La politica della sicurezza e della difesa è tra gli aspetti più rilevanti della politica estera dei Paesi occidentali legati all'Alleanza atlantica. Credo, quindi, che, sia per le più generali questioni politiche, strategiche e di impegno militare, sia per i riflessi sulla politica della ricerca e dