C'è un eroe nel denso libro che l'ex-ambasciatore Rinaldo Petrignani dedica a settant'anni di storia e a dodici presidenti degli Stati Uniti d'America (L'era americana. Gli Stati Uniti da Franklin D. Roosevelt a George W. Bush, Il Mulino, 526 pagine, 50mila lire). L'eroe è Ronald Reagan. Dopo la presidenza Carter, «la nazione era in crisi, e aveva un disperato bisogno di ottimismo. Occorreva un uomo che sapesse risollevarne il morale, e le restituisse l'ottimismo. E quest'uomo fu Ronald Reagan». Quasi l'epitome del sogno americano: da un piccolo Paese dell'Illinois alla carriera cinematografica, ma mai una star, poi in politica, otto anni governatore della California, un tentativo fallito di ottenere la candidatura alla presidenza, poi la vittoria nel 1980, e il lancio della rivoluzione conservatrice! Petrignani non nasconde la sua ammirazione per il presidente: «curava lo stile e una signorile eleganza nel lavoro, senza lasciarsi schiacciare dalle tremende responsabilità dell'ufficio. Si mostrava aperto e cordiale nei confronti di tutti, senza aprirsi veramente con nessuno, con la sola eccezione della moglie Nancy». Persino dopo l'attentato del 1981, «dimostrò, con le battute di spirito e con le parole di incoraggiamento che rivolgeva agli stessi medici, alla moglie e a quanti altri gli erano vicini, di aver conservato inalterato il suo ottimismo, dando una prova di forza d'animo che, al di là di ogni spirito partigiano, conquistò il cuore degli americani». Nemmeno Franklin Delano Roosevelt riscuote tanta ammirazione da Petrignani, mentre alcuni presidenti sono quelli che in inglese si chiamano i villains, i cattivi della storia. Non meritano ammirazione né come leader politici né come persone. In testa a tutti sta il povero Carter, l'ingegnere della Georgia che ha fatto i soldi con le noccioline, i peanuts. Pur essendo diventato un born again Christian e quindi si sia caratterizzato come un conservatore sociale, a Petrignani non piacciono di lui le sue buone intenzioni (per quanto gli si debba dare credito della formulazione della politica che fa leva sulla protezione e sulla promozione dei diritti umani), ma soprattutto gli dispiacciono i suoi atteggiamenti che potremmo chiamare di disfattismo. «Carter finì, in realtà, per identificarsi, agli occhi degli americani, con il periodo di più profondi dubbi esistenziali nella vita della nazione». Quando Carter lascia, dopo avere dichiarato l'esistenza di un tremendo malaise nella società americana, sulla scia e a causa della devastante crisi degli ostaggi in Iran e di deprimenti indicatori macroeconomici, gli Usa toccano il punto più basso della loro storia, forse persino più basso della Grande Depressione 1929-1932. Reagan gli subentra e, per fortuna o per virtù, le cose si aggiustano tanto che persino il suo meno capace vice presidente, l'incolore Bush, riuscirà a sfruttarne la popolarità e il lascito diventandone il successore eletto: il primo e unico vicepresidente del Ventesimo secolo a succedere per elezione al suo presidente. Dal confronto fra Carter e Reagan risultano evidenti le due caratteristiche che Petrignani ritiene siano decisive per fare un buon presidente Usa: fare crescere l'economia e offrire una leadership morale all'American people. Se questi sono i due criteri fondamentali, soltanto FDR riesce a tenere il passo con Reagan, se non fosse per qualche scappatella di troppo, prima e dopo la sua poliomielite. Tutti gli altri presidenti hanno problemi, mostrano debolezze, di carattere e di governo, risultando in un modo o nell'altro non del tutto all'altezza. Eppure, sono tutti personaggi interessanti che rivelano la notevole apertura della politica americana e la circolazione, entro certi limiti, delle élites. Si può diventare presidenti perché patrizi newyorchesi come FDR oppure perché aiutati dalla ricchezza, come John Fitzgerald Kennedy, ma anche venendo dalla provincia come il generale Dwight Eisenhower e come il tenace piccolo borghese del Missouri Harry Truman; si può essere stati attori mediocri e avvocati mediocri, come Ronald Reagan e Richard Nixon, oppure politici di professione come, in modi diversi, Lyndon B. Johnson, George Bush padre e William Jefferson Clinton. Insomma, le circostanze e gli amici ricchi più l'ambizione e l'impegno costituiscono una buona ricetta per percorrere con successo la strada che porta alla Casa Bianca. Alcuni, poi, diventano anche bravi presidenti, come Truman. Il piccolo borghese del Missouri si rivela inaspettatamente molto capace. È tosto, pensa di testa sua, si assume responsabilità, vince un'elezione combattutissima. Tutti gli altri, almeno nei ritratti che ne fa Petrignani, non viaggiano bene, tranne George W. Bush Jr. Al neo-presidente repubblicano, l'autore