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Le scelte dell'era post-Kosovo

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Brunetta

Anno II n. 3 - Giugno/Luglio 2001

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L'esperienza del recente conflitto in Kosovo ha evidenziato alcune fondamentali tendenze di carattere politico e militare su cui è necessario riflettere. In quella drammatica occasione è infatti emersa con grande chiarezza l'esistenza di un gap operativo tra l'Europa e gli Stati Uniti: gli USA si sono dimostrati un alleato insostituibile poiché dispongono degli strumenti e delle capabilities necessarie a condurre operazioni militari rapide ed efficaci, in assonanza con le richieste avanzate dai Parlamenti e dalle opinioni pubbliche mondiali. I governi, le forze armate e le industrie dell'Unione europea hanno capito in quella circostanza di doversi adeguare tempestivamente a queste nuove realtà che ormai costringono il comparto della difesa a riorientare le risorse disponibili verso una razionalizzazione degli investimenti per garantire una maggiore interoperabilità e proiettabilità delle forze armate. La vera novità della fine degli anni '90 è, quindi, la sfida che l'innovazione tecnologica ha imposto agli organi politici e militari di tutto il mondo e, in particolare, a quei Paesi che sono impegnati in prima linea nella tutela della pace e della sicurezza internazionale. A questo si aggiunge la forte sollecitazione che il settore civile ha dato al modello tradizionale di ricerca, sviluppo e innovazione in campo militare. Sul piano degli approvvigionamenti militari in questi ultimi anni l'attenzione si è progressivamente spostata sul principio del best value for money necessario a razionalizzare i costi degli strumenti, garantendone al contempo il necessario ammodernamento. Nel campo della ricerca e sviluppo questo si è tradotto in una maggiore concentrazione degli sforzi sui progetti considerati più innovativi. Di qui un forte impulso alla specializzazione della R&S militare e un collegamento più stretto con la R&S civile, al fine di stimolare un mutuo beneficio tra i due comparti (il cosiddetto impiego dual - use). Il deciso aumento degli standard qualitativi degli armamenti ha conferito un enorme vantaggio competitivo agli Stati Uniti, mentre, parallelamente, il processo di concentrazione dell'industria della difesa americana ha consentito di rafforzare le sue capacità di R&S. Nella realtà europea questo processo fa registrare, invece, molti più ritardi: la mancata unificazione del mercato della difesa sta rallentando la riorganizzazione di gruppi che diventino autenticamente globali, oltre che di dimensioni comparabili a quelli americani. In Europa, nel momento in cui la pressione finanziaria sui bilanci pubblici ha costretto ad abbandonare le politiche di «autarchia tecnologica» nella produzione di sistemi ed equipaggiamenti militari in corrispondenza con la fine della contrapposizione dei blocchi, le priorità nazionali di investimento in R&S sono sostanzialmente mutate. I Paesi che avevano alti livelli di investimento (in particolare la Francia) hanno potuto mantenere una loro autonomia tecnologica; quelli che al contrario avevano livelli di investimento inadeguati, evidenziano oggi uno sforzo molto più rilevante per colmare almeno parzialmente il gap. Le caratteristiche assai diverse dei sistemi nazionali di innovazione e dei sistemi militari dei principali Paesi dell'Ue rendono difficile la definizione di un «modello europeo» di R&S finalmente integrato.
Ciò nonostante, si registrano in Europa alcuni segnali positivi: innanzi tutto sta crescendo la consapevolezza della necessità di destinare sufficienti risorse finanziarie alla R&S e di coordinare le iniziative industriali a livello europeo.
Le decisioni assunte dai 15 Paesi dell'Ue nel corso degli ultimi due anni in materia di sicurezza e difesa (dal Consiglio europeo di Colonia al recente Consiglio di Nizza) hanno dimostrato l'impegno e la volontà dei governi europei di dotarsi di effettive capacità militari che consentano di reimpostare il dialogo all'interno dell'Alleanza in maniera meno squilibrata rispetto al passato. Ciò è evidentemente subordinato a un deciso aumento delle risorse destinate alla Difesa, volte a colmare il gap tecnologico nei confronti degli Stati Uniti. Il vero banco di prova per la volontà europea di costruire effettive capacità militari sarà, quindi, l'investimento finanziario che i governi dell'Ue saranno disposti ad affrontare. Gli Stati Uniti investono quasi tre volte la somma dei quattro maggiori Paesi europei messi insieme (Francia, Italia, Regno Unito e Germania), spendendo più del doppio in procurement (290 miliardi di dollari contro i 100 miliardi di dollari spesi dagli europei) e ben quattro volte di più in ricerca e sviluppo (38 miliardi di dollari contro 8,7 miliardi di dollari). Per l'Italia poi, lo spendere di più appare come una condizione necessaria per stare in Europa e per contribuire attivamente al progetto di costruzione di una politica estera e di sicurezza comune. Lo scorso anno la Francia ha stanziato per la difesa 51.000 miliardi, il Regno Unito ha speso 71.000 miliardi, la Germania 45.000 miliardi e l'Italia soltanto 23.000.
