Quando qualche anno fa cominciammo a discutere nei seminari di Todi dell’orizzonte di un nuovo grande partito, frutto dell’evoluzione storica della Casa delle libertà, le riflessioni dei tanti amici che credevano in questo progetto erano certamente apprezzate, ma inevitabilmente incasellate dentro la nobile cornice dell’utopia. Oggi non è più così: non siamo qui riuniti per discutere di un’utopia. Questo traguardo, dopo gli interventi del presidente Berlusconi, fa ormai parte della nostra agenda politica. Il che non vuol certo dire di per sé che siamo a un passo dal realizzarlo: si tratta infatti di un progetto tanto storicamente ambizioso quanto politicamente complesso, perché è sempre complesso proporsi il superamento di forme partito già costituite. Anche se bisogna riflettere sul fatto che ciascuno dei nostri partiti è nato da un percorso di «confluenza» tra diverse esperienze e posizioni. Forza Italia è il caso più evidente, ma anche An - come dice il suo nome - è già un’alleanza e l’Udc è nata dall’incontro tra Ccd e Cdu. Dunque in fondo si tratta solo di proseguire insieme lungo lo stesso cammino. Comunque, è certamente giustificato che, accanto a tanti entusiasmi siano emersi nel dibattito anche dubbi e scetticismi che sarebbe esiziale trattare con superficialità. Il percorso che abbiamo di fronte richiede infatti una grande capacità di ascolto reciproco e la seria valutazione di ogni pur minima osservazione critica. Soprattutto ci impone di non restringere nel chiuso di una discussione di vertice quella che deve essere immaginata come una grande costruzione «dal basso», esito dell’impegno di centinaia di migliaia di militanti, di simpatizzanti, di elettori. Di club e di partiti che discutono e progettano insieme il proprio futuro.
Premessa
A tutti, però, dobbiamo rendere chiaro, in premessa, che costruire una nuova casa comune non è soltanto una scelta preferenziale, sia pure fosse «la scelta migliore». No, essa è da noi vista come una vera e propria necessità storica per impedire cioè che eventuali cicli politici negativi possano mettere a rischio la continuità politica della Casa delle libertà.
Sotto questo profilo il nostro interesse coincide con l’interesse nazionale. Non è infatti discutibile il legame quasi siamese che intercorre tra l’esistenza del nostro schieramento politico e la vita stessa della democrazia dell’alternanza. È stata l’invenzione di Forza Italia e della Casa delle libertà a rendere possibile l’avvento del bipolarismo: di conseguenza se la nostra storia non resistesse alle sfide del tempo anche il sistema dell’alternanza entrerebbe in crisi. Casa delle libertà e bipolarismo sono intimamente legati: simul stabunt, simul cadent.
In questi dieci anni abbiamo costruito insieme un solidissimo tessuto di valori, di programmi, di progetti. Sotto la spinta del presidente Berlusconi abbiamo realizzato insieme un vero e proprio capolavoro politico, dando corpo e anima a ciò che nella storia repubblicana non era mai esistito: un soggetto politico di centrodestra. Una prima volta davvero destinata a modificare l’intero sistema istituzionale. Abbiamo dato voce alla riscossa del mondo liberale, abbiamo restituito forza, dignità, centralità politica all’ispirazione cristiana e a quella riformista che il giustizialismo aveva travolto, abbiamo ricostruito il tessuto di quella cultura della patria e della nazione che era stata negletta e tradita, abbiamo accompagnato l’evoluzione positiva del nuovo indispensabile decentramento federale. Abbiamo infine restituito piena sovranità istituzionale al popolo.
Non è certo poco. In questi dieci anni abbiamo cambiato l’Italia. Altro che antipolitica e populismo! Le ragioni di fondo del successo della Casa delle libertà sono state squisitamente politiche. Intorno a noi nel 2001 si è formato un nuovo blocco sociale che ha saputo unire antiche e nuove élite, dalla borghesia alle professioni, con antichi e nuovi ceti popolari, dalla piccola industria alle partite Iva fino agli strati più poveri. In sostanza, la nostra coalizione ha riproposto, in forma del tutto nuova, quell’interclassismo e quel pluralismo culturale che hanno caratterizzato la migliore storia di governo dell’Italia.
Ma il punto è che tutto ciò non ha ancora raggiunto l’orizzonte della stabilità storica. In primo luogo perché il ciclo politico ed economico sta mettendo in discussione la tenuta del nostro blocco sociale. Ci arrivano dagli italiani, insieme, due domande quasi contrapposte: ci viene chiesto di non tradire il progetto di innovazione del Paese riformando con coraggio lo Stato sociale e, nello stesso tempo, di accentuare la tutela sociale di fronte alla crisi economica. Ed è forse proprio la compresenza di queste diverse esigenze ad aver fatto parlare di un asse del Nord contrapposto a quello del Sud. Ebbene è presumibile che sarà proprio la capacità di risolvere quest’equazione a decidere del nostro futuro di governo. Ma occorre fare attenzione: non è utile che ciascun partito spinga la coperta da una parte o dall’altra a seconda delle proprie inclinazioni. Le domande che ho richiamato sono entrambe giuste. E solo una grande unitaria capacità di sintesi che ricostruisca l’insieme del nostro blocco sociale ci potrà premiare.
