Affermare che i sistemi di difesa - intendendo con tale termine strutture, dottrine, pianificazione generale e operativa, ecc. - possono esser compresi solo nel loro contesto politico interno e internazionale è quasi una tautologia. Solo in tale quadro, infatti, è possibile valutarne le missioni e l'adeguatezza al conseguimento di ben precisi interessi nazionali. Il sistema italiano di difesa, nonché le decisioni relative all'impiego di forze nazionali e alla gestione politico-strategica degli interventi, vanno quindi esaminati tenendo conto dell'appartenenza dell'Italia all'Europa e all'Alleanza Atlantica, nonché delle particolari vocazioni e specificità del nostro Paese. Queste ultime - che sono influenzate dalla storia, dalla geografia, dall'influsso della presenza del Vaticano in Italia, dalla cultura etico-politico-strategica, ecc. - rappresentano dati, potenzialità o condizionamenti di fatto il cui impatto sul sistema di difesa e, più in generale, su quello socio-politico, non sono modificabili, nel bene e nel male, se non a lungo termine. Tutti questi fattori determinano anche il ruolo e le modalità della partecipazione del Paese alle grandi istituzioni occidentali, divenute ormai parte integrante della Costituzione reale italiana. Il sistema difesa comprende componenti decisionali, che si articolano in vari livelli (da quello di vertice politico e strategico a quello tecnico militare); informative, sia politiche che militari; operative, cioè le forze; e logistiche, che vanno dalla grande logistica industriale e tecnologica alla logistica di campagna, di cui una parte sempre più importante è rappresentata dalla capacità di proiezione e di sostegno di corpi di spedizione a grande distanza. Inoltre, un sistema di difesa non è costituito solo da forze e da capacità operative, ma anche e prima di tutto da uomini e istituzioni, e dai relativi meccanismi decisionali. Il morale degli uomini e l'efficienza delle istituzioni rappresentano fattori cruciali dell'intero sistema. Riguardo a questi ultimi due punti, vale la pena di accennare brevemente a quanto la situazione italiana sia insoddisfacente. Il vertice politico-strategico è caratterizzato da una singolare assenza di organismi in grado di prendere decisioni con la necessaria rapidità e l'indispensabile coerenza interministeriale. Nonostante le convenzioni costituzionali intercorse nel 1990 tra i Presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri, non è ancora chiaro chi eserciti il comando effettivo delle Forze Armate, come si svolga il controllo democratico sul loro impiego, né quali funzioni il ministro della Difesa debba assolvere in caso di emergenza. Insomma, le indispensabili riforme costituzionali dovranno sicuramente dedicare molta attenzione a questo settore. All'epoca della guerra fredda tutto era consentito, poiché era in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato e della nazione. Oggi, l'impiego della forza è sempre meno un obbligo politico e sempre più un'opzione. Pertanto, esso non può essere automatico. Inoltre, l'imprevedibilità del futuro e la rapidità dell'evoluzione delle situazioni impongono all'Italia di possedere strutture - in particolare una Costituzione della difesa - competitive o almeno compatibili con quelle dei nostri alleati. In caso contrario, come è già spesso avvenuto, continueremo a trovarci spiazzati ed essere costretti, tra l'ilarità generale, alla disperata ricerca di una via d'uscita. Un aspetto altrettanto importante della politica di sicurezza e difesa riguarda le componenti morali e psicologiche. Esso ha diverse dimensioni: infatti riguarda la fiducia del popolo italiano in se stesso, l'identità e la coesione nazionali, la cultura strategica della classe politica e della società, i rapporti tra le Forze Armate, i responsabili istituzionali e l'opinione pubblica, il prestigio e le condizioni socio-economiche dei militari, l'attrattiva esercitata dai reclutamenti di volontari, e così via. I problemi relativi alla condizione militare sono estremamente complessi, e in questa sede non si può che limitarsi ad accennarne. La loro soluzione richiede che le Forze Armate vengano considerate un patrimonio comune di tutti gli italiani, capaci di produrre un servizio pubblico fondamentale per il ruolo internazionale del Paese e quindi per la protezione e la proiezione degli interessi e dei valori dei suoi cittadini. Infine, merita un cenno anche l'esigenza di un adeguamento dei servizi d'intelligence, la cui importanza è accresciuta dall'imprevedibilità dell'evoluzione delle situazioni, dal fatto che la decisione se intervenire o meno, e in che modo, non è più un obbligo bensì un optional politico, e dal fatto che possiamo fare meno affidamento che in passato sulla collaborazione dei servizi