
Giusto che qualcuno si ricordi di Elie Faure, così disprezzato dalla critica francese. Se ne rammenta l’insinuante romanziere portoghese Saramago: «Elie Faure disse un giorno che i pittori primitivi ponevano nelle loro opere tutto ciò di cui erano a conoscenza. Mantegna nella sua pittura, non ha posto solo tutto quanto sapeva, ma anche ciò che più profondamente era: un uomo intero nella sua durezza e nella sua sensibilità, come una pietra che fosse capace di piangere». Basterebbe una conclusione come questa, per metter voglia di leggere il sottile testo, nato da una conferenza, che l’elegante postfazione di Luciana Stegagno Picchio non ci permette di datare. Ed è curioso che lo spartano editore non usi quel titolo, preferendo quello più austero, originale, di Un’etica, un’estetica. Anche se non si tratta di una speculazione filosofica, ma di una sapiente divagazione, che si addentra nelle lacune della vita di un artista, insolitamente scelto da un letterato, che si rivela così colto e sottile (non il prevedibile Raffaello, dunque, o Piero della Francesca, come ci si potrebbe attendere da un conferenziere in cerca d’un soggetto di comodo). Nulla di comodo, mai, con Saramago: ed è proprio la brillante prefatrice, a farci riflettere come nel suo mondo, popolato di Manuali di pittura e calligrafia, di Memoriali (quello del Con-vento) di finte inchieste (Ricardo Reis) o di romanzi-saggio (Cecità) questo contrasto tra la pietra e il pianto (il marmo e l’acqua) sia in fondo costitutivo e rivelatore. Soprat-tutto per un Premio Nobel fuggitivo, che ha rinnegato le gentilezze maiolicate di Lis-bona per trasferirsi su un’isola vulcanica come Lanzarote, scavata nella roccia e traforata di grotte, a occuparsi di barocchi poeti petrosi, come Camoes o Gongora. O appunto, Man-tegna: con la sua inscalfibile vena di minerale scultore della luce (non a caso vive nella Padova di Donatello, prima di trasferirsi, genero, in casa del Giambellino). Che è poi l’accusa che gli fa il suo padre-rivale Squarcione, quando questi si ribella e si rende autonomo: «Sarebbe stato meglio che dipingesse dei marmi, perché qui di vivo non c’è nulla». Lavorando come un restauratore sulle lacune che le Vite del Vasari proiettano sull’esistenza di questo «indemoniato» dal pessimo carattere, ma dal «pennello divino», Saramago cerca, fin dove può, e con saggia misura, di «allentare le briglia dell’immaginazione». Per accendere di colore narrativo alcuni momenti esemplari di una vita fulminante e capricciosa, che fa pensare già a certi tratti banditi del Caravaggio. E Saramago dipinge proprio, drammaturgicamente, quel che avrebbe potuto non esserci. Immaginando una di quelle risse, che invece eran frequenti: «La coltellata che avesse tolto loro la vita, avrebbe ucciso anche i colori e le forme, che stavano per nascere». E dove non arriva il delitto, giunge la Storia. «Gli uomini, per fortuna, hanno inventato prima la fotografia e solo dopo i bombardamenti aerei», riflette, guardando il «vuoto» inglese inflitto alla Cappella Ovetari. Così come i flebili lacerti di Vasari. E i divertenti aneddoti, che ci testimoniano della sua autorità, presso il solidale committente Ludovico Gonzaga, con tutta la profusione di ducati, di farina e di legna. E a chi si lamentava del suo pessimo carattere, il Duca replicava: «Amo più la punta del piede di questo Andrea che mille fannulloni come te». Si provi a immaginare che cosa pensò l’Andrea bambino, «con ancora addosso l’odore delle pecore», cui doveva badare, quando entrò nella Cappella degli Scrovegni di Giotto. A vedere dal nulla «sorgere quel colore turchino da miniatura», come un’alba miracolata. La stessa ambizione degli scrittori d’arte: far nascere il colore della scrittura da un frammento d’immagine.
José Saramago, Andrea Man-tegna. Un’etica, un’estetica, Il Melangolo, 52 pagine, 10 euro