Il secondo motivo per il quale la Casa delle libertà non ha ancora maturato la propria stabilità politica dipende dall’obiettiva circostanza che il nostro cammino unitario è ancora troppo giovane. Di conseguenza, l’unità della nostra rappresentanza politica non è ancora del tutto compiuta. Perché non è ancora risolto il processo di radicamento di Forza Italia come partito, perché dentro An e Udc è ancora aperto il dibattito sulla propria evoluzione identitaria, perché il Nord e il Sud del Paese non sempre riescono a identificarsi in un unico disegno politico, e infine perché non abbiamo ancora reso istituzionale, frutto di norme condivise, il nostro sistema di selezione delle leadership.
Non è allora difficile capire perché le recenti sconfitte elettorali si siano caricate per noi di significati fortemente destabilizzanti. Lo straordinario risultato di Catania ha invece mostrato a tutti che la sinistra si illude: sono ancora del tutto inalterate le nostre chance di vincere le elezioni del 2006. Non è affatto scritto nel destino il percorso di una nostra débâcle: eppure se tale percorso sciaguratamente si manifestasse, tutti noi già sappiamo che esso potrebbe appunto mettere a rischio la nostra stessa continuità.
Perciò bisogna agire adesso. In primo luogo per puntare, anche attraverso la forza di una grande innovazione politica, a vincere le elezioni. In secondo luogo per «blindare» il bipolarismo. A entrambi questi obiettivi è rivolta la proposta di costruire una nuova casa comune. Il definitivo compimento della nostra transizione politica: dal Polo delle libertà alla Casa delle libertà al Partito della libertà o come insieme decideremo di chiamarlo. Non si tratta di assemblare i partiti esistenti né di ridurre a uno ciò che è plurale né di allargare Forza Italia. Si tratta piuttosto di costruire insieme un nuovo partito. Un nuovo partito italiano di governo: liberale, popolare, nazionale, riformista. Un partito pluralista: le cui regole di democrazia siano scritte in comune dai soggetti politici che ne condivideranno la nascita. Il nuovo partito italiano di governo del Ventunesimo secolo: capace di parlare insieme alle imprese e alle forze sociali e che costruisca intorno a sé alleanze con partiti già presenti nella Cdl o con nuovi movimenti e associazioni disposti a condividerne il programma. Un partito popolare e nazionale, in grado di collocarsi intorno al 40% dei consensi, e di essere la casa di tutti i moderati, proponendosi anche ai tanti moderati che, nell’Unione di Prodi, soffrono l’alleanza programmatica con la sinistra antagonista. Nessuno può negare che si tratti di un grande progetto capace di mutare nel profondo la storia d’Italia.
A questo punto, prima di proseguire, è forse necessario porsi una domanda che in molti in questi giorni si sono posti: l’attuale sistema elettorale e l’attuale configurazione delle forze in campo rendono conveniente misurarsi con questo obiettivo? Non penso soltanto alla nota legge politica italiana secondo la quale il totale dei voti di un’aggregazione è sempre inferiore alla somma dei voti dei singoli partiti aggregati. Penso piuttosto ad altre due questioni ancora più stringenti. Da una parte all’esempio di Catania dove abbiamo vinto proponendo un cartello di ben quattordici liste. Dall’altra penso a una novità recentemente emersa nella nostra morfologia politica: e cioè il proliferare su tutto il territorio nazionale di nicchie più o meno vaste di consenso locale restie a farsi inglobare dalle attuali leadership nazionali alle quali contestano, tra l’altro, i sistemi di selezione delle classi dirigenti. Si tratta di un fenomeno recente che riguarda tutti i nostri partiti e che, in assenza di risposte convincenti sopratutto in merito al rapporto centro-periferia, è destinato a crescere. Sta insomma emergendo un conflitto tra identità territoriale e identità nazionale che non va sottovalutato, anche perché esso investe sopratutto l’area dei moderati, perché meno ideologizzata della sinistra. Ebbene, le risposte a questo tipo di fenomeno possono essere sostanzialmente due: la prima è appunto quella di costruire un solo grande partito nazionale che, o attraverso l’articolazione in correnti o studiando più moderne forme di coinvolgimento del territorio, e comunque proponendo meccanismi più aperti di selezione delle candidature, riesca a coinvolgere le reti che si vanno consolidando sul territorio in un mosaico unitario. E, laddove l’identità territoriale assumesse contorni più rilevanti, raggiungendo livelli di rappresentanza regionale o macroregionale, come già avviene nel caso della Lega, il partito nazionale potrebbe stringere patti federativi che, sul modello tedesco (Cdu-Csu) assicurino comunque la tenuta di una sola grande alleanza. La seconda possibile risposta è quella di favorire una moltiplicazione delle liste presenti nella Casa delle libertà che riesca, attraverso la presenza nel proporzionale di un maggior numero di simboli, a raccogliere e rappresentare le diverse reti di consenso presenti sul territorio. È evidente che l’apparente semplicità di questa seconda strada si rivelerebbe poi esiziale al momento della compilazione di un programma di governo condiviso (un po’ quello che succede all’Ulivo), senza contare inoltre che la frammentazione del sistema politico nazionale raggiungerebbe una pericolosa soglia di non ritorno. Quel che comunque appare certo è che, dal 2001 a oggi, l’Italia è cambiata e non sarebbe intelligente presentarsi alle prossime elezioni con la stessa identica offerta politica di cinque anni fa per giunta indebolita dalle divisioni.
