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Il ritorno a Itaca di György Ligeti |
LIBERAL BIMESTRALE di Pietro Gallina Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006
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iPer l’etichetta Virgin Classic sono appena stati incisi i Quartetti n. 1 e n. 2, dall’Artemis String Quartet, dell’82enne György Ligeti. Nato nel 1923 in una cittadina della Transilvania passata poi alla Romania, il giovane Ligeti ha studiato e si è diplomato nel 1949 a Budapest. Dal 1956, dopo la cruenta repressione sovietica, Ligeti cominciò a vivere in Austria dove prese la cittadinanza nel 1967. Divenne professore all’Accademia di Musica di Stoccolma dal 1973 al 1989 ed è stato insignito delle più alte onorificenze accademinche internazionali. Le sue musiche affascinarono tanto Stanley Kubrick che le utilizzò nella colonna sonora del suo 2001: Odissea nello Spazio. Egli ha avuto un ruolo importante in risposta alla crisi stilistica delle avanguardie degli anni Sessanta, forgiando un’alternativa basata sulla micropolifonia; una tessitura e densità del suono costruito con fasce sonore dissonanti e statiche. Fu dunque Ligeti un punto di riferimento nella guerra utopica contro la tonalità e il serialismo post-weberniano. Le seducenti e edonistiche musiche Apparitions, Atmopherès, Volumina che come in un De Chirico mostrano i freddi manichini senza volto, fino alle Aventures, Nouvelles Aventures, Lux Aeterna, ovvero annientamento della vitalità ritmica, della melodia e massificazione totale del suono. Col Gran Macabre, un’opera in due atti, si ha una svolta verso un che di umoristico e sarcastico nella sua musica, quasi un disgelo della sua rigidità devastante ma non chiusa. Già l’armonia e un certo melodiare avevano fatto capolino nel Concerto per cello del ’66; poi mano mano il ritorno all’indietro verso il passato felice della musica e nel Trio dell’82 l’influenza di Brahms e Bartok è palese. L’astro avanguardista di Ligeti negli anni Ottanta evolve il suo stile lasciando dietro di sé le strutture statiche dei suoi primi lavori e comincia a riconsiderare la dinamica e la poliritmia. Il Concerto per piano del 1988 è indicato dallo stesso Ligeti come il suo lavoro più complesso. I Quartetti 1 e 2 non sono nel segno di quella maschera rigida che si è descritta. Paiono avere comunque una funzione di spartiacque (o virgolette), dei dieci anni più o meno rigorosi nell’ambito dell’esperienza sperimentale e avanguardistica. Infatti il Primo del 1958 è pieno di Bartok e Strawinsky; poi quei dieci anni di fervore sperimentale trascorrono e di nuovo nel Quartetto n. 2 del 1968 gli Illustri Maestri riaffiorano lievi da tutti i pori. La vitalità ritmica e melodica riprendono fiato e tutto ritorna verde dopo un’esperienza marziana. Tale vitalità è certo coriacea per gli esecutori. In questo caso il Quartetto Artemis mostra tutta la sua bravura nel non scivolare sui tranelli costruiti dal compositore, fatti di scale rapide, mutazioni continue e improvvise di ritmo e accento, di dinamiche, uso di stonature o quarti di tono. Insomma si è certamente nel campo del virtuosismo, ma non di tipo tonale tradizionale: qui si tratta di preparare certo le facoltà manuali al meglio; è soprattutto un virtuosismo di apertura mentale e di concentrazione su un mondo sonoro riconquistato. Per destini storici Ligeti deve eliminare in sé i Proci della Nuova Musica, per rituffarsi, dopo molte Aventures, nelle braccia di Penelope.
Ligeti, String Quartets 1 & 2, Artemis Quartet, Virgin Classic, 15,00 euro
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