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Madri in carriera

LIBERAL BIMESTRALE
di Janne Haaland Matlàry
Liberal n. 6 - Giugno/Luglio 2001

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Prima di parlare delle donne, del lavoro (e di un nuovo femminismo), è utile dare uno sguardo ad alcuni dati statistici in questo campo. Sono tratti dalla pubblicazione dell'Onu The world's women, trends and statistics. Donne a livello globale, dunque. Questo il quadro: le donne lavorano più degli uomini ma la maggior parte della loro attività non è retribuita. Nei Paesi in via di sviluppo esse svolgono lavori saltuari e si occupano della famiglia, ma non possono avere accesso al credito, alla proprietà e neppure percepire uno stipendio. Nei Paesi occidentali, esse dedicano circa 30 ore alla settimana ai lavori domestici, gli uomini 10 - 15 ore. Dal 1970 al 1990 la loro partecipazione alla forza lavoro, nel solo Occidente, è aumentata del 40 per cento. Il tasso di disoccupazione è per loro più elevato in Spagna, Belgio, Italia e Germania. E se prendiamo in considerazione il tipo di impiego, troviamo che le donne sono prevalenti nel «settore impiegatizio e dei servizi» ma recentemente in aumento nelle categorie professionali e dirigenziali. In Europa le donne lavorano part-time molto più frequentemente degli uomini e guadagnano meno, nonostante le leggi per la parità salariale. In tutti gli Stati europei esiste il congedo per maternità retribuito; tuttavia la sua durata è molto variabile, passando da un anno a retribuzione piena come nel caso della Norvegia, a qualche settimana in altri Stati. I dati parlano dunque chiaro: le donne oggi sono pronte a esercitare la loro influenza non solo nella sfera privata ma anche e sempre più nell'ambito professionale e pubblico. E tuttavia si trovano pressate da compiti apparentemente incompatibili tra loro: essere madre e professionista, essere madre e politica. Il cosiddetto femminismo degli anni Settanta ha considerato la maternità qualcosa di insignificante, trascurando in tal modo il compito fondamentale di conciliare una buona vita familiare con la carriera professionale. Come madre di quattro figli ho lottato più di dieci anni per conciliare questi due mondi, con la rabbia che mi cresceva dentro perché gravidanza e allattamento sono considerate «interruzioni» della carriera e l'enorme lavoro della maternità e la sua importanza per la collettività sono ignorati quasi completamente nelle nostre moderne società occidentali. Condivido queste esperienze con un gran numero di donne, sempre più esasperate da questa situazione. È quindi il momento di iniziare a porci le domande giuste su noi stesse, sulla nostra situazione e sulla direzione in cui muoverci. Gli uomini di solito non avviano queste riflessioni, né desiderano cambiamenti politici ed economici in tal senso. Ma molti di loro, specialmente i padri di famiglia, sosterranno queste osservazioni, poiché sempre più sono coinvolti nella cura dei figli.