Insomma, la mia impressione è che o riusciremo a rendere uno ciò che è plurale, oppure potremmo essere costretti a una forzata pluralizzazione dell’unità degli attuali partiti.
La soluzione offerta dalla costruzione di un solo grande partito nazionale e federale articolato in strutture democratiche di autonomia regionale e locale, punto di riferimento di alleanze, oltre che con soggetti già esistenti nella Cdl, con altri attori politici o con movimenti e associazioni della società civile, sembra la soluzione più idonea a governare una società sempre più complessa e flessibile, ma anche sempre più bisognosa di unità e di sintesi. La rappresentanza politica deve mostrarsi all’altezza di questa complessità e di questa flessibilità, rispondendo però, nello stesso tempo, all’esigenza dell’unità e della sintesi. In altri termini: si può pensare a un partito nazionale collegato in modo moderno con il territorio, ma non si può certo pensare a una confederazione Brancaleone disposta a macchia di leopardo in tutto il Paese. Tradendo l’esigenza della flessibilità tra centro e periferia si rinsecchirebbe la nostra rappresentanza, ma tradendo l’esigenza della sintesi nazionale si destituirebbero di fondamento le nostre capacità di governo e di progetto. Anche in questo caso la virtù sta nel mezzo.
Ammesso che questa analisi sia giusta bisogna comunque chiedersi: la Casa delle libertà è in grado di raggiungere questo traguardo per il 2006? Il Comitato di Todi ha nei giorni scorsi proposto una possibile road map, in quattro tappe. La prima tappa era individuata nell’apertura di una fase di grande dibattito, plurale e approfondito, in tutto il Paese, a tutti i livelli. Poi, se dai nostri rispettivi partiti giungessero risposte positive si potrebbe dar vita a un comitato costituente con il compito di redigere il «manifesto dei valori» e una bozza delle regole democratiche, nazionali e territoriali, che dovrebbero presiedere alla comune vita associativa.
La carta d’identità
Questo nostro convegno, al quale non a caso abbiamo voluto associare le principali riviste della nostra area, si colloca all’interno della prima fase. Ed è nostra intenzione proporre ai gruppi parlamentari dei nostri partiti di svolgere una sessione di discussione analoga a questa sia alla Camera che al Senato. L’identità, i valori, il progetto: di questo vogliamo e dobbiamo discutere prioritariamente. Un primo contributo in questa direzione è venuto dal recente e importante documento di Alleanza Nazionale. Un secondo è venuto dagli europarlamentari di Forza Italia. E questo è l’unico modo per partire con il piede giusto, perché nessun nuovo contenitore può essere neanche pensato se, prima di tutto, non sono chiari i suoi contenuti. Da nessun alambicco può nascere alcun partito se non discutendo e definendo insieme una possibile comune carta d’identità cui far riferimento.
Per questo il Comitato di Todi ha ritenuto utile proporre una prima ipotesi di una possibile carta d’identità comune che questa mia relazione ha il compito di abbozzare. Essa non nasce dalla nostra fantasia. Al contrario: è la sintesi di ciò che nella storia italiana la Casa della libertà ha già esibito come propria cultura identitaria.
