel caso del soggetto unico, poi, è indispensabile trovare un terreno comune anche con la destra democratica, e non sarà un’operazione facile e di piccolo conto. Un ultimo punto riguarda le regole. Il nuovo partito dovrà avere regole diverse da quelle che oggi riguardano Forza Italia, An, Udc. Al di là della definizione degli organigrammi di vertice, esso si dovrà fondare su una direzione centrale, che si riunirà settimanalmente, che discuterà e prenderà decisioni sulle scelte politiche e su organizzazioni regionali dotate di un’ampia autonomia. A mio avviso il regime interno deve essere fondato sulla facoltà di presentare liste e mozioni che vengono misurate su base proporzionale e sulla base delle quali vanno composti gli organismi dirigenti. Bisognerà delimitare il potere dei signori delle tessere prendendo come parametro i votanti a livello regionale e non il numero degli iscritti. Andrà anche stabilita una quota di scelta del centro nazionale per quello che riguarda i parlamentari e andrà definito il livello di sovranità delle organizzazioni regionali. Come si vede di carne al fuoco ce n’è molta.
 

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