La spiegazione che sembra prevalere nei commenti al risultato elettorale dell'Ulivo è che la coalizione ha perso a sinistra. Il mancato accordo con Rifondazione ha privato l'Ulivo della somma di voti necessari a pareggiare o sopravanzare il centrodestra al Senato e, forse, a rovesciare del tutto il risultato del voto del 13 maggio. Questo giudizio trova, singolarmente, d'accordo tutti: i centristi dell'Ulivo che giustappongono il successo della Margherita alla crisi che si è aperta sulla sinistra dello schieramento; la sinistra dei Ds che può così reclamare il carattere strategico del rapporto con Rifondazione; la variegata compagine degli opinionisti, in primis quelli raccolti intorno a La Repubblica, che hanno avuto un'influenza decisiva nell'orientamento che si è dato alla campagna elettorale dell'Ulivo. Le parole più chiare sul tema in questione le ha pronunciate Rutelli: «l'accordo con Rc non c'è stato perché non era possibile farlo». Mancavano, per un'intesa con Rc, le condizioni politiche minime. Bertinotti ha deciso, in questi anni, di collocare il suo partito in una posizione che egli stesso definisce antagonistica e di opposizione alla linea di quella che viene chiamata sinistra moderata. E che ha portato Rifondazione a marcare una distanza sugli atti di governo del centrosinistra che sui punti più significativi e importanti, a partire dalla politica estera, è stata di gran lunga superiore a quella che si è misurata con l'opposizione di centrodestra.
A mio avviso il centrosinistra rischia di perdersi se si ostina a inseguire la tesi secondo cui la maggioranza uscente ha perso a sinistra. La mia impressione è esattamente il contrario: che le elezioni il centrosinistra le abbia perse, in realtà, al centro. Il dato del 13 maggio va letto guardando oltre la superficie delle percentuali e in linea con quello che elettoralmente è avvenuto almeno dal 1994 in avanti. All'apparenza il dato che colpisce è una certa stabilità della consistenza elettorale dei due grandi aggregati con scarsi movimenti tra i due poli e con notevoli spostamenti interni alle coalizioni. È la qualità di questi spostamenti interni che deve indurre a una riflessione perché dà l'esatta misura dei problemi del centrosinistra e delle ragioni della sua sconfitta. Cosa è avvenuto nel polo di centrodestra? Anzitutto si è consolidata la netta egemonia di una formazione come Forza Italia. Alcuni analisti hanno messo in luce, in questi ultimi anni, la natura del processo che ha portato il partito azienda dei primi anni novanta a diventare una formazione moderata molto simile alla maggioranza dei partiti aderenti al Ppe. Di questo si è giovata la coalizione in termini di capacità di attrazione del voto moderato, di certezza della leadership e di visibilità di scelte programmatiche (a partire dal tema fiscale) in linea con quelle prevalenti nella maggioranza dei partiti neoconservatori. La forza di attrazione di FI non è stata solo e, banalmente, quella del suo leader. È stata la capacità di mettersi in linea con una tendenza di fondo degli elettorati delle società industrializzate. Altro che anomalia del centrodestra! La relativa facilità con cui FI ha sottratto consensi ai suoi alleati, è dovuta alla sua capacità di interpretare tale processo di omogeneizzazione dell'elettorato moderato delle società europee che, anche in Italia, si è rivelato più forte del tentativo di far vivere identità separate e particolaristiche dal forte connotato ideologico, come possono essere quella della Lega Nord e, per certi versi, quella della stessa An. Qual è la risposta che, da sinistra, negli Usa e in Europa si è dato a tale processo? Questo è il punto cui non può sfuggire il centrosinistra in Italia. La risposta è consistita nella ricerca dei motivi di fondo e strutturali all'origine della formazione di un tale aggregato centrale e maggioritario delle opinioni elettorali nelle società avanzate e nello sforzo teso a dare alla sinistra la capacità di sfidare i neoconservatori e di competere nella conquista del voto moderato. Dai democratici Usa ai laburisti inglesi e alle socialdemocrazie nordeuropee questo tentativo si è realizzato mettendo in campo una grande innovazione politica, programmatica e culturale che ha cambiato il profilo delle tradizionali formazioni progressiste e socialiste. E che sintetizzerei così: il passaggio dalla natura di partiti di sinistra che guardano al centro, come sono sempre state le socialdemocrazie di governo europee, a formazioni esse stesse di centrosinistra irriducibili alla tradizionale identità del passato, fortemente innovative nei programmi e capaci di dare una risposta non liberista alle aspettative dell'elettorato moderato e maggioritario delle società occidentali. Ciò ha dato vita a una nuova identità dei partiti socialisti europei che è riduttivo portare al solo connotato riformista che è da sempre prerogativa dei socialdemocratici. Un'identità che consente di intercettare le aspettative della maggioranza moderata degli elettorati europei a cui si tenta di dare risposte non conservatrici.
È stato così per l'Ulivo in Italia? Solo in parte. La differenza più evidente è che non c'è, nel centrosinistra italiano, una formazione che svolga la funzione che i grandi partiti socialisti (o neo conservatori) giocano nelle coalizioni che competono per la maggioranza. Il tentativo di dar vita a un'innovazione al centro del sistema politico dal versante progressista, analogamente a quello che è avvenuto con il New Labour o con la Spd di Schroeder, avrebbe dovuto vedere protagonista la principale formazione della sinistra. A essa competeva il compito di traghettare la grande maggioranza delle forze, delle culture e dei ceti sociali che si sono riconosciuti nell'esperienza della sinistra italiana verso l'approdo, un'identità essa stessa di centrosinistra, cui sono giunti i socialisti europei. I Ds non sono stati in grado di operare in Italia questa mutazione. Il coraggio dell'innovazione simbolica non è andato di pari passo con quello politico e, soprattutto, programmatico. Le leaderships del partito sono state in continuità con quelle che hanno caratterizzato l'ultimo decennio dell'esistenza del Pci e con quelle che hanno coltivato l'illusione di una fuoriuscita non socialdemocratica dall'esperienza comunista. La fase ulivista della strategia del partito è stata caratterizzata da una combinazione singolare di sincretismo e indifferenza programmatica e culturale. E da una debolezza originaria: l'accettazione della tesi secondo cui la sinistra democratica italiana era strutturalmente impossibilitata a esprimere la leadership del governo.
