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L’anima dei volti disegnati da Pericoli

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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«Ciascuno di noi sa scrivere racconti. Ne scriviamo uno per tutto il tempo della nostra vita, usando abilmente una lingua che non sappiamo di possedere. Questa lingua non è fatta di parole, né di colori né di linee (...) sulla faccia, scriviamo ogni giorno il nostro racconto». Chi poteva comporre un incipit di racconto tanto sottile e promettente, se non Tullio Pericoli, straordinario «saggista» di aforismi disegnati, che per una volta prende il pennino, intinto di profondità, e ragiona sui misteri della fisiognomica e dell’antica arte di far ritratto? Che dono più prezioso si può consigliare, meglio di questo librino apparentemente così sottile e sgusciante, che ti scivola in tasca come un leggerissimo talismano, una bibbia soave del disegno, e che nasconde tra le sue pieghe un intelligentissimo testo di Salvatore S. Nigro, le interrogazioni soprendenti di Pericoli, sulla sua attività di ritrattista di grandi artisti scomparsi o d’amici sfuggenti, più alcuni esempi fulminanti del modo pericolesco di tradurre, in linee magistrali e dettagli infallibili, «la faccia-paesaggio più bella del secolo», che risponde alla «scrittura» di Samuel Beckett. Perché il suo volto è anche il risultato delle pagine che ha scritto e che continuano in quella mappa di rughe e di tenera ferocia. «La ragnatela delle rughe di Beckett è una maglia fatta delle sue parole»: parola di Pericoli, che è tanto efficace nella sua scrittura, quanto nella «scrittura» dei suoi disegni. Nei suoi «volti: ospizi ristretti dell’anima» come suggerisce Nigro. Certo, la pezzatura del foglio qui sta esaurendosi, anche se si avrebbe voglia di trascrivere tante altre sottigliezze d’indagine. 
Non vi resta che versare l’obolo risibile di 9 euro per scoprire quanti misteri si nascondano dietro la non-simmetria del nostro volto, dietro quell’occhio ancor più rivelatore che è la bocca, così pronta a incidere sulla maschera del volto la muscolatura segreta della nostra anima (con ironia Pericoli parla provocatoriamente di «visi palestrati»). Dietro quell’abissale viaggio, chilometrico, insondabile, che nasce tra un ciglio e una narice, una pupilla o un ciuffo (di cui ha già parlato Giacometti, considerando quei tratti immisurabili: un vero «deserto del Sahara»). Pericoli ci racconta come da bambino, sentendosi troppo bambino, ha imparato a «leggere» i volti per spiare le reazioni dei suoi ipotetici «ritrattisti»-interlocutori. Come di fronte all’avventura di raccontare visivamente Robinson Crusoe, si sia posto il problema di come rappresentare il volto e la bocca d’un naufrago, che non parla da decenni (altro che perdersi nelle chiacchere gallinacee dell’Isola dei Famosi). E poi farci scoprire che prima di compilare questo polifonico ritratto del ritratto, con luminose citazioni, da Barthes, Simmel, Valery («il nostro viso ci è estraneo») Conrad e Calvino, Beckett e Nabokov («il volto è il frutto di una selezione senza amore») aveva proposto ad alcuni amici famosi di giocare con lui una doppia partita. A loro di descrivere a parole l’idea del proprio volto pubblico, visto da dentro. Al pittore l’ipotesi di disegnare quell’immagine di un’immagine interiore. Interessante verificare che gli stessi hanno accettato a priori per poi fuggire, di fronte all’ipotesi di «guardare» davvero la propria immagine esterna. «Ebbi l’impressione che volessero scappare dalle loro facce» «sottraendosi alla responsabilità di essere coautori e complici del proprio ritratto». Che interessante, quest’inizio di «romanzo». 

Tullio Pericoli, L’anima del volto, Bompiani, 80 pagine, 9,00 euro 
 

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