La storia insegna che, a volte, cambiamenti necessari da tempo avvengano sotto la spinta dell’urgenza. La bruciante, soprattutto nelle dimensioni, sconfitta del centrodestra alle recenti elezioni regionali ha reso inderogabile l’apertura di una discussione, franca e senza ipocrisie, sul futuro complessivo del centrodestra. Una discussione che vada ben al di là di qualche accorgimento tattico o di qualche riverniciatura ma che ponga al centro i contenuti, la struttura, gli uomini e le strategie della vasta area moderata in Italia. Se così non fosse e se dovesse prevalere, ancora una volta, quella che Prezzolini definiva la cultura della provvisorietà, o peggio ancora del «tira a campare», ogni sforzo sarebbe assolutamente inutile e il centrodestra si avvierebbe a un’inesorabile sconfitta non solo nell’immediato ma anche negli anni futuri. In tal senso va riconosciuto che, probabilmente, sarebbe stato il caso di avviare la discussione di queste settimane prima che il malessere della Casa delle libertà si manifestasse apertamente attraverso un calo di consensi. Questo perché la politica è fatta di cicli che si aprono e che si chiudono, il cui contenuto verrà valutato a posteriori dagli storici, ma che sono tali, con un inizio e una fine. Il centrodestra non potrà più essere quello che si era aggregato e definito nel 1994, e questo al di là del valore e dell’apprezzamento che tutti conferiamo a questa esperienza. Restano intatti i valori e i riferimenti culturali, la profonda visione, oserei dire filosofica, del mondo e della vita, le passioni e le idee che fanno da sfondo alle nostre scelte. Ma tutto ciò deve essere costantemente aggiornato, reso compatibile con i tempi, verificato su nuove basi programmatiche e attuative. Posta questa premessa, la discussione in atto, in termini costruttivi, sulle ragioni e sul futuro dello stare insieme deve essere arricchita costantemente, puntando soprattutto ai contenuti. Nell’ultimo mese ho avuto l’impressione che il centrodestra si sia soffermato troppo sulle geometrie, pur importanti, e meno sulle politiche e sui valori di riferimento. L’errore più grave, in questa fase, sarebbe quello di affidarsi a formule alchemiche, alla politica in provetta e da laboratorio, che già solo per la loro impostazione dal sapore verticistico vengono rifiutate dalla gente. La ricerca di una soluzione potrebbe condurre su strade sbagliate se non viene fondata in una ragionamento più profondo. I processi complessi non possono avere né soluzioni immediate né tantomeno semplici. La costruzione di una «nuova casa comune», invece, deve partire da ciò che vogliamo metterci dentro. Dobbiamo ritrovare e tornare a sottolineare le ragioni dello stare insieme e soprattutto riaffermare un’identità chiara, definita e riconoscibile. Partendo da quello che ci differenzia, in termini culturali e di scelte politiche, dalla sinistra. Non commettendo l’errore frequente di uniformarsi, a tutti i costi, ai diktat di un certo politically correct, che altro non è, in Italia, l’imposizione culturale di un potere egemonico post-comunista.
Il punto di partenza di questo percorso deve essere nella società italiana, nelle sue aspettative di leadership, negli stili di vita che si sono affermati. La chiave di volta è nella comprensione dei bisogni del Paese, nell’inquadramento della qualità dei problemi. La società italiana, e questo forse non tutti lo hanno registrato, non è più quella che dieci anni fa fuoriusciva dalle macerie di Tangentopoli e delle prima Repubblica. In parte quel trauma è stato assorbito, in parte è stato superato. Il dato storico che resta degli ultimi dieci anni è stato l’inizio di un percorso bipolare per la nostra politica. Uno scenario che risulta ancora imperfetto e i cui grandi vantaggi, in termini democratici, sono stati offuscati dalle difficoltà che le coalizioni hanno manifestato nel conseguire assetti stabili e nell’armonizzare le culture originarie. Tuttavia, il valore storico del bipolarismo è intatto. Si tratta di una scelta che è condivisa dalla stragrande maggioranza degli italiani perché ha dato alla nostra politica una forma europea e pari a quella delle grandi democrazie occidentali. Il sistema bipolare ha restituito ai cittadini una quota importante di sovranità, quel potere di scelta democratica che certe alchimie partitocratiche avevano loro sottratto. I cittadini, in prima persona, scelgono da chi essere governati, con la possibilità di poter cambiare schieramenti