alleati. Durante la guerra fredda, il punto di riferimento essenziale del sistema di difesa italiano è stata la Nato e, al suo interno, l'alleanza con gli Stati Uniti. Il processo d'integrazione europea, di cui l'Italia è stata uno dei membri fondatori, non era un'alternativa proponibile. Con la scomparsa della minaccia sovietica e con l'estensione delle competenze dell'Unione al settore della politica estera e di sicurezza, e (in seguito al summit europeo di Helsinki) a quello della difesa, si pone un problema di scelte di priorità. Per ora tale problema è stato esorcizzato affermando che la Nato e la difesa europea dell'Europa non sono incompatibili ma complementari, che le forze europee sono divisibili, ma non divise da quelle dell'Alleanza, e che gli Stati Uniti restano tuttora una potenza europea e non solo una potenza in Europa. Di fatto, le cose non sono tanto semplici. Infatti, le motivazioni che hanno indotto i principali Paesi europei a sostenere la Politica europea di sicurezza e di difesa comune sono molto diverse. Tali differenze non vengono riconosciute ufficialmente, anche perché l'ambiguità a questo riguardo ha permesso e permette di mantenere un consenso altrimenti irraggiungibile. Tuttavia, è necessario essere consapevoli della loro esistenza e definire una posizione nazionale. Essa è indispensabile per definire le priorità della pianificazione delle forze e, almeno in parte, anche i suoi contenuti - in altri termini per scegliere, tra i vari sistemi di difesa possibili, quello che meglio corrisponde ai nostri interessi e alla nostra visione del futuro sia dell'Alleanza che dell'Unione. Solo in tal modo sarà possibile, inoltre, dare un apporto positivo all'evoluzione di entrambe. In Europa si contrappongono tre principali visioni, complicate da ragioni più contingenti. Dalla loro composizione è derivata la straordinaria, e in un certo senso bizzarra, unanimità conseguita a Helsinki. Per la Francia, la difesa comune europea è sempre stata definita in termini di differenziazione dagli Stati Uniti. Le decisioni di Helsinki vanno lette come espressione di quella che Delors ha definito «intelligente ambiguità» europea, ossia la prassi di procedere per piccoli passi e per realizzazioni concrete che determinano solidarietà di fatto, a loro volta premessa di iniziative successive indirizzate verso una maggiore integrazione. L'obiettivo finale è quello di trasformare l'Europa in una potenza globale, un attore mondiale che persegue obiettivi e politiche tendenzialmente diversi da quelli oggi definiti da Washington per l'intero Occidente. Data la forza del suo Stato, della sua diplomazia e delle sue Forze Armate, nonché il suo deterrente nucleare e la sua disponibilità all'uso della forza, la Francia aumenterebbe il suo peso relativo e potrebbe anche diventare il centro di un'Europa politica e strategica. In quest'ottica, nella pianificazione delle forze si dovrebbe dare la priorità a quei programmi (satelliti, sistemi di comando e controllo, ecc.) che accrescono l'autonomia dell'Europa dalla Nato. Il Regno Unito ha motivazioni e obiettivi ben diversi. La difesa europea deve essere strettamente integrata nella Nato e costituirne, in pratica, una componente. Per questo Londra si oppone a ogni duplicazione di capacità e alla creazione di organismi indipendenti europei di pianificazione strategico-operativa - un compito che spetta al comando supremo delle forze alleate in Europa. È allora lecito chiedersi perché Londra si sia fatta promotrice della Pesd nel 1998 e perché abbia modificato la sua tradizionale opposizione all'assorbimento dell'Ueo nella Ue. Sicuramente la ragione non è stata quella, spesso sostenuta dai commentatori strategici, che il premier Tony Blair si sia impressionato per il crescente divario tecnologico con le forze americane, che in seguito è stato messo impietosamente in evidenza dal ruolo marginale delle aeronautiche europee nella crisi per il Kosovo. È più probabile che Blair fosse preoccupato per la deriva comunitaria provocata dalla creazione dell'euro. Inserendo la questione della difesa nell'agenda dell'Unione, infatti, se ne rafforzava necessariamente la componente intergovernativa. Inoltre, in tal modo il Regno Unito accresceva la propria indispensabilità per ogni successivo progresso integrativo europeo. La Germania deve ancora in parte digerire l'unificazione, definire i propri rapporti con la Russia e rendere accettabile la sua crescente influenza nei Paesi dell'Europa orientale. Essa potrà superare l'attuale fase di transizione, anche psicologica, solo mantenendo ben saldi i due riferimenti essenziali della politica estera e di sicurezza tedesca: l'integrazione europea e l'alleanza con gli Stati Uniti, cioè la Nato. In tale ottica, l'Ue può essere rafforzata, soprattutto