Pur nell’estrema fragilità culturale della cosiddetta seconda Repubblica, infatti, la Casa delle libertà è riuscita a mettere in campo un nuovo sistema di mitologie identitarie. Ricordiamole. Ci siamo mossi innanzitutto nella grande area dell’umanesimo cristiano e laico, che ha segnato i pensieri e le opere di De Gasperi ed Einaudi. Così come risulta evidente, dall’insieme della nostra elaborazione, l’ispirazione di Cattaneo e di Sturzo e l’eredità di quell’universo laico, repubblicano, liberale e socialista che da Salvemini porta fino a Calamandrei, Maranini, Malagodi, Ugo La Malfa, Saragat e Craxi. Ci sentiamo inoltre debitori nei confronti di tutte quelle riflessioni sulle virtù e sul carattere degli italiani che da Vico a Leopardi, da Gioberti a Mazzini, da Gentile a Croce a Longanesi hanno contribuito nel tempo, con occhi certamente assai diversi ma tutti ugualmente acuti, a costruire il nostro spirito pubblico. Nelle più rilevanti evocazioni simboliche del centrodestra si legge, inoltre, il permanente richiamo a un antico patriottismo civile. Quell’amore per la terra e la nazione, invocato da Dante ed esaltato da Manzoni, che per troppo tempo è stato rifiutato in Italia in nome di un astratto internazionalismo ideologico. Nel secondo dopoguerra solo la destra ha saputo coltivarlo: e oggi esso è finalmente tornato, assieme al tricolore, a essere rivendicato come patrimonio unitario di tutti gli italiani. Va aggiunto che, nella storia italiana, l’amore per la patria non è mai stato in contraddizione con l’attaccamento alle piccole patrie che, dal tempo dei Comuni al Risorgimento, ne hanno anzi costituito l’intima essenza, perfino giuridica. Una patria, mille Comuni: è da sempre questo l’Italia. Infine l’azione culturale della Casa delle libertà ha riaperto le finestre dell’Italia a interi filoni di cultura che l’antica egemonia ideologica della sinistra aveva emarginato: da San Tommaso a Locke e a Tocqueville, da von Hayek a Hannah Arendt, da Orwell a Furet e, per stare in Italia, da Nicola Chiaromonte a Renzo De Felice, protagonisti di un anticomunismo democratico troppo a lungo colpevolmente ignorato.
Grazie al recupero di questi filoni la cultura della Casa delle libertà ha trovato più di un’affinità con quella filosofia pubblica americana che vede appunto nell’amore per la patria l’espressione di una peculiare «religiosità civile» necessaria a vivere con pienezza l’appartenenza alla propria terra (in quanto nazione) nel mondo.
Da questo riassuntivo pantheon genealogico appare già chiaro come il centrodestra non sia solo il contenitore di ex appartenenze o di post-transumanze, ma abbia dato inizio a una nuova storia politica e culturale, intrecciando percorsi un tempo distinti (ma non distanti) e soprattutto portando alla luce culture del tutto neglette dalla precedente egemonia ideologica. Basti pensare che persino padri della patria come Einaudi e De Gasperi apparivano infatti in Italia, alla fine del Novecento, come figure da «riabilitare»: tanto polveroso era l’archivio nel quale era stata riposta la loro ispirazione.
Questa nostra nuova storia politica ha proposto e propone all’umanesimo cristiano e all’umanesimo laico di tornare a camminare insieme, riscrivendo i confini di una comune etica pubblica. E delinea così la costruzione di un soggetto inedito per la storia d’Italia, frutto dell’unione di quattro grandi aree: il cattolicesimo liberale e popolare, l’umanesimo laico, liberale e repubblicano, il liberal-socialismo, la cultura della destra moderna ed europea.
Prima ipotesi di un «manifesto dei valori»
Sulla base di questa carta d’identità abbiamo provato a individuare dieci idee-forza che, avendo fondato in questi anni la nostra comune avventura politica, potrebbero ora ispirare un eventuale «manifesto dei valori» del nuovo soggetto politico. Naturalmente si tratta di un primo approccio al problema per il quale è d’obbligo scusarsi in anticipo se esso potrà apparire incompleto.
1) La centralità della persona nella storia
È questo il valore dei valori, la stella polare della nostra visione del mondo. In antagonismo con ogni altra centralità proposta alla politica: da quella della classe a quella della razza, da quella dello Stato a quella della natura. Non a caso alcune di queste ideologie hanno originato l’incubo dei totalitarismi che, nella folle utopia di oltrepassare l’ordine naturale del Bene e del Male, hanno devastato l’Europa e colpito al cuore la sua identità. Credere nella centralità della persona significa porre la libertà dell’essere umano e la sua dignità come ragioni fondanti di ogni politica. Ciascun essere umano deve avere l’opportunità di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di educare liberamente i propri figli. Nella nostra visione del mondo la libertà è tale se opera in ogni dimensione della vita umana, in tutte le sue forme molteplici e vitali: libertà di pensiero, di opinione, di culto, di associazione, d’impresa. La libertà della persona, del singolo individuo non è «concessa» dallo Stato, essa viene prima dello Stato. È un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani. Semmai essa è la base sulla quale si costruisce lo Stato. La nostra idea di libertà, in sostanza, si fonda sui diritti della persona umana cui la tradizione giudaico cristiana ha dato un fondamento spirituale e la democrazia liberale un orizzonte politico.
