
«Perché dovremmo adattarci a una casa generica? È la casa che deve seguire la nostra espressione individuale di vita e di cultura, negli interni della sua moderna architettura. Questo non vuol dire che si debba rinunciare alle risorse dell’industria e della produzione di serie, ma con una tecnica più umana che permetta al nostro designer di ispirarsi ai valori dell’esistenza quotidiana». Gio Ponti, a ottant’anni compiuti, raccontava così a Ugo Gregoretti, in un’intervista, la sua concezione ideale del rapporto dell’uomo con l’ambiente nel quale è destinato a vivere. Nato a Milano nel 1891, si laurea in architettura al Politecnico nel 1921 e svolge intensamente per sessant’anni, fino alla fine della sua vita, nel 1979, numerose attività, alternandosi architetto, industrial designer, artigiano, poeta, giornalista, pittore e, soprattutto, appassionato propagandista del design eccellente. Dal 1923 è art director della Richard Ginori, trasformandone la filosofia produttiva; l’oggetto di base è di forma classica, rigorosa, con qualche citazione Art Decò e si trasforma in opera d’arte riproducibile attraverso il decoro colto e ironico anche nelle sue stesse definizioni: Passeggiata archeologica, La casa degli Efebi, Mea Lesbia. Nel 1922 fonda la rivista Domus, destinata a divenire in breve tempo il più influente manifesto in Europa di architettura e design. Ancora alla fine degli anni Venti si dedica alla realizzazione di case private a Milano, curandone sempre con attenzione l’interior design e l’arredamento, teorizzando il concetto di vivibilità dello spazio domestico attraverso le definizioni: casa all’italiana, casa esatta, casa adatta. Negli anni a seguire realizzerà le scenografie e i costumi per la Scala, i vetri di Murano per Paolo Venini, le lampade per Fontana Arte, la stupefacente macchina per il caffè per La Pavoni, divenuta il simbolo dei bar della Dolce Vita del dopoguerra italiano.
Nel 1950 inizia la lunga collaborazione con il visionario Piero Fornasetti, da cui nascerà la vastissima produzione di mobili e oggetti concepiti con il rigore dell’architettura e decorati con fantasia surreale. Nel 1955 ancora architettura: la sontuosa Villa Planchart a Caracas e il grattacielo Pirelli a Milano. Per Cassina, alla fine degli anni Cinquanta, progetta la celebre Superleggera, ancora oggi in produzione; una sedia di sempre, amava definirla lo stesso Ponti. Esile e robusta, in legno di frassino e canna d’India, si narra essere stata «testata» attraverso un lancio dalla finestra di un quarto piano senza riportare lesioni. Tutto questo e naturalmente di più in una vasta mostra retrospettiva al Design Museum di Londra, con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura, curata da Marco Romanelli e dalla stessa figlia di Ponti, Lisa. Lo spazio della mostra, «cattedrale» scandita da pilastri, racconta l’intera produzione del maestro, divisa in sezioni che corrispondono a «decenni» di attività. Le «navate» sono sottolineate, longitudinalmente, come mosaici policromi, dalle innumerevoli copertine di Domus e dalla lunga fila di piatti in ceramica. Brani di Stravinskij e Debussy, amati da Ponti, accompagnano il percorso cronologico ma senza rigidità: si può tornare indietro, girare intorno, iniziare dalla fine, senza nulla togliere alla comprensione del pensiero creativo di Gio Ponti, al contrario, cogliendone la vera essenza. In equilibrio costante tra razionalismo, cultura classica, rigore architettonico, tradizione artigianale e sperimentazione tecnologica, difficilmente identificato dalla critica con una tendenza, Gio Ponti resterà sempre fedele al suo concetto di unicità di una persona: «un uomo dopo dieci anni è un altro uomo, anche se è coerente; anzi, è coerente se cambia».
Gio Ponti: a World, Design Museum di Londra