nella prospettiva di un allargamento a Est, dalla creazione di un nucleo duro federale; in futuro potrebbe trattarsi di un'Europa delle euroregioni, collegata attorno ai laender tedeschi. In sostanza, la centralità dell'Alleanza Atlantica consente a Berlino di esorcizzare i ricordi del passato. Inoltre, permette di evitare ogni dibattito sulle armi nucleari, che sarebbe inevitabile in caso di difesa europea dell'Europa, dato che quest'ultima è minacciata direttamente solo dalla proliferazione missilistica e delle armi di distruzione di massa. Dal canto suo, l'Italia non ha molte opzioni disponibili, oltre quella di accettare l'ortodossia europea e, al contempo, quella atlantica. Per un complesso di ragioni su cui è inutile soffermarsi in questa sede, prime tra le quali l'enorme debito pubblico spensieratamente accumulato nel passato e la disastrosa crisi demografica, la sua influenza e il suo prestigio internazionali stanno decrescendo. Le sue riserve sul "nucleo duro" sono diminuite da quando - più a causa dell'indebolimento dell'asse franco-tedesco che per meriti suoi - non teme più di restarne esclusa. È consapevole che parlare di sicurezza nel Mediterraneo senza gli Stati Uniti è come parlare di frittata senza accennare alle uova. Nel contempo sa anche che, mentre l'Italia è rimasta nella Nato, il Vaticano ne è uscito. Inoltre, non può fare a meno di partecipare a ogni iniziativa di rafforzamento dell'integrazione europea. Si deve quindi barcamenare in qualche modo. Per il nostro Paese, l'ambiguità della Pesd è la situazione ideale, poiché permette di non fare scelte nette che sarebbero difficili, se non impossibili, nella prolungata fase di transizione politica che sta attraversando. L'Italia si trova in una situazione molto simile a quella della Germania, anche per quanto riguarda l'impossibilità politica di un dibattito sull'eventualità di un deterrente nucleare europeo. A fronte di tali ambiguità sembra ragionevole che le risorse disponibili vengano concentrate nei settori critici per il mantenimento della coesione della Nato. Il divario tecnologico tra forze europee e americane, già oggi molto rilevante, è destinato ad aumentare, data la priorità attribuita da Bush ai settori interessati alla nuova rivoluzione negli affari militari (Rma).
Se tali divari non venissero colmati si verificherebbe una specializzazione o divisione di ruoli, in cui gli europei fornirebbero le fanterie, mentre gli americani garantirebbero i bitstreams e il fuoco di precisione a distanza. Una volta colmato tale ritardo, gli europei potrebbero diventare nuovamente alleati rispettabili degli Stati Uniti e anche i progetti di difesa comune europea passerebbero, almeno sotto il profilo tecnico-militare, dal piano delle intenzioni a quello delle possibilità concrete. Tali possibilità si trasformerebbero poi in realtà qualora nell'Unione venisse attuato, se non proprio un effettivo trasferimento di sovranità, almeno un efficace esercizio congiunto della stessa fra gli Stati membri e gli organismi comunitari. Molti Paesi, tra cui la Francia, vi si oppongono. I risultati deludenti dei summit europei di Nizza e di Stoccolma hanno gettato molta acqua sulle aspettative create a Helsinki, anche se esse si riferivano alle sole missioni di Petersberg. Per il loro contenuto ecumenico, tali missioni vengono interpretate a proprio modo da ciascuno degli Stati membri dell'Ue. In ogni caso, non si riferiscono alla difesa vera e propria bensì a operazioni diverse dalla guerra, ovvero di supporto alla pace. Non esiste quindi una difesa europea dell'Europa. Essa rimane affidata alla Nato. Per esistere, la Pesd dovrebbe infatti essere unica, non comune: in altri termini, la sua esistenza presuppone un forte accrescimento dei poteri dell'Unione tale da metterla in condizione di gestire gli stati di eccezione come un vero e proprio Stato e non come un foro intergovernativo. Tuttavia, affrontare tale questione con spirito cartesiano, fissando cioè una visione a lungo termine dell'Europa e dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, discutendo il problema della dissuasione nucleare europea e così via, significherebbe rinunciare anche ai piccoli progressi conseguiti sinora e soprattutto a quelli conseguibili in futuro. Tra i primi va sottolineato l'impulso che il solo fatto di aver affrontato il dibattito sulla difesa europea ha dato all'indispensabile ristrutturazione delle Forze Armate italiane e tedesche. Tra quelli futuri, il più importante è la creazione di condizioni tali da consentire l'adeguamento dei bilanci europei della difesa, anche grazie all'approvazione di un accordo sui criteri di convergenza militare nell'ambito dei vari Stati membri dell'Unione europea.
Carlo Jean è presidente del Centro alti studi della Difesa