Ricordo gli anni Sessanta sulle note di Burt Bacharach. Canzoni, le sue, che in America etichettavano come bachelor pad music: musica dell’appartamento da scapolo. Canzoni che erano miele per le orecchie (easy listening: ah, il facile ascolto!…), ma che celavano ritmi inusuali, armonie complesse, piccole dissonanze. Qui, nel Belpaese, ricordo bollenti ferragosti in 500, Millecento, Giulia Super. Dall’autostrada (attento, metti la freccia…), l’oasi di un autogrill. Dentro, la filodiffusione che diffondeva What’s New, Pussycat?: musica di Bacharach, parole del fido Hal David, voce muscolosa di Tom Jones. E poi Burt che ci rincorreva in spiaggia, da una radiolina sotto l’ombrellone, fra orzate e cremosi bomboloni, con Walk On By intonata da Dionne Warwick. Ricordo ancora, nel ‘69, il film Butch Cassidy e la scena in cui Paul Newman amoreggiava in bicicletta con Katharine Ross. In sottofondo suonava Raindrops Keep Fallin’ On My Head, strana canzone per un western, eppure in quel contesto ci stava benissimo. Ebbene sì, amo Burt Bacharach. Spudoratamente. Da quando indossavo le braghe corte e giocavo con il G.I. Joe. Amo quelle canzoni pop & jazz senza tempo, che utilizzando la tecnica dell’understatement narravano storie d’amori adulti che il magico tocco melodico del compositore americano rendeva meno addolorate. Immaginatevi, quindi, l’emozione per la sua rentrée intitolata At This Time, 28 anni dopo l’ultimo disco se escludiamo Painted From Memory del ’98, in stretto feeling con Elvis Costello. Torna dunque l’inimitabile Bacharach, classe 1928, di Kansas City, eccellente pianista influenzato dal jazz (da teenager prediligeva Charlie Parker e Dizzy Gillespie) e dalla musica classica, il cui primo successo del ’57, Magic Moments interpretato da Perry Como, gli permise poi di lavorare con una Marlene Dietrich in abiti canori, produrre pezzi per Gene Pitney e i Drifters, incontrare all’alba degli anni Sessanta Dionne Warwick inaugurando una partnership destinata a durare a lungo.
Molte ugole pregiate hanno cullato il sogno di cantare per lui: tranne Frank Sinatra, che si arrese definendo «pericolosa» la melodia di Wives And Lovers, e Bob Dylan che rifiutò di scandire Raindrops Keep Fallin’ On My Head perché «troppo impegnativa», passando il testimone a un lusingato B. J. Thomas. Spiega il critico musicale Dylan Jones: «Se Sinatra è stato l’unico in grado di cantare una punteggiatura, Bacharach è il solo compositore capace di trasformare un accordo minore nel suono di un cuore infranto». E di amalgamare negli anfratti di At This Time, aggiungo con gran piacere, baruffe melodiche, repentini cambi di ritmo, còlte orchestrazioni. Il tutto evidenziato da testi che Bacharach ha scritto da solo e con Tonio K. Parole, spesso, «politicamente» pesanti come macigni: «Chi sono questi individui che non ci hanno raccontato altro che bugie? / E come sono riusciti a prendersi il controllo delle nostre vite? / Chi fermerà questa violenza di cui ormai abbiamo perso il controllo? / Qualcuno li fermi» (da Who Are These People?). Oppure: «Continuo a sperare in un mondo migliore / Dovrò aspettare a lungo ma comunque non mi arrenderò / La vita è un miracolo o un’assurda avventura? / Non lo so, chiedetelo a Shakespeare» (da Go Ask Shakespeare). Ma in questo gioiello d’eleganza lounge e malizia jazz c’è anche spazio per il funky sincopato (Please Explain), la più nobile pop music (Fade Away), una perfetta alchimìa di archi e pianoforte (Where Did It Go?), la bossanova vintage di Can’t Give It Up, dolcezze jazzy (In Our Time e Dreams, col trombettista Chris Botti) la mini opera Always Taking Aim che sintetizza tutto lo scibile musicale di Burt, le voci maiuscole di Elvis Costello (Who Are These People?) e Rufus Wainwright (Go Ask Shakespeare). In poche parole: il sogno continua.
Burt Bacharach, At This Time, Sony BMG, 20 euro