2) Il rilancio dell’Occidente
La nostra azione si è basata e si basa sul rilancio del concetto di Occidente come soggetto storico-morale, culla della libertà e dell’autonomia dell’individuo, civiltà fondatrice dell’irriducibilità della persona umana di fronte a qualsiasi tipo di potere. Il messaggio universale di libertà che nell’antichità si affermò attraverso l’insegnamento e il sacrificio di Socrate e di Gesù ha attraversato le epoche, e seppure contestato e offeso, si è rivelato alla fine vincente. Esso ha creato i presupposti civili e morali che hanno aperto la strada alla modernità: dal Rinascimento alle grandi scoperte geografiche e scientifiche, dalle rivoluzioni industriali a quelle politiche. In una parola a quella grande storia dell’Europa e dell’Occidente che ha sempre visto il progresso dell’avventura umana legato, come ricorda la Genesi, alla centralità dell’uomo creatore, imago Dei. Oggi che questa storia viene aggredita si avverte con forza il bisogno di un rilancio dei suoi valori fondativi che definiscono insieme la più profonda identità dell’Europa e dell’Occidente. Sul piano politico la vittoria di Gorge Bush e sul piano spirituale il magistero di Woytjla e l’avvento di Benedetto XVI testimoniano il grande bisogno di rinascita morale di tutte le terre occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa. A questo bisogno noi sentiamo di dover corrispondere.
3) Nell’Europa, per l’Europa
L’Occidente è uno, non due. Il che vuol dire rifiutare la teoria secondo la quale l’Europa sarebbe un universo «a parte» rispetto agli Stati Uniti e che, in ragione di ciò, debba farsi soggetto di un «bipolarismo antagonista» con Washington. Viceversa, la madre Europa e la figlia America recitano nel mondo all’interno dello stesso orizzonte di valori. E se l’isolazionismo americano è sempre stato un male per il mondo, un presunto isolazionismo europeo dagli Usa sarebbe un vero salto nel buio provocando una pericolosa destabilizzazione. Soprattutto ora che, dopo l’11 settembre, si è aperta nel mondo un’altra severa minaccia, formulata dall’inedita combinazione di fondamentalismo, biotecnologia e terrorismo. Occorre perciò lavorare per unire, non per dividere i popoli e gli Stati d’Europa. Per unire, non per dividere l’Europa dagli Usa. Sulla scia dell’insegnamento dei padri fondatori dell’Europa, Adenauer, De Gasperi, Schumann, noi vediamo europeismo e atlantismo come due facce della stessa medaglia di civiltà. E ci conforta vedere come la nouvelle vague di Nicholas Sarkozy cominci a riproporre anche alla Francia la medesima ispirazione geopolitica. L’orizzonte comune della Casa delle libertà è quello di una sempre più piena e matura integrazione europea. Vogliamo che l’Unione diventi nel tempo un soggetto politico protagonista della scena mondiale. La moneta unica è stato il primo passo, poi è arrivata la ratifica del Trattato costituzionale con il processo di allargamento e di riunificazione tra Ovest e Est. Abbiamo espresso tutte le nostre perplessità sul mancato richiamo delle radici cristiane nel preambolo del Trattato così come restano ancora da risolvere alcuni decisivi nodi istituzionali: ma una bocciatura della Costituzione significherebbe un grave arretramento della nostra comune storia. Non pensiamo all’Europa come a un Super Stato ma come un continente federale dall’Atlantico agli Urali, che rappresenti una sponda di dialogo verso quei Paesi del mondo islamico che vogliono incamminarsi lungo la via della democrazia. Siamo per un’Europa dinamica, competitiva che sappia rinnovare le proprie strutture sociali, puntando sulla ricerca, sul sapere, sull’innovazione tecnologica. A questo fine ci siamo battuti con successo per rendere ancora più efficace il patto di stabilità accentuando, con interpretazioni più flessibili, la sua fisionomia di patto per lo sviluppo. L’Italia che vogliamo non sta in Europa come una Cenerentola, al traino dei Paesi più forti. Non soffriamo alcun complesso d’inferiorità. Stiamo in Europa come una delle nazioni fondatrici per renderla più forte e sempre più in sintonia con gli interessi di tutti i Paesi membri. Con lo stesso spirito siamo per un’Unione dotata di una propria autonoma politica di difesa e di sicurezza, in grado di assumere, in partnership con gli Usa, autonome responsabilità politiche e militari cui finora non è stata in grado di corrispondere. Lavoriamo dunque per un’ancora più stretta unità economica, politica, culturale, spirituale. L’Europa è stata finora il nostro passato. Ora deve sempre di più diventare il nostro futuro.