e programmi laddove non si ritengono soddisfatti. E, siamo convinti, la maggioranza dell’opinione pubblica giudica improponibile tornare indietro. Sia chiaro un concetto: una democrazia che non è bipolare non è una vera democrazia perché può facilmente scivolare verso l’oligarchia. Valutiamo quello che è accaduto nelle città e nelle Regioni, dove al di là di chi governa, ovunque si è guadagnato in stabilità e efficienza, non dimenticando quei tempi in cui intere consiliature trascorrevano tra congiure di palazzo con le quali di eleggevano e deponevano sindaci. Il problema di oggi è come costruire un bipolarismo permanente. Il che significa come fare dell’Italia una democrazia stabile, salda, perché se il pericolo dei totalitarismi si è chiuso con il Novecento, resta intatto quello dei poteri occulti che puntano a condizionare le libere scelte sottraendo al corpo elettorale quote di sovranità. L’altro problema è come collocare all’interno del bipolarismo italiano la casa dei moderati conferendole una fisionomia più stabile, orientata ai tempi, ma che poggi su valori forti. Nella coalizione ci deve essere un nucleo unitario definito e poi la consapevolezza che i momenti di coesione portano al successo mentre i personalismi conducono alla sconfitta. Questo è il tema centrale che ruota su quello dei contenuti, sulla sostanza che deve unire lo schieramento che vogliamo riformare e rilanciare. Poi dopo potrà venire anche la discussione sul soggetto unitario, ma solo dopo aver definito l’essenza politica del progetto. Il bipartitismo può essere un punto di approdo non certo il punto di partenza, perché altrimenti ne verrebbe fuori una discussione distante dagli interessi reali degli italiani.
Detto questo, ci sarà da riflettere in questo «laboratorio di idee» su tante e incisive questioni che stanno emergendo nella società italiana. Punti vivi sui quali siamo chiamati a dare risposte: il rapporto con i mercati globali, a cominciare dalla presenza della Cina, il nostro rapporto con Bruxelles, che nella riaffermazione di uno spirito europeista, richiede, però, un europeismo più consapevole, più attento alla tutela degli interessi nazionali. E soprattutto la definizione di una via italiana allo sviluppo, che contemperando difesa sociale e efficienza competitiva dell’apparato produttivo, dia nuovo slancio all’economia. La società italiana è impaurita, non senza ragioni, dalla due sfide, quella globale e quella continentale, che hanno aperto il nuovo millennio e che stanno accelerando in maniera impressionante. La prassi di governo del centrodestra ha fatto sì che molti di noi perdessero la capacità di comprendere i problemi e la lucidità nell’inquadrare i nuovi fenomeni che stanno emergendo. In meno di quattro anni siamo passati da un protezionismo oggettivo, dettato dalla geopolitica della guerra fredda, a una condizione di apertura globale e incontrollata. Improvvisamente e senza che ci fossimo preparati adeguatamente l’edificio Italia è stato sottoposto a una serie di forti sollecitazioni: la spietata concorrenza della Cina, l’allargamento dell’Unione europea a venticinque, l’introduzione dell’euro, i grandi flussi di immigrazione extracomunitaria, lo scardinamento delle vecchie regole che gestivano l’economia e soprattutto i commerci. Si tratta di fattori ontologici di una nuova realtà non necessariamente con una connotazione negativa, perché ciascuno, preso singolarmente, potrebbe anche essere una risorsa. Tuttavia, l’azione complessiva, combinata e improvvisa, ha messo a dura prova le strutture sociali e economiche dell’Italia. In una sola battuta il nostro Paese, che non ha avuto una rivoluzione modernizzatrice come la Gran Bretagna, soffre l’impatto con questi nuovi fattori che ne stanno sconvolgendo la tenuta sociale. Alla luce di tutto ciò, che qui è solo accennato, il centrodestra deve definire un credibile progetto politico, dopo la questione delle formule troverà un’agevole composizione. Il governo del centrodestra si è scontrato con un passaggio epocale del modello di sviluppo delle democrazie occidentali. Su alcuni punti ha espresso riforme che occorrerà spiegare meglio, su altri, forse, avrebbe potuto fare di più. Tuttavia, proprio la tipicità dei problemi mostra come la risposta non possa certo venire da una sinistra che sta facendo solo leva sulle legittime insicurezze sociali della gente ma che ancora non ha indicato il suo progetto e in particolare le sue risposte su ogni singola questione.