offre una straordinaria apertura di credito. Non è soltanto che ha fatto un «bellissimo discorso» di insediamento, «da tutti apprezzato per il suo equilibrio» poiché «parlò in un sobrio e serio linguaggio repubblicano di doveri, di responsabilità, di cittadinanza» (tutte tematiche che il bello, ricco e affascinante John F. Kennedy aveva, per la verità, già brillantemente trattato). È che la nuova amministrazione repubblicana dà «al mondo l'immagine di un'America forte, retta da un governo forte» e, soprattutto, comincia il suo lavoro «in un'atmosfera più limpida, con un rinnovato impegno, e con un nuovo spirito di decenza e di decoro». Qui sta, naturalmente, la critica all'indecente e indecoroso comportamento personale/privato di Bill Clinton, al quale, pure, gli Usa debbono otto anni di fantastica crescita economica, che George W. Bush ha nel frattempo subito guastato, ricorrendo alla sola politica economica che sembra conoscere: tagliare le tasse ai ricchi e sperare che quei cospicui risparmi vengano rapidamente e interamente investiti (politica similreaganiana che già suo padre definì voodoo economics). Certo, Clinton non potrà mai vantarsi di avere saputo utilizzare la presidenza come «un posto di preminente autorità morale». Anzi, Petrignani gli rimprovera «le implicazioni morali della sua condotta, le bugie dette al popolo americano, i falsi giuramenti». E ha ragione. Nel complesso, debbo, peraltro, rilevare che le sue critiche sono sempre molto incisive e dure quando vengono dirette ai presidenti democratici, JFK, Lyndon Johnson, Jimmy Carter, e molto blande e vaghe quando sono indirizzate ai presidenti repubblicani Nixon, Ford, Reagan (di cui si sottovalutano l'affaire Iran-contras e l'intervento a Grenada) e papà Bush, che pure hanno tenuto non pochi scheletri pubblici nei loro capienti armadi alla Casa Bianca, alla Cia e al Pentagono. Persino «Dick (Nixon) il truffatore» ne esce relativamente bene. Molti dei suoi guai derivavano dall'odio della stampa liberal nei suoi confronti che ancora ricordava il suo atteggiamento favorevole al maccartismo. Poi qualche scelta sciagurata dei collaboratori, a cominciare dal vice presidente Spiro Agnew un pochino corrotto; poi «solo» l'accusa «di aver usato dei poteri della presidenza per intralciare il compimento della giustizia nei confronti dei plumbers» che erano entrati a rubare documenti nel quartier generale dei Democratici a Washington; infine, la manipolazione dei nastri delle registrazioni. A me pare che ce ne sia abbastanza per un giudizio severissimo. Secondo Petrignani, però, Nixon si riscatta perché si dimette spontaneamente (oppure, suggerirei da parte mia, perché braccato da un impeachment imminente) ritenendo che «la continuazione della lotta non sarebbe stata nell'interesse del Paese», ma dopo essersi assicurato la concessione del perdono presidenziale da parte del suo successore Gerald Ford in modo da salvarsi dalla altrimenti inevitabile galera. Come si vede, ho qualche differenza d'opinione e di valutazione con Petrignani, alcune anche su Johnson che, come politico fu sicuramente spregiudicatissimo, ma come presidente lasciò un segno importante e positivo nella politica interna con la sua Great Society che, a mio parere, Petrignani non apprezza abbastanza. Tuttavia, è merito non piccolo della sua ampia e articolata ricognizione sulla storia degli Usa vista in special modo dalla prospettiva della attività dei presidenti quello di sollevare interrogativi e anche di suscitare critiche. Nel suo insieme, il libro è utile e godibile. Senza volere forzare la tesi dell'autore, direi che emergono due conclusioni assolutamente significative. La prima è la capacità della società americana di cambiare, di rinnovarsi, di superare le crisi, di ritrovare momenti di unità. Tempi duri si preannunciano, però, a causa dei mutamenti demografici e culturali, dell'ideologia della diversità multiculturale e della rinuncia a una reale integrazione a favore dell'accettazione della frammentazione che soprattutto gli ispanici e i neri, per ragioni differenti, sembrano preferire. La seconda conclusione è lo straordinario potere, in politica interna e in politica estera, che acquisiscono i presidenti Usa. Per utilizzarlo appieno, e qui sono completamente d'accordo con Petrignani, non basta avere ottenuto la maggioranza dei voti popolari e neppure godere il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Bisogna davvero avere la statura morale per guidare una nazione. L'elezione alla Casa Bianca offre la finestra della grande opportunità. Il resto lo fanno le sfide, la personalità degli uomini, en attendant la sen. Hillary Rodham, e, quando esiste, la loro virtù.
Gianfranco Pasquino insegna Scienze politiche all'Università di Bologna