Qualche anno fa, quando sulle vele della Casa delle libertà soffiava un vento favorevole, avevo elogiato la relazione di Adornato che al convegno di Todi spronava verso un grande centro, edizione italiana del Partito popolare europeo. Ogni navigazione verso più vasti spazi è più suggestiva quanto maggiormente sia garantita dal prestigio del capitano, condivisa dagli ufficiali di bordo, accompagnata dal consenso degli equipaggi. Ciò vale particolarmente per la politica e si comprende quindi come in una situazione difficile la riproposizione di quell’obiettivo susciti ora reazioni piuttosto incerte, qualche adesione fiduciosa ma parecchie riflessioni critiche. La proposta suona ora meno convincente per una serie di ragioni legate alle difficoltà di governo, ai dissidi nella coalizione, al susseguirsi per la stessa di sconfitte elettorali. Naturalmente è sempre più facile seguire le correnti che non risalirle, e non basta la constatazione delle difficoltà per rinunciare a propositi innovativi che siano ritenuti giusti, ma se l’idea continua a essere valida appare un po’ velleitario vederne oggi in concreto tempi di realizzazione, modalità organizzative, compiti di guida, strutture, collegialità di direzione, mezzi di comunicazione e di propaganda, presenza sul territorio. Perché si è fatto poco in questi anni per corrispondere alla condizione che è primaria e decisiva: quella dell’identità. Ai problemi operativi non si può rispondere in modo soddisfacente se non è chiara la direttrice di marcia, suggestiva l’ispirazione, credibile l’obiettivo strategico. Rispetto alle proposte e ai processi di integrazione ci sono dubbi e timori che sono speculari nei due poli. Pure nel leale rapporto di coalizione, che si determina anche in virtù dei metodi elettorali, è comprensibile che non rinuncino facilmente a un impegno autonomo, idealmente caratterizzato, proprio i gruppi derivanti da una comune esperienza che ha fra l’altro dato vita storicamente al Partito popolare europeo. Si tratta di preoccupazioni che non possono essere sottovalutate.
Per me il superamento delle vecchie ideologie era già nella lezione di De Gasperi e nella complessiva esperienza della Dc. Contro il fascismo e contro il comunismo lo abbiamo realizzato nei fatti prima ancora che nella ricerca teorica, costruendo la piattaforma politica che ha visto insieme e a lungo cattolici democratici e area cosiddetta laica, liberale, repubblicana e socialdemocratica. Certamente avrebbe poco senso cercare di definire l’identità di un Partito popolare europeo per l’Italia, che voglia essere largamente rappresentativo, senza tenere nel dovuto conto questa storia. L’adesione di Forza Italia al Ppe sembrava collegarsi a essa e aver lasciato che in qualche modo se ne disperdesse il significato, come si fosse trattato di un mero accorgimento tattico. È stato un errore. Occorreva infatti derivare proprio da quella scelta una diversa capacità di presentazione, di dialogo e di iniziativa, meno condizionata da pregiudiziali ideologiche non sempre attuali. L’ancoraggio forte all’Europa e ai suoi scenari reali poteva consentire prospettive più sicure al nuovo disegno nazionale in una diversa dialettica anche con la sinistra. Almeno con quella impegnata al proprio rinnovamento. Non si trattava di rifare la Democrazia cristiana come qualcuno ha detto. Nel quadro democratico consolidato e storicamente motivato della Comunità europea l’ispirazione cristiana deve avere di per sé spazio e possibilità di orientamento oltre i partiti. Per quanto riguarda poi il nostro Paese, la fine delle ideologie totalitarie, i cambiamenti di chi al sistema sovietico faceva riferimento, la revisione portata a compimento dalla destra di Alleanza Nazionale, sono tutti fatti che spiegano il venir meno dell’unità partitica dei cattolici. La Chiesa stessa ha recuperato più compiutamente in tutte le direzioni possibilità di dialogo. È in questa realtà nuova, e però non in contraddizione alla propria storia, che si tratta di definire un’identità aggiornata con programmi e metodi capaci di concorrere a una democrazia nazionale ed europea che per essere davvero «normale» dovrà avere più che mai radici e fondamenta morali. Altrimenti, come diceva Charles Peguy, non sarà. Senza ancoraggio sicuro a un sistema coerente di valori e di idee è difficile immaginare traguardi vittoriosi nel breve periodo e prospettive certe di forte rappresentatività per il futuro. Penso che la costruzione non effimera del grande centro non potrà quindi uscire d’incanto, ha bisogno di un confronto pacato e sereno, senza esclusioni e rispettoso. Non sempre è utile procedere speditamente e se non hai chiara la direzione, dice un proverbio cinese, voltati e guarda da dove vieni.