Con il termine «globalizzazione» siamo ormai abituati a designare un mondo destinato a divenire, grazie alle nuove tecnologie e alla liberalizzazione dei commerci, un'unica società mondiale pacificata. Allo stesso tempo, però, dalla cronaca di tutti i giorni riceviamo segnali di segno opposto: le guerre condotte dall'America di Bush hanno messo in crisi l'Onu; l'Unione europea non è riuscita a darsi una Costituzione; tra i governi occidentali si diffondono le tentazioni protezionistiche.
Volpi avvia il suo ragionamento dimostrando come in realtà di globalizzazione nel senso più comune del termine si possa parlare solo con riferimento alla circolazione dei capitali e degli investimenti: diventa invece più difficile parlare di globalizzazione per quanto riguarda lo scambio delle merci, considerate ad esempio le sovvenzioni e le protezioni di cui i contadini europei e statunitensi continuano a profittare, oppure nel caso della libertà di muoversi degli esseri umani, date le forti restrizioni che ancora i Paesi più ricchi oppongono all'ingresso di donne e uomini di molte nazionalità nei propri territori. A queste contraddizioni si sovrappone poi un nuovo - decisivo - fenomeno che secondo Volpi contribuisce a rendere sempre meno convincente la rappresentazione di un mercato mondiale unitario: la speciale natura dell'impetuosa crescita economica di Stati come Cina, India e Brasile. Queste economie si stanno espandendo a vista d'occhio principalmente grazie alla loro capacità di tenere su livelli molto bassi gli stipendi dei lavoratori (raramente più di 100 dollari mensili) e così di produrre a prezzi infinitamente inferiori rispetto ai Paesi occidentali. Si viene così a profilare una sorta di «regionalismo di scambio», che rappresenta un elemento di frantumazione della scena globale, visti i differenti, quasi inconciliabili interessi che progressivamente vengono alla luce. A partire da questo fenomeno dunque la globalizzazione viene ad assumere una nuova forma «a macchia di leopardo». Questi fenomeni di frammentazione, e di riaggregazione, sono ovviamente condizionati in maniera profonda dall'azione di iperpotenze come Usa e Cina, alle quali Volpi dedica una specifica e dettagliata analisi. Di fronte a questa «regionalizzazione dei conflitti», e all'impossibilità di trovare una sede internazionale per regolarli, emerge con grande evidenza il fallimento dei sogni di chi immaginava una globalizzazione tendenzialmente «democratica», dove i contrasti e le difficoltà venivano affrontati in maniera collettiva su scala planetaria. Il quadro delineato dal volume raffredda le speranze: in questo senso la globalizzazione, scrive Volpi, «pare esaurire la propria vicenda ancor prima di essersi realizzata». In questo modo Volpi ripercorre quanto era già emerso nel «Rapporto annuale del Centro Einaudi» (Deaglio, Monateri e Caffarena, La globalizzazione dimezzata, Lazard, 2004) a proposito di una «globalizzazione a isole». Oggi direi di più: il sogno della globalizzazione era stato il sogno dell'avvento di una società mondiale a-politica, dove l'economia e il diritto privato imperavano, secondo gli schemi di Hayek, distruggendo gli Stati e il diritto pubblico. Ma questa fine del «politico», e della storia, non si sta realizzando. Il politico non è stato liquefatto, ma semplicemente rimosso. Il suo ritorno esplicito sulla scena pare imminente. Una chiave di lettura importante anche per le vicende italiane dei prossimi mesi.
Alessandro Volpi, La fine della globalizzazione? Regionalismi, conflitti, popolazione, consumi, BFS, 143 pagine, 12,00 euro