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Fusco, Maria Melato e le patacche di D’Annunzio

LIBERAL BIMESTRALE
di Leone Piccioni
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Duri a Marsiglia di Gianfranco Fusco fu pubblicato nel 1974 dall’editore Bietti. Dopo una ristampa quasi clandestina da Einaudi nel 1987, esce ora a pieno titolo, riproposta sempre da Einaudi, per una doverosa riparazione. Sul finire della sua ottima introduzione, Tommaso De Lorenzis nota che in Fusco spesso la vince il personaggio a scapito delle sue capacità di scrittore. Noi riconosciamo in pieno le qualità di Fusco, specialmente ripensando alla grande felicità del suo Le rose del ventennio, Einaudi 1958, ma non possiamo dimenticare il modo che Fusco aveva di raccontare aneddoti, imprese, le sue memorie insomma di una vita tumultuosa. De Lorenzis così riassume i casi della vita di Fusco: «Era stato boxeur e ballerino. Telegrafista con la Divisione Julia e partigiano. Malavitoso e anarchico. Militante comunista e animatore della dolce vita versiliese negli anni ruggenti del dopoguerra». Ma in Duri a Marsiglia Fusco racconta vivacemente le battaglie fra le bande di delinquenti rivali per il controllo di droga, donne e così via. Racconta in prima persona (come se fosse stato partecipe) e le vicende si svelano veloci con molto colore ed efficaci ritratti dei membri di queste lotte feroci. Drammaticità, sangue, intere vite in gioco, partecipazione professionale? Fino a un certo punto, perché a me pare che la visione del tutto sia in Fusco volontariamente grottesca: ed è una conclusione che tiene conto della insita ironia di Fusco negli scritti e nel conversare. Quando Fusco raccontava si faceva silenzio intorno a lui per godere delle ghiotte avventure per lo più capitate a lui. Un esempio? Lo estraggo da Le rose del ventennio. A Gardone Riviera, al Vittoriale è stata, come si sa, interrata la Regia nave Puglia: un giovane ufficiale della marina che si trovava a lavorare per la manutenzione della nave, anche per la simpatia che gli dimostrava il Comandante, prende coraggio e chiede al poeta, negli ultimi tempi della sua vita: «Cosa ne pensa del Fascismo?». D’Annunzio chiede al giovane di seguirlo: entra nella villa, procede su un corridoio, poi su un altro e un altro ancora, aprendo finalmente una porta: è la porta di un bagno con tanto di water closet. «Mi ha chiesto cosa penso del Fascismo?» - dice il poeta. «Con la merda non si fabbrica!». Fusco negli immediati anni del dopoguerra ha un legame sentimentale con Maria Melato, la grande attrice, anche dannunziana. Dopoguerra di fame. La Melato nel giardino della sua villetta recita per soldati americani, specialmente negri, che non capiscono una parola. A un tratto ripensa ai regali avuti da D’Annunzio: gioielli di varia specie. Decide di portarli al Monte di Pietà di Viareggio: dal Forte dei Marmi a Viareggio in bicicletta, la Melato in canna e Fusco ai pedali. Arrivano alla valutazione del banco di pegni: nessun valore, erano patacche!
In Duri a Marsiglia si pubblica anche una nota di Giovanni Arpino su Fusco (1915-1984) nella quale lo scrittore nota che «nemmeno una ponderosa opera critica dedicata agli autori italiani lo nomina. Le piccole enciclopedie non lo annoverano. A distanza di pochi anni dalla sua scomparsa Fusco, che fu un novellatore straordinario, un “intrattenitore” da caffé notturno senza pari, rischia di venir ricordato solo oralmente dagli amici ormai attempati».
 

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