L’iniziativa assunta da Silvio Berlusconi in riferimento al cosiddetto Partito unico della Casa delle libertà ha fatto finalmente uscire dalle nebbie il dibattito che sul tema della riorganizzazione politica della Casa delle libertà si era venuto svolgendo almeno dall’inizio della legislatura in corso, e quindi dal 2001. È stato certamente merito soprattutto della fondazione liberal e di Ferdinando Adornato in particolare aver promosso a Todi, a partire dal 2003, i convegni culturali-politici sull’identità di fondo dei partiti politici che hanno dato vita al Polo della libertà e al Polo del buon governo nel 1994, al Polo nel 1996 e, infine alla Casa delle libertà nel 2001. L’iniziativa di Silvio Berlusconi tende dunque a rivestire della forma di partito l’alleanza di governo nota come Casa delle libertà. Ed è per questo che appare del tutto ragionevole definire questo nuovo partito come il Partito delle libertà. L’iniziativa è certamente seria perché coglie il risultato rilevante della comune strategia della Casa delle libertà negli anni di governo Berlusconi, ma non fa emergere con la necessaria evidenza le due questioni di fondo poste in particolare da Pier Ferdinando Casini e, direi, dall’Udc in quanto tale, e da Gianfranco Fini, e per quel che mi sembra, dall’insieme di Alleanza Nazionale. Per non parlare delle questioni che sono state poste alla nostra attenzione dalla Lega Nord, e dai nuovi socialisti di Gianni De Michelis, dai repubblicani di Giorgio La Malfa, dai molti liberali presenti in Forza Italia, per parlare soltanto di quanti esprimono posizioni politiche in qualche modo risalenti a partiti della cosiddetta prima Repubblica. L’esigenza di un partito nuovo e auspicabilmente unitario, espressa con urgenza da Silvio Berlusconi appare riferita in particolare alle prossime elezioni politiche anche se non sembra risolversi esclusivamente nel momento elettorale politico che è di fronte a noi. In un certo senso si può affermare che per Berlusconi vi è una sorta di continuità tra l’intuizione politica originaria del 1994 - nella quale Forza Italia assumeva per così dire su di sé l’intero arco dei problemi lasciati aperti dalla crisi dei partiti della prima Repubblica, alternativi al Partito comunista - e la proposta attuale di Berlusconi di un partito nuovo e unitario.
Questa proposta per aver successo deve poter dare risposte adeguate e comprensibili alle due questioni strategiche poste l’una dall’Udc e l’altra da An. Per quanto riguarda l’Udc non è in discussione il bipolarismo nato nel 1994, anche se alcuni elettori del mio partito mostrano il desiderio di un bipolarismo diverso da quello nato nel 1994. Da questo punto di vista occorre pertanto, come ha anche di recente affermato Casini, partire dai problemi concreti, dal profilo ideale del nuovo partito. Perché come si è ripetutamente affermato, con Follini, e non soltanto con Follini, l’obiettivo è un altro centrodestra e non quindi un altro bipolarismo, ma un bipolarismo caratterizzato in modo netto sul versante moderato delle proposte riferite ai cambiamenti necessari nella politica internazionale, nella politica istituzionale e nella politica economico-sociale. È questa la ragione per la quale nell’Udc si preferisce partire dal Ppe quale esso è già oggi, perché si ritiene essenziale che esso sia già oggi l’approdo politico per un partito nuovo della Casa delle libertà. Ed è questa la ragione per la quale occorre con serietà e severità porre la questione ad Alleanza Nazionale: essa resiste all’ingresso nel Partito popolare europeo perché non ne condivide l’ispirazione di fondo, o soltanto perché non ritiene già mature oggi le condizioni di una sua adesione al Ppe? Le questioni poste da Gianfranco Fini al recentissimo convegno di liberal possono pertanto ritenersi solo questioni di ragionevole prudenza elettorale e politica e non anche ragioni di contrarietà al punto di approdo dell’intero progetto, che è stato ripetutamente detto essere proprio l’approdo al Partito popolare europeo. È di tutta evidenza, infatti, che il Ppe non è più la somma di partiti democristiani, liberi di scegliere in sede nazionale l’uno o l’altro schieramento politico ma, da molti anni a questa parte, è la sede politica in Europa sempre più alternativa alla sinistra post-comunista. In qualche modo si può dire che vi è stato un avvicinamento del Ppe quale è oggi, all’Internazionale democristiana e di centro, di cui Aznar è presidente e Casini vice presidente. L’Udc è nato infatti, nel 2002, proprio nel solco dell’Idc, che non era più l’Internazione democristiana, ma proprio in conseguenza dell’iniziativa di Aznar era diventata l’Internazione democristiana e di centro.
Se, dunque, il nuovo Partito della Casa delle libertà vuole essere sia erede della Democrazia Cristiana sia erede di forze politiche diverse dalla Dc è proprio il modello dell’Internazionale democristiana e di centro a dover essere preso come quello capace di dare risposte idonee sia agli eredi della Democrazia cristiana sia agli esponenti di forze politiche diverse dall’ispirazione democristiana, sia ai partiti laici anticomunisti, sia il partito di Alleanza Nazionale, soprattutto se questo non intende rimanere estraneo a un qualunque approdo capace di essere accolto in Europa dal Ppe. Sono queste le ragioni per le quali il nuovo Partito della Casa delle libertà deve poter combinare la politica estera che ha caratterizzato il governo Berlusconi soprattutto nei suoi rapporti con Bush, con Putin, con Sharon e con Erdogan; la politica istituzionale che ha combinato devoluzione e interesse nazionale da un lato e stabilità di governo e sovranità popolare dall’altro; la politica economico-sociale che deve poter combinare innovazione liberista e attenzione alle nuove povertà. Se, dunque, si parte dai contenuti con la consapevolezza anche delle difficoltà che si sono incontrate in ciascuno dei tre segmenti fondamentali dell’iniziativa politica, si può affermare che la nascita di un partito unitario della Casa delle libertà è evento certamente difficile ma non impossibile. Ed è in questo contesto che va affrontato anche il tema per qualche aspetto nuovo del raccordo con i movimenti politici territoriali, quale è, ad esempio, quello che si è manifestato a Catania nelle ultime elezioni comunali. La scelta è dunque tra un partito nazionale - che riconosca al proprio interno ampie e significative autonomie dei propri organi periferici - e un partito federativo di realtà locali, ciascuna delle quali avrebbe con gli organi nazionali rapporti soltanto di strategia politica complessiva. L’indispensabile partecipazione dell’Italia al processo di costruzione dell’unità politica europea fa propendere sempre più per un partito nazionale che abbia rapporti esterni con partiti a dimensione territoriale limitata, e non pertanto per un partito che risulti da un assemblaggio di realtà politiche territoriali, ciascuna delle quali dotata di poteri propri ed esclusivi. Si tratta, come si può vedere, di una questione che è di programma e di identità allo stesso tempo, perché viene in qualche modo in anticipo rispetto alle questioni di contenuto alle quali si è fatto riferimento prima. Le settimane che sono davanti a noi serviranno per dare le risposte alle diverse questioni sollevate da Berlusconi con la sua iniziativa politica. L’Udc lo farà certamente sia nel prossimo Consiglio nazionale, sia ancor più nel prossimo Congresso nazionale, entrambi convocati entro il giugno di questo anno.