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Caro Trapattoni, ti spiego il segreto del Brasile

Liberal Fondazione
di Darwin Pastorin

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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cop14n3
La vittoria del Brasile all’ultimo mondiale non è più cronaca, ma memoria. Una memoria, comunque, che deve far riflettere. La nazionale verdeoro ha vinto perché, a dispetto delle mode, dei nuovi regolamenti, di un calcio che ha sostituito il dribbling con il marketing, ha avuto il coraggio di non perdere la propria cultura, di non smarrire le proprie radici: di riproporre, insomma, quel «football arte» che ci ha riconsegnato un pallone all’insegna dello spettacolo e della purezza. Luiz Felipe Scolari, il tecnico della Seleçao, ha sempre mandato in campo una formazione coraggiosa, d’attacco: con Ronaldo e Rivaldo insieme al fantastico Ronaldinho e all’estroso Juninho, con Roberto Carlos e Cafu, sempre meno terzini e sempre più ali. Per non parlare di «riserve» capaci di sbalordire come Ricardinho e Denilson, gente che alla palla dà letteralmente del tu. I brasiliani si sono divertiti, e divertendosi hanno reso tutto più facile: ritrovando, come per incanto, il piacere di giocare in libertà, senza vincoli tattici, senza il laccio di alchimie zonaiole. Rivaldo, acquistato dal Milan per un colpo di mercato davvero da prima pagina, aveva un solo compito: seguire l’istinto. E così ha fatto Ronaldinho, il vero talento lucente del Brasile: con quella sua faccia buffa da cartone animato ha dispensato allegria, dimostrando (vero caro Trap?) che i calciatori vanno assecondati e non ingabbiati, che timori e tremori alla resa dei conti si pagano. Cinque mondiali ha conquistato il Brasile, e due volte è arrivato secondo. Nel 1958, Vicen-te Feola schierò una Seleçao secondo il 4-2-4. E quella squadra vinse, in Svezia, la sua prima Coppa del Mondo, che a quei tempi si chiamava Rimet. Una formazione spregiudicata, con Pelé bambino destinato a incantare, non ancora diciottenne, il mondo, con Garrin-cha, l’angelo dalle gambe storte, che ubriacava gli avversari con le sue finte impossibili, con Didì, detto il «Maestro», a dirigere l’orchestra, con Mario «Lobo» Zagallo a cucire, sapientemente, le trame. Da noi vigeva l’imperativo del «primo non prenderle», i brasiliani s’imponevano con il dogma della spavalderia, della bellezza a tutti i costi. La lezione del 1950 non aveva lasciato nessun segno evidente (solo una lunga, indelebile cicatrice nell’intimo, per una festa rovinata, per un carnevale di lacrime e non di gioia): il Brasile restava la squadra del calcio come passione, come linguaggio universale. Nel 1990, al mondiale italiano, Sebastiao Lazaroni tentò di modificare quella mentalità, «inventandosi» il libero all’italiana (Mauro Galvao) e con la mitica ma-glietta numero 10 un pedatore di scarse qualità (Silas). Risultato: Seleçao eliminata dall’Argentina di Maradona e Caniggia.
Il calcio deve restare poesia, coraggio, un 4-4 vale più di uno 0-0. E Arrigo Sacchi non può continuare a dire che la finale Intercon-tinentale tra Milan e Nacional di Medellin, risolta ai tempi supplementari da Evani su punizione, «rimane un esempio di football perfetto, tra due squadre che non riuscivano a superarsi, abilissime a giocare a scacchi». In verità, quel match fu di una noia mortale: tra due squadre che non potevano, o non sapevano, osare. Se hai Zico, Platini e Maradona, cosa fai? Ne schieri uno e gli altri due li lasci in panchina? I trapattoniani direbbero di sì, ci mancherebbe!
Proviamo, invece, a spedirli sul prato verde tutti insieme appassionatamente, e immaginiamo il pubblico estasiato, lo show garantito, quel dipingere calcio senza barriere, senza tempo, senza età. Immaginiamo, per favore, la meraviglia e lo stupore. E alla voglia dei nostri figli di dire: sì, questo è lo sport che vogliamo praticare. Perché è lo sport che porta dentro di sé, nella sua anima, un concetto semplice: libertà.
 

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