I Ds hanno accettato una sorta di autolimitazione che alla lunga ha frustrato e indebolito le ragioni del partito: quella secondo cui la funzione dei Ds, del principale partito della coalizione di centrosinistra, sarebbe stata esclusivamente di rappresentanza della gamba di sinistra dell'alleanza e di argine verso il processo centrifugo rappresentato da Rc affidando, invece, ad altri (prima Prodi e poi Rutelli) il compito dello sfondamento al centro. La parentesi del governo D'Alema è apparsa come il frutto tattico e imprevisto di un'abile manovra politica. La crisi di quell'esperienza e poi la scelta della leadership di Rutelli hanno ricondotto l'Ulivo sul solco tradizionale di un'alleanza in cui la funzione di leadership, di espansione al centro e di sfida a FI non è affidata alla formazione più forte ma alla cosiddetta gamba centrista della coalizione. È realistica una tale impostazione? Sinora non è stato così. La debolezza del centrosinistra italiano consiste nella difficoltà della sinistra democratica di giocare il ruolo di attrazione al centro del sistema politico. Lo stesso che FI ha svolto sul versante opposto. Ruolo che è stato proprio delle altre formazioni socialiste di governo in Europa. I gruppi dirigenti della sinistra italiana hanno rinunciato a svolgere il ruolo che in altri contesti le leaderships socialiste hanno giocato. Per tre motivi: l'incapacità di produrre una selezione dei gruppi dirigenti che segnasse una soluzione di continuità con il passato; la scelta di autolimitare il perimetro dell'azione politica del partito all'area della sinistra tradizionale; la decisione di sancire la propria minorità nel momento dell'indicazione della leadership di governo.
Questa sorta di autolimitazione della sua funzione ha portato al risultato allarmante del 16% dei Ds ma anche alla sconfitta del centrosinistra. Da dove va ripreso, a questo punto il discorso? Due prospettive distinte e diverse sono state indicate. Entrambe hanno, a mio avviso, punti di debolezza. La prima è quella del progetto che chiamerei ultraulivista: l'idea che debba iniziare un processo di fusione delle due anime del centrosinistra in una formazione diversa, cui si è dato il nome di partito democratico. Questa prospettiva ha oggi una dose di forza argomentativa in più per lo stadio cui è giunta la crisi della sinistra. Ma la sua debolezza resta, in ogni caso quella della sua astrattezza: è improbabile e irrealistico un processo di semplificazione e di fusione che investa formazioni e culture che vanno dal socialismo democratico ai popolari. L'altra idea in campo è la prospettiva delle cosiddette due gambe del centrosinistra. Una sinistra socialdemocratica convinta della propria identità non avrebbe nulla da temere da una tale prospettiva. Essa guarderebbe con interesse a una versione più realistica ed efficace dell'alleanza di centrosinistra: quella di un patto politico duraturo tra due distinti raggruppamenti di famiglie politiche.
Quello che occorre contrastare è l'idea che in questa alleanza la sinistra si dedichi «a coltivare il suo campo». In tale direzione oggi spingono sia coloro che ritengono questa l'unica via che può consentire alla sinistra di rigenerare la propria forza e ritrovare l'identità smarrita sia alcuni alleati che vorrebbero ridurre la sinistra alla funzione subalterna e minoritaria che ha An nel Polo. L'idea che il centro sinistra possa vincere con una sinistra marginalizzata è una mortale illusione. Si possono forse modificare in questo modo i rapporti di forza interni alla coalizione ma il complesso dell'alleanza e la sua ambizione maggioritaria ne uscirebbero frustrati. Ma è la sinistra che deve dare nei fatti una risposta a questo tentativo di sua marginalizzazione che è ormai nelle cose. E la risposta è eminentemente politica, di programma e di credibilità della leadership.
Molto dipenderà dagli sviluppi della vicenda politica italiana dopo la svolta del 13 maggio. L'opposizione condotta dal centro sinistra dovrà essere ferma, argomentata e netta. E tuttavia la dialettica politica italiana dovrà liberarsi dai malintesi che si agitano sugli opposti versanti. È del tutto fuori strada l'on. Berlusconi quando descrive il risultato del 13 maggio come la liberalizzazione dell'Italia da un regime così come è sbagliato riproporre lo schema dell'inaffidabilità democratica del Polo. A destra e a sinistra occorre che si affermi il principio che l'avversario va contrastato con argomenti di merito politico.
Dal centrodestra c'è da attendersi un impegno serio ed effettivo per affrontare, così come è stato dichiarato in campagna elettorale, il conflitto di interesse, liberando la dialettica democratica da un macigno. C'è inoltre da aver ben presente che resta ineludibile il nodo del rapporto tra i due Poli per affrontare le riforme istituzionali. Si avrà reciprocamente, la maturità necessaria per muovere in questa direzione? C'è da augurarselo.
Umberto Ranieri, deputato, sottosegretario agli Esteri nella scorsa legislatura