
Facendo uno strappo alla regola, il libro che voglio suggerire di leggere questa volta è un romanzo. Ovviamente questo non è uno spazio destinato alla critica letteraria. Dunque non è sotto questo aspetto che segnalo Allah non è mica obbligato di Ahmadou Kouruma. Spesso un romanzo può dire sul costume del proprio tempo - ammesso che nel costume non rientrino solo i segni leggibili attraverso le frivolezze, che naturalmente hanno la loro importanza - molto di più di qualsiasi saggio. E questo libro è una vera avventura conoscitiva dentro uno degli inferni del mondo contemporaneo. Ci parla di un personaggio che tutti abbiamo sentito evocare come protagonista delle carneficine legate alle guerre tribali e alle pulizie etniche, ma che nessuno di noi ha mai incontrato: il soldato-bambino. Il libro di Kourouma - scrittore più che settantenne nato in Costa d’Avorio, vincitore con questo romanzo del Prix Renadout e del Prix Goncourt des Lycéens 2000 - dà insomma carne e sangue, ma soprattutto voce a una figura dell’immaginario colletivo. E la voce di Birahima, il bambino protagonista di questa feroce satira dell’Africa di oggi, è essenzialmente sarcastica. Maneggia i dizionari per districarsi nel coacervo linguistico di un mondo che si presenta come una gigantesca discarica di suoni: il p’tit négre, cioè il francese approssimativo in uso nell’Africa francofona, il pidgin, che è più o meno il corrispettivo anglofono, il turpiloquio autoctono, cioè - come dice il bambino - la lingua propria dei «negri, neri, africani, indigeni»… Un analogo coacervo simbolico definisce il mondo magico religioso che informa la vita dei disperati che campano, letteralmente, di guerra: un teatro dove Cristo, Allah, gli spiriti dei morti e quelli della foresta, la farmacopea mondiale e gli amuleti degli sciamani convivono in un unico inferno. Lo small soldier è sovente un bambino violato, ha perso i genitori e vive in strada: diventa capitano o colonnello, si fa di hascisc e possiede un kalashnikov con il quale si procura da mangiare e uccide agli ordini di un adulto che per le bande di ragazzini è un Papa le bon. Lo small soldier è corrotto e conosce una sola legge: spara per conto di chi gli offre il pasto più decente. È dunque una creatura totalmente amorale, è - in un certo senso - un mercenario modello perché non riconosce nessun’altra legge che quella della sopravvivenza sua e della banda cui appartiene, che tuttavia è disposto a tradire se con quella rivale si mangia meglio. La semplicità dell’anima infantile è infatti plasticamente feroce, la sua innocenza più spietata di qualunque cinismo. Ma proprio per questo la figura tragica e grottesca del bambino-soldato è il più tremendo atto di accusa verso un mondo dove per vivere bisogna fare la guerra e dove l’unica famiglia concessa è un gruppo criminale. Del resto, il titolo di questo libro è una sorta di massima filosofica che «illumina» il cammino dello small soldier: Allah non è mica obbligato a essere giusto in tutte le sue cose di quaggiù… È un po’ come chiedersi, e il questito ha impegnato fior di teologi, dov’era Dio quando milioni di ebrei riempivano le camere a gas nei campi di sterminio.
Ahmadou Kourouma, Allah non è mica obbligato, Edizioni e/o, 206 pagine, 15 euro