
La sensazione è (quasi) quella di trovarsi tra le mani un manoscritto ritrovato in una bottiglia. Con una differenza: il testo e il mittente, qua, non sono sconosciuti. Ma a livello emotivo (e sentimentale, per il cinefilo) questa differenza è ininfluente: non intralcia, insomma, il percorso di quella sorta di fascinazione che assale il lettore di un saggio che, fino a ieri, era chiuso in una specie di sarcofago e oggi torna alla luce, con traduzione e tutto il resto. Quando scrisse, nel 1946, le poche ma sentite pagine del suo Esquisse d’une psychologie du cinéma (tradotto semplicemente Sul cinema, con sottotitolo Appunti per una psicologia), André Malraux dichiarò infatti nella sua premessa: «Questa edizione non verrà mai più ristampata». Un ordine più che un auspicio. L’edizione italiana appare dunque in piena collisione con la volontà dell’autore. Che con ogni evidenza conta fino a un certo punto, dal momento che il suo lavoro può essere considerato patrimonio collettivo.
Malraux (1901-1976) è figura celebre quanto controversa. Eroe e grande individualista, come felicemente lo definisce Goffredo Fofi nella sua intelligente prefazione, intellettuale che si brucia nell’azione, scrittore, cineasta, avventuriero, perfino ministro della cultura con De Gaulle: roba d’altri tempi, ma capace di attualizzarsi in ogni tempo. Come l’Esquisse. Che fu scritto nei paraggi dell’unico vero tentativo cinematografico di Malraux, il film L’Espoir (La Speranza), a sua volta derivato dal romanzo, testimonianza importante per stile e contenuti su quell’ispido scontro di ideologie e di passioni che fu la Guerra di Spagna. Sul cinema non è solo un trionfo della sintesi, ma anche un viaggio teorico attorno alla genesi e allo sviluppo del «progetto-Speranza». Uno scritto quasi corsaro, che non dimentica però di partire, nel grande arco temporale che vi è racchiuso, da un passato remoto descritto in cifra archeologica. Così, per raccontare i segreti di quella favolosa fabbrica di immagini che è il cinema, Malraux parte dagli orizzonti figurativi per eccellenza, quelli della pittura, europea e asiatica, racchiusi (come sullo schermo?) nel rettangolo della tela. Viaggia nei secoli sulle concezioni diversificate della pittura, da Giotto a Rubens, dall’Europa alla Cina fino alla Persia. Arriva a flirtare con la letteratura. Poi, «aggredendo» più direttamente il cinema, crea legami e traccia linee di sviluppo incollando il muto al sonoro, parlando di «campi» e di miti, montaggio e dissolvenza. Tecnica e fantasia mescolate in una scrittura sempre molto vitale e chiara, dove trovano spazio le grandi star e i grandi cineasti. Un esempio: una star - scrive Malraux - non è assolutamente un’attrice che fa del cinema. È una persona dotata di un minimo di talento drammatico il cui volto esprime, simboleggia, incarna un istinto collettivo. Marlene Dietrich non è un’attrice come Sarah Bernhardt, è un mito come Frine. Se questa affermazione, da sola, non rappresenta tutto il libro, certo ne è un passaggio significativo. Nel senso dei raccordi, dei riferimenti. Così come quando l’autore definisce il film vero «rivale» del romanzo. Alessandro Zaccuri, in coda, parla de L’Espoir come della «Utopia cinematografica di André Malraux». Posizio-nandola in termini storici e critici, dando un ulteriore significato a questo libro prezioso: l’utopia - scrive - è il tempo e il luogo del cinema perché soltanto nell’assenza il divino può rivelarsi.
André Malraux, Sul Cinema - Appunti per una psicologia, Edizione Medusa, 59 pagine, 6,5 euro