Il punto di partenza per questa analisi è che ci troviamo in una situazione unica dal punto di vista storico: il cosiddetto femminismo egualitario degli anni Settanta ha permesso alle donne di conquistare posizioni che in precedenza erano appannaggio esclusivo degli uomini, e merita per questo la nostra riconoscenza. Nello stesso tempo, però, le donne hanno accettato il fatto che «parità» equivalesse a «essere uguali» agli uomini, nel senso di imitarli. Per questo motivo non hanno approfondito che cosa la propria diversità significasse in termini di diritti e condizioni tali da permettere al ruolo di madre di coesistere accanto a quello di professionista. Dobbiamo trovare una risposta alle questioni pratiche su come conciliare maternità e attività retribuita, su come ottenere che il lavoro della maternità venga riconosciuto; su come superare le discriminazioni nei confronti delle donne, causate dalla mentalità e dalle strutture, nel lavoro e nella vita pubblica, e su come incrementare e intensificare l'impegno degli uomini che sono padri. Ciò significa invocare una forma di femminismo più radicale. Mi sembra assurdo che le donne debbano scegliere tra maternità e professione, il che accade ancora nella maggior parte dell'Europa, per non parlare del resto del mondo. E ugualmente assurdo è lo scarso rispetto di cui godono le donne in quanto madri per le cure che prestano ai figli. Non auspico assolutamente un ritorno al passato, un periodo per fortuna andato per sempre, almeno nel mondo occidentale. Il diritto delle donne a una pari istruzione ha compiuto una rivoluzione. Ma ritengo che, trascurando la famiglia e specialmente la maternità, il vecchio tipo di femminismo ha spinto le donne a imitare gli uomini e a negare le proprie qualità femminili che sono, secondo me, strettamente collegate all'essere madre. Può sembrare un'affermazione reazionaria e stereotipata sui ruoli sessuali, ma voglio cercare di dimostrarvi che non è così.
La tesi principale è che, essendo i due sessi diversi fra loro, le donne non potranno mai essere libere se non saranno fedeli alla loro natura femminile; e non saranno uguali agli uomini finché le loro qualità e la loro natura femminile non predomineranno nell'ambito professionale e politico come accade oggi agli uomini. Io, donna, dovrei sentirmi libera di essere me stessa, qualunque lavoro svolga. Io, donna, non dovrei mai essere costretta a scegliere tra maternità e carriera. Non dovrebbe essere necessario che assomigliassi a un uomo per ottenere un lavoro e non dovrei mai essere costretta a nascondere che sono madre. Le qualità femminili mi rendono forte, mentre imitare gli uomini mi rende debole, perché non sono veramente me stessa. Di cosa hanno bisogno le donne affinché questi assunti diventino realtà? Esistono ricette di cambiamenti che promuovano la maternità e permettano alle madri di essere delle buone professioniste?
Inizierò con la domanda: «qual è la vita buona per la donna?». Senza passare per una lunga disquisizione di filosofia politica, dirò che la vita buona per una donna nella società occidentale moderna riguarda tre ambiti: la famiglia, l'ambiente di lavoro e la politica. E credo che vita buona per una donna sia la possibilità di scegliere di dividere il suo tempo tra questi campi. Essi tuttavia non hanno la medesima importanza: non tutte le donne vogliono lavorare fuori casa, ma un numero sempre maggiore lo desidera, via via che viene raggiunto il livello d'istruzione degli uomini. Non tutte le donne vogliono entrare in politica, ma alcune sì. La maggior parte, poi, desidera avere tempo da trascorrere con i figli, specie quando sono piccoli, ma si rende conto che le condizioni di lavoro lo permettono solo ai benestanti e privilegiati. La libertà di scegliere, spesso in accordo con le fasi della vita di ciascuno, è essenziale. Dopotutto è naturale che le donne trascorrano più tempo ad allevare figli quando questi sono piccoli che non in seguito; e che successivamente scelgano di lavorare fuori casa. Un'idea che accarezzano anche molti padri. Ecco perché la parola d'ordine in politica deve essere, in questo caso, «garantire una flessibilità». E al riguardo nessun passo avanti è ancora stato veramente compiuto.
Quando parlo di misure politiche non intendo solo un aiuto diretto, come per esempio il congedo per maternità, ma anche un sostegno più indiretto alle famiglie con figli piccoli attraverso il regime fiscale. Tutto ciò non dovrebbe contemplare restrizioni riguardanti la famiglia e precisamente chi deve lavorare, dove e quando. Questa è una questione eminentemente politica, che riguarda la ridistribuzione. Inoltre, è enormemente più facile scegliere di avere un altro figlio se il congedo per maternità è generoso e non dipende dal datore di lavoro. La donna che ha un figlio, magari due, può ancora cavarsela senza troppe obiezioni da parte del suo superiore. Ma quando è in maternità per la terza o quarta volta, ha sempre la sensazione di avere deluso le aspettative del suo datore di lavoro. Ecco perché, quando una donna va controcorrente e ha molti figli, almeno non deve dipendere direttamente e formalmente dal datore di lavoro. Perciò è necessario che il congedo per maternità non venga pagato da lui e che la donna abbia il diritto formale di conservare il posto dopo il periodo di assenza.
Quando si discute dei vantaggi e degli svantaggi delle politiche familiari europee per la maternità e il lavoro, non è possibile ritirarsi nella sfera privata. Non solo i parametri economici di una famiglia dipendono dalle imposte e dalle politiche di ridistribuzione di ogni Paese, ma le famiglie necessitano di un sostegno politico attivo da parte dello Stato. Sono indispensabili accordi tra Stato e mercato del lavoro ed è improbabile che la spinta ad attuarli arrivi dal secondo. Per avere la possibilità di scegliere fra lavoro fuori casa e lavoro domestico, dovranno prodursi enormi cambiamenti politici nei progrediti Stati assistenziali europei. Primo, la famiglia e non il singolo individuo dovrà essere la base su cui determinare imposte e politiche sociali. Dovrà essere sviluppato il concetto di un «reddito familiare». Secondo, l'attività domestica dovrà essere conteggiata nel Pil e ottenere un riconoscimento sociale come lavoro, per esempio dando diritto alla pensione e ai congedi per malattia. La maggior parte delle donne impegnate in politica, tuttavia, non considera i lavori domestici importanti per il progresso delle donne e fa sì che questa possibilità di scelta non esista. Un grande errore. I cui effetti si ripercuotono oggi sulla vita di molte donne. Ecco perché avere il coraggio di guardare a un cambiamento è fondamentale. Un cambiamento di mentalità e indirizzo che io chiamo «il tempo della fioritura».

Janne Haaland Matlàry, norvegese, è segretario di Stato agli Esteri, e docente di Politica internazionale all'Università di Oslo. Ha esposto le sue tesi nel volume "Il tempo della fioritura" edito in Italia da Leonardo

 

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