4) Pace e libertà
La parola pace rappresenta per noi un valore supremo e universale. Sappiamo però che essa, se disgiunta dalla parola libertà, smarrisce ogni dimensione etica. Ci può essere pace, infatti, anche nel silenzioso deserto delle dittature o nella resa incondizionata ai loro ricatti. Al contrario di quel che sostiene il pacifismo, l’oppressore e la vittima non possono, in nessun modo, esser messi sullo stesso piano e il diritto alla legittima difesa può e deve irrompere nella storia a difendere risolutamente la pace violata. Rinunciare a un diritto di resistenza, a un intervento umanitario, alla prevenzione del terrorismo, può significare mettere ancora più a repentaglio sia la pace che la libertà. Non c’è pace senza libertà: ma non c‘è pace anche senza sviluppo. Paolo VI nella Popolorum progressio ricordava come «sviluppo è il nuovo nome della pace». Eliminare le diseguaglianze tra Paesi ricchi e poveri è certamente un dovere etico ma è anche la più grande chance a nostra disposizione per aprire una nuova era di benessere e di sicurezza per tutti, a condizione di eliminare le disuguaglianze politiche e combattere le violazioni dei diritti umani ovunque esse siano perpetrate.
5) La civiltà del dialogo
La volontà di dialogo con le altre civiltà del mondo, l’amore per l’altro, lo spirito di amicizia e di comprensione, la ricerca dell’integrazione devono sapersi coniugare con lo studio e l’affermazione della nostra identità, della nostra storia e della nostra religione, in una permanente dialettica di reciprocità. Non ci può essere dialogo, infatti, laddove non si confrontino diverse identità. Accettare il multiculturalismo non può e non deve significare rassegnarsi al relativismo culturale e all’abdicazione identitaria. D’altra parte se cessassimo di considerare la libertà e la democrazia come valori universali si aprirebbe una pagina davvero buia per tutta la civilizzazione del pianeta. Perciò rifiutiamo radicalmente quel «relativismo etico» per il quale le differenti civiltà e culture stanno sullo stesso piano di valore. Il sistema democratico-liberale è superiore a qualsiasi altro sistema politico, e un dovere battersi perché la rotta della libertà diventi infine la rotta di tutto il pianeta. Riteniamo del resto frutto di un irritante pregiudizio eurocentrico l’idea che la democrazia non possa fiorire nei Paesi arabi o islamici. Essa, viceversa, come hanno mostrato le recenti elezioni in Iraq, corrisponde a un autentico desiderio di emancipazione ripetutamente manifestato in quegli stessi Paesi. Ci sentiamo perciò a fianco di tutti coloro che si battono per impedire che il terrorismo strumentalizzi la religione e perché, infine, Libertà e Islam possano convivere.
6) L’economia sociale di mercato
La centralità della persona e della sua libertà orienta anche la nostra visione della politica economica e sociale. Libertà per l’individuo di far valere il proprio talento. Libertà di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici. Libertà di poter godere delle più ampie chance di vita. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter comunque aspirare a importanti traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana. Da questa filosofia discende il carattere interclassista della nostra politica. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno visto in antagonismo, partecipano viceversa di un unico universo che vede nella famiglia la prima cellula della comunità. La bussola di ogni vera economia sociale di mercato, è la sussidiarietà. Lo Stato è fatto da individui, gruppi, comunità, corpi intermedi, amministrazioni locali e centrali tutte a pieno titolo chiamate, a diversi livelli, a governare la cosa pubblica. Lavoriamo in sostanza per un nuovo grande modello sociale, per l’Italia e per l’Europa: il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society. Una società nella quale privato e statale cooperino e competano nell’offerta dei servizi, formando insieme un unico sistema pubblico che offra un ampia e libera possibilità di scelta per i cittadini e per le famiglie. Noi non consideriamo il concetto di Mercato e quello di Solidarietà come antagonisti. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato. Per questo respingiamo la falsa contrapposizione tra politica liberale e politica sociale. Ogni politica autenticamente fondata sulla promozione dell’uomo non può che essere una politica «sociale». Per troppo tempo in Italia si è confusa la politica sociale con la gestione clientelare della spesa pubblica. Questo ha finito per allontanare il Nord dal Sud allargando, invece che ridurla, la forbice tra le diverse aree del Paese. Noi, viceversa, intendiamo risvegliare le energie e le virtù migliori della nazione, al Sud come al Nord, e costruire un Paese in cui il valore e il merito siano premiati e nel quale anche i più sfortunati possano avere le giuste chance per emergere. Il nostro, insomma, si potrebbe chiamare un «liberalismo compassionevole». Perciò sosteniamo la creatività contro la burocrazia, la meritocrazia contro la mediocrità, il coraggio contro il conformismo e intendiamo diffondere nel mondo una nuova fiducia nelle qualità del nostro popolo.
