Il cinema come parte integrante di un processo di vita e passione. È ciò che di più diretto si possa riferire a Takeshi Kitano, meraviglioso creatore - per dirla con le parole della prefazione - di immagini strazianti, dirompenti e necessarie. Questo volume racconta la vita e l’arte di un autore, regista, attore, comico, giullare. Un artista giapponese di 58 anni che ha fatto del «gioco» l’elemento conduttore del proprio modello di rappresentazione: gioco come apertura all’ambiguità della vita, andirivieni di possibilità, scelte ed epiloghi. Kitano è nel pieno della sua maturità. Da non confondersi con equilibrio espressivo, tanto meno con continuità o regolarità. L’appartenenza alla schiera dei geni «irregolari» è una sua caratteristica, peraltro non troppo amata - in ogni caso assai discussa - in patria. Ne sono prova i diversi capitoli che il libro va srotolando nel suo sviluppo articolato, chiaro e gradevole: la biografia, la letteratura, la recitazione, la televisione, il cinema. Del Kitano televisivo si ricordano, tra le diverse annotazioni, le sue presenze attraverso la Gialappa’s Band che alla fine degli anni Ottanta commentava su Italia Uno certi strani programmi giapponesi. Era un Kitano del quale, da noi, probabilmente si rideva, ma che in patria aveva creato dei format epocali, basati per lo più su prove di resistenza «estrema» gettate in pasto a una audience in cerca di emozioni bizzarre.
Basti un esempio come questo a spiegare la personalità e il talento di un artista che non conosce frontiere nel proprio modo di gestire i diversi segmenti della sua creatività. L’arte di Takeshi Kitano, scrive Ruggeri, è bene inserita all’interno del tempo che l’ha prodotta ed è una forma attenta e varia di manipolazione del reale; ma è anche vero che Kitano può essere considerato un impareggiabile distruttore di quasi tutte le forme di comunicazione di massa. Il che non deve indurre a considerare queste due fasi in modo contraddittorio: se mai si potrebbe parlare di termini convergenti e complementari in un universo autorale capace di spostarsi a 360 gradi lungo stili, modelli, forme e contenuti. Inafferrabile anche in politica: molti hanno provato ad associare Kitano a una corrente, quanto meno a una tendenza. Ricerca difficile, anche se qualcuno ha ravvisato in lui una certa esponenza di destra a-partitica. Specie quando, anche da scrittore, si accosta ai toni di un Mishima, inteso come simbolo trasparente di quella che Pasolini chiamava la destra «sublime». Ebbene in Mishima, Kitano avverte in modo neppure troppo nascosto una tensione morale, filosofica e umana della quale, nel Giappone di oggi, non c’è più traccia. In fondo è questa la motivazione della leggendaria «malinconia» di Kitano, uomo di non facili trasporti verso certi frenetici moduli del comunicare contemporaneo ma al tempo stesso incline a trasgredire, a smontare, a rifondare. Naturalmente, nel bel volume di Ruggeri (critico di cinema, redattore di Sentieri selvaggi) il cinema occupa una parte molto significativa tra filmografia ragionata ed elementi saggistici. È la zona che compete al Kitano più popolare, quello conosciuto ormai in tutto il mondo come un autore in grado, ogni volta, di creare un «evento», anche quando il suo genio pare meno ispirato. Con la meravigliosa prerogativa di rifare sempre lo stesso film in termini di splendida coerenza e lavoro in progress.
Francesco Ruggeri, Takeshi Kitano. Della morte, nell’amore, Sentieri Selvaggi Editore, 191 pagine, 16,50 euro