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Moderati e riformisti

LIBERAL BIMESTRALE
di Sandro Bondi
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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ieci anni fa, ha avuto inizio una fase nuova nella vita del nostro Paese. Creando dal nulla Forza Italia, il presidente Berlusconi non ha solo riempito un vuoto che si era determinato nella vita politica dopo l’eliminazione per via giudiziaria dei principali partiti della prima Repubblica, con l’esclusione dell’allora Pds. Radunando moderati, socialisti, cattolici e liberali sotto la stessa bandiera, Silvio Berlusconi ha dato voce, rappresentanza e legittimità politica a una speranza di cambiamento che da tempo attendeva di essere raccolta. In che cosa consisteva questa richiesta di cambiamento? In sostanza, gli italiani chiedevano di voltare pagina. Chiedevano di essere liberati dalla cappa delle ideologie che ammorbavano la vita politica e culturale, chiedevano di essere liberati dallo statalismo imperante in campo economico, dalla partitocrazia e dal consociativismo che avevano frenato lo sviluppo del nostro Paese e la sua trasformazione in una democrazia moderna che ricalcasse il modello, bipolare e moderato, dei principali Paesi europei. Gli italiani chiedevano l’avvento di una nuova politica, da non confondere con il leaderismo e con il populismo, a cui ha dato corpo Silvio Berlusconi, e prima di lui il movimento referendario di Mario Segni, la Lega Nord di Umberto Bossi e anche alcuni aspetti di «Mani pulite». Berlusconi, con il suo movimento, prometteva di mettere al centro della politica i programmi anziché le ideologie, le istituzioni anziché i partiti, le persone e la società civile anziché lo Stato. Su questa base, su questi principi si sono incontrate la migliore tradizione cattolica e liberale e la migliore tradizione riformista. Questo incontro, che non era avvenuto prima del fascismo e nemmeno nel dopoguerra, si è potuto realizzare nel 1994 e negli anni successivi con la nascita di Forza Italia e della Casa delle libertà. Da questo incontro ci si aspettava molto: in primo luogo, la modernizzazione dell’Italia nell’ambito dell’economia e dello Stato; poi, l’edificazione di una democrazia normale, il completamento della lunga transizione democratica, la nascita di una democrazia dell’alternanza fondata sul riconoscimento e sulla pacificazione, su una competizione fra due schieramenti. Questa è la sostanza del berlusconismo, questa è la sfida lanciata da Berlusconi anche alla sinistra. Ora, dunque, dopo dieci anni, a che punto siamo rispetto a queste sfide? Siamo ancora in mezzo al guado. E siamo, soprattutto, di fronte a un bivio da cui nasce la necessità storica del nuovo partito. Il bipolarismo è ormai radicato nella coscienza degli italiani, ma è un bipolarismo anemico, fragile e imperfetto. Una politica di modernizzazione dell’Italia è stata iniziata, con risultati non sempre riconosciuti, e ha dovuto fronteggiare molti ostacoli, molte resistenze e anche alcuni errori. Il risultato è che siamo alle prese con una democrazia incompiuta, con due schieramenti ancora non del tutto omogenei dal punto di vista politico e programmatico, con le riforme necessarie all’Italia che stentano a diventare una consapevolezza, una cultura comune. Di chi sono dunque le responsabilità? Certamente questa sinistra ne ha molte: magari avessimo in Italia una sinistra riformista! In realtà, abbiamo una sinistra per certi aspetti più arretrata dello stesso Pci: sul piano economico, sul piano dei valori, sul piano della responsabilità nazionale. Una sinistra che delegittima gli avversari, che insegue un potere fine a se stesso, una sinistra che non ha un programma di governo, e cerca di nascondere le proprie divisioni e la propria pochezza dietro ai soliti slogan ripetuti sino alla nausea. Ma anche noi non siamo esenti da colpe, da errori e da responsabilità; soprattutto nel non avere istituzionalizzato le speranze di cambiamento di cui pure siamo stati i protagonisti. È in questo contesto che nasce la prospettiva del nuovo partito. Dalla necessità di non interrompere una politica di cambiamento e di riforme; dalla necessità di preservare le novità politiche degli ultimi dieci anni; e, infine, dalla necessità di realizzare compiutamente la democrazia dell’alternanza. Senza il nuovo partito, il traguardo della Casa delle libertà rischia di essere messo in discussione e il bipolarismo rischia di disgregarsi e andare in pezzi. Quale sarà, dunque, l’identità di questo nuovo partito? Innanzitutto, non sarà né di destra né di sinistra, né esprimerà un moderatismo senza coraggio riformista. Sarà, invece, un partito post ideologico, democratico, popolare, federale; un partito di valori e ideali, di programmi, un partito che cerca le soluzioni per elevare il grado di civiltà. Un partito che abbia una visione del futuro, che faccia rinascere la speranza, perché le paure sono numerose. Un partito che dica la verità, perché occorre guardare in faccia la realtà. Perché il mondo cambia, e noi non possiamo restare immobili. Perché occorre cambiare, e non per amore del cambiamento, ma per comprendere e guidare il futuro. Un partito che esalta il valore dell’equità sociale in un’epoca in cui persistono troppe diseguaglianze. Ma anche un partito che sa che l’equità sociale si deve coniugare con la concorrenza e con la meritocrazia. Un partito che esalta il valore della responsabilità e dei meriti, ma che non vuole lasciare nessuno ai margini della società, che non vuole lasciar cadere in basso i meno fortunati. Oggi, in Europa, questi valori sono incarnati sia da Tony Blair, sia da Sarkozy: ma dobbiamo sottolineare che in Italia sono stati anticipati da Silvio Berlusconi e dalla Casa delle libertà, che ne hanno fatto la loro bandiera. Per questo noi non partiamo da zero, anzi! Per questo, da qui dobbiamo cominciare a edificare la nuova casa comune.
 

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