7) Una nuova idea di progresso
Per la sinistra l’idea di progresso ormai si esprime in una curiosa miscela: statalismo economico e liberismo morale. Noi, invece, che nelle politiche sociali ci affidiamo all’economia sociale di mercato, nel campo dell’etica pubblica perseguiamo l’obiettivo di salvaguardare un costante equilibrio tra diritti individuali, diritti naturali, diritti della comunità e diritti della specie. È proprio nella ricerca di tale equilibrio che si misura il progresso di una società. Si tratta, per le democrazie, di una ricerca perenne: non si dà infatti, sopratutto nel nostro tempo, di fronte alla rapidità dell’evoluzione tecnologica, la possibilità di raggiungere un equilibrio definitivo. Ci sono da questo punto di vista due grandi principii insuperabili: la libertà della ricerca scientifica e la permanente disponibilità del suo potere nelle mani della sovranità democratica. A volte questi due principii possono entrare in contraddizione: perciò il progresso non può che misurarsi nella capacità di trovare un giusto equilibrio: tra vita e tecnica, tra natura e sviluppo. Nessun potere d’altra parte può pretendere di restare incontrollato: né quello politico, né quello religioso, né quello militare, né quello giudiziario, né quello scientifico. E la misura del limite di ogni potere non può che essere l’essere umano, con i suoi diritti, la sua libertà, la sua dignità. Del resto noi pensiamo a una società in armonia con l’ambiente naturale che produca un nuovo balzo in avanti della civiltà: e non un mesto «ritorno indietro» dell’avventura umana che arresti lo sviluppo e con essa la ricerca scientifica. Il vero «progresso» consiste nell’eterno lavoro dell’uomo per superare le contraddizioni che il progresso stesso produce: perché è solo l’uomo con la sua libertà di scoprire e di creare a poter cambiare le cose.
8) Laici e cattolici: un nuovo cammino comune
La fede nella centralità della persona ha unito e unisce, nel nostro schieramento, anche dal punto di vista etico, due mondi finora considerati contrapposti grazie alla lunga e difficile soluzione della questione romana. Solo nel nostro Paese, del resto, i termini di laico e di cattolico sono stati usati come espressione di opposte identità politiche. Questa anomalia, che non è esistita in nessun altro Paese occidentale, non ha più ragione di esistere neanche da noi. Perciò rifiutiamo da una parte il laicismo indifferentista e dall’altra il cattolicesimo statalista, contiguo al marxismo. Questo nuovo sentiero comune tra credenti e non credenti, che ovviamente non impedisce di differenziare le proprie posizioni in presenza di delicate questioni di coscienza, è reso possibile dal fatto che è ormai in via di superamento l’egemonia di quelle tre sinistre (cattolico-sociale, azionista-roussoviana e comunista-gramsciana) che pur partendo da opzioni diverse si sono poi incontrate intorno all’ipotesi di una fantomatica terza via tra socialismo e capitalismo. Illusione che ha finito per produrre, nella nostra cultura pubblica, diversi e gravi handicap: il profondo deficit di riformismo, la cronica debolezza del capitalismo e della società civile, la radicata diffidenza verso la sovranità popolare, la confusione tra laicità e laicismo e, infine, l’ostracismo culturale (persino antropologico) verso tutto ciò che è destra o, per meglio dire, non-sinistra. Oggi questo schema è tramontato: la presenza di un centrodestra dalla forte identità culturale ha messo in crisi l’antica egemonia della sinistra che certo persiste nel potere degli apparati ma non ha più alcuna forza creativa.
9) L’identità di una nazione dai valori condivisi
Noi ci battiamo affinché l’Italia, costruendo un bipolarismo maturo, diventi anche una nazione nella quale tutte le parti politiche si riconoscano in alcuni grandi valori condivisi, superando definitivamente quella strisciante guerra ideologica civile che ancora getta i suoi velenosi semi nel nostro discorso pubblico. Per arrivare a questo importante orizzonte della nostra storia occorre, a nostro avviso, portare a compimento due grandi operazioni culturali. La prima è la rimozione di quel paradosso seguito agli accordi di Jalta che aveva «abilitato» la cultura comunista come cultura di libertà. La nostra etica pubblica deve finalmente riuscire a disporsi lungo la comune frontiera dell’antitotalitarismo: antifascista e anticomunista. Noi ci sentiamo a tutti gli effetti una forza antifascista, anticomunista, antifondamentalista. Identità queste che, declinate insieme, segnano una svolta nella storia d’Italia. Per troppo tempo, infatti, da noi la parola anticomunismo ha fatto fatica a penetrare nel vocabolario condiviso della nazione e ancora oggi essa non viene da tutti accettata come orizzonte comune della nostra democrazia. Solo l’antitotalitarismo, del resto, può unire in un identico cerchio etico il contestuale amore per la patria e per la libertà. La seconda operazione culturale da compiere è la rilettura del carattere incompiuto del Risorgimento sia in ordine al rapporto Nord-Sud che alla sanguinosa frattura tra laici e cattolici. Ciò allo scopo di creare, nell’orizzonte di un federalismo solidale, una nuova armonia tra le tante piccole patrie e l’unica grande nazione. Una moderna ed equilibrata divisione di poteri, ispirata dalla logica della sussidiarietà, lungi dal dividerci, può davvero diventare l’occasione di un Secondo Risorgimento, compimento della nostra storia di nazione.