Se l'Italia vuole perseguire nei consessi internazionali e nei rapporti di politica estera una coerenza strategica che ribadisca il suo ruolo di partner fedele all'Alleanza, ma consapevole al contempo di poter giocare un ruolo di primo piano nella costruzione dell'Europa della difesa, essa dovrà dotare le sue forze armate di equipaggiamenti moderni che ne incrementino la prontezza, la proiettabilità, la sostenibilità e che ne garantiscano la sopravvivenza. Parallelamente, è necessario che tutti i governi europei decidano di coordinare razionalmente le proprie politiche in materia di difesa, promuovendo un'armonizzazione negli investimenti per ricerca e sviluppo, un'unificazione delle legislazioni in materia di export e infine una razionalizzazione dell'offerta. Con un certo ritardo rispetto agli Stati Uniti, anche l'industria dell'aerospazio e della difesa europea ha avviato da qualche anno un massiccio processo di aggregazione e razionalizzazione, che ha visto l'affermazione di 5 giganti continentali (Bae Systems, Finmeccanica, Dassault, Thales, Eads). Questi gruppi, però, devono ancora completare un effettivo processo di riorganizzazione che punti a consolidare le specifiche aree di eccellenza tecnologica. Per quanto riguarda l'Italia, occorre ricordare che il settore aerospaziale e della difesa è probabilmente l'ultimo tra i comparti high-tech in cui può vantare una posizione qualificata e una bilancia commerciale in attivo, grazie soprattutto all'attività e alla rilevanza acquisita sul campo dal gruppo Finmeccanica, tra i leaders mondiali nel settore e tra i protagonisti indiscussi nelle principali joint-ventures internazionali. Nell'ultimo ventennio il nostro Paese non è stato in grado di tenere il passo in molti settori high-tech e ne è progressivamente uscito (informatica e farmaceutica rappresentano gli esempi più significativi). Non così per l'aerospazio e la difesa, comparto in cui, nel 1999, il valore delle autorizzazioni rilasciate per le esportazioni è stato di circa 2.600 miliardi e il saldo import-export ha fatto registrare un attivo di 4.600 miliardi. Il ruolo estremamente rilevante dell'industria italiana della difesa e la sapiente strategia complessiva messa in atto in questi ultimi anni, dovrà consentire al nostro sistema industriale di partecipare ai programmi europei aerospaziali in corso e in fase di avvio per far fronte alle mutate esigenze delle Forze Armate europee e italiane, mantenendo e sviluppando programmi transatlantici e garantendo il sostentamento delle aree di eccellenza nazionali.
Con un adeguato appoggio da parte del governo e attraverso un aumento significativo delle spese destinate alla difesa, si potrà inoltre supportare l'industria italiana nella delicata fase della sua internazionalizzazione e, in particolare, della costruzione delle nuove joint-ventures; infine sarà più semplice e immediata la conciliazione tra le esigenze delle nuove Forze Armate (anche in prospettiva della nascita della Forza di reazione rapida europea) e il rafforzamento delle nostre aree di eccellenza tecnologica. Un forte impegno nello sviluppo tecnologico appare essenziale quindi per l'Italia, dove (si veda l'ultimo Piano di ricerca nazionale) lo Stato spende 12.000 miliardi l'anno in ricerca, di cui soltanto 800 per ricerca, sviluppo, test e valutazione. Di questi 800 miliardi, il 55% circa (ovvero 458 miliardi) coinvolge il settore della difesa. Il valore attuale della ricerca in Italia in rapporto al Pil è pari all'1% circa, agli ultimi posti in Europa con Spagna, Portogallo e Grecia.
Il valore medio attuale in Europa è pari al 1,9%. Nel nostro Paese, nel periodo 1990-1997, il numero di ricercatori è aumentato del 6%, in Spagna del 50%, in Francia del 22%. L'Italia arretra rispetto al resto d'Europa di quasi 300 mila laureati l'anno. Nel nostro Paese sono assenti le cosiddette «imprese di ricerca», è scarsa la domanda di ricerca applicata, è ridotta l'incidenza di spin-off della ricerca, è insufficiente la presenza di «industrial liaison officers» e di incubatori nella ricerca pubblica (università). In sostanza: sono deboli i legami tra la nostra scienza e il nostro mercato ed è inadeguata la capacità di valorizzare le conoscenze a fini economici e sociali. Questo processo deve essere arrestato attraverso un intervento di spesa mirata allo sviluppo e all'innovazione tecnologica, che favorisca al contempo un raccordo stretto tra centri di ricerca pubblici (università) e imprese private e soprattutto che stimoli l'introduzione di una normativa che affermi finalmente anche in Italia una cultura del «dual-use» in modo da poter agevolare la ricerca e l'applicazione delle tecnologie sia in campo militare che in quello civile. Nei modelli di sviluppo di tutti i Paesi industrializzati si può individuare come elemento portante il mantenimento della presenza in una qualche tecnologia militare avanzata in grado di contribuire allo sviluppo tecnologico del Paese. È in queste tecnologie di punta che si concentra il massimo sforzo di ricerca e innovazione, innescando il traino tecnologico dell'intera struttura produttiva. L'Italia in tal senso è ancora in grave ritardo. La priorità per il futuro governo dovrà essere quella di colmare questo gap.

Renato Brunetta, europarlamentare, insegna Economia del lavoro all'Universtà Tor Vergata di Roma

 

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