10) Una forza moderata
Ci sentiamo infine una forza moderata. Non solo perché rappresentiamo la maggioranza degli elettori moderati italiani ma soprattutto perché, specie in un’attività come la politica, la moderazione (quella che Sturzo chiamava «politica temperata») non è una preferenza, ma un dovere. Va però aggiunto che in Italia è storicamente prevalsa un’errata equazione tra il concetto di moderazione e quelli di immobilismo e di consociativismo. In qualche modo, insomma, la moderazione ha finito per essere considerata sinonimo di anoressia decisionale e madre di quel deficit di riformismo che ha caratterizzato la prima Repubblica. Noi sentiamo di dover promuovere un nuovo stile politico nel quale la moderazione del modo di esprimersi e la civiltà del ragionare, necessari in ogni democrazia, non tradiscano mai né la trasparenza del conflitto politico né la determinazione nel perseguire l’innovazione del sistema. Del resto, la storia italiana ci ha consegnato uno schema nel quale al massimo dello scontro politico faceva poi seguito anche il massimo della compromissione nella gestione del potere. Questo schema è stato chiamato consociativismo. Ebbene, la democrazia bipolare dovrebbe proporsi lo schema opposto: al massimo del confronto civile, persino segnato da scelte bipartisan su materie di interesse nazionale, dovrebbe corrispondere il massimo della trasparente, anche aspra, competitività politica. Insomma: moderazione e innovazione debbono andare insieme. Non si tratta, per noi, di «posizioni» antagoniste.
Ho cercato di sintetizzare, e mi scuso se l’ho fatto in modo approssimativo, valori già comuni a tutti noi. Essi delineano la possibile identità di un grande partito di centrodestra, popolare, occidentale, europeo, moderato e riformista. Comunque il dibattito certamente correggerà e arricchirà questa prima traccia di riflessione.
È stata infine, posta una questione: il nostro modello di riferimento deve essere il Ppe o il Partito repubblicano degli Stati Uniti? Credo che si tratti di una questione facilmente superabile usando un metodo empirico. Se infatti a esso daremo vita, questo nuovo partito nascerà in Europa e, dunque, escludendo che noi si possa scegliere l’Internazionale socialista, esso non potrà che far parte della grande famiglia del Ppe cui del resto Forza Italia e Udc già aderiscono e al quale la stessa Alleanza Nazionale non ha mai escluso, in linea di principio, di poter un giorno aderire. D’altra parte noi pensiamo a costruire un vero e proprio partito e non un comitato elettorale.
Infine: il Ppe non è più l’esclusiva casa dei democristiani doc, come pure qualcuno continua a ritenere, ma è sempre di più il punto di riferimento di tutte quelle forze popolari, liberali, conservatrici, golliste e riformiste che si sentono alternative alla socialdemocrazia, ai post-comunisti e ai verdi. Si può dire che, in qualche modo, forse anche grazie a noi, la competizione bipolare europea tende ormai a configurarsi sul «modello italiano» nel quale, appunto, l’ispirazione cristiana e quella liberale, l’umanesimo laico repubblicano e socialista, il conservatorismo nazionale hanno dato vita, insieme, alla Casa delle libertà.
L’universo di valori che abbiamo insieme costruito ha proposto all’Italia, non dimentichiamolo mai, il rovesciamento di alcuni dei suoi vizi storici più consolidati. Anche per questo il sentiero aperto dalla Casa delle libertà è stato ed è di grande rilevanza storica e culturale. Ci sono dunque tutte le condizioni perché la nostra costruzione politica si candidi a lasciare la sua impronta su un lungo tratto della storia italiana. Sarebbe davvero un peccato correre il rischio di disperdere questo patrimonio. Di perdere la primogenitura da noi conquistata facendo prevalere pigrizie e risentimenti. Come ho ricordato, il comitato di Todi ha recentemente proposto un’ipotesi di road map. Si tratta di vedere, di sapere da voi, se essa è realistica, se essa è accettabile. Il nostro presidente Berlusconi, i leader di Forza Italia An e Udc, noi classe dirigente del centrodestra, i nostri militanti e i nostri elettori: siamo tutti chiamati a una grande prova di lungimiranza e di saggezza. Si può saggiamente procedere con gradualità, immaginando tappe intermedie come quella di formare intanto un unico gruppo parlamentare, ma sarebbe comunque sbagliato non procedere. Probabilmente, nel prossimo futuro, noi tutti, classe dirigente del centrodestra, saremo giudicati sulla base di ciò che saremo stati capaci di costruire in questi prossimi mesi. Allora, facciamoli fruttare bene questi mesi. Il nostro augurio è che questo convegno possa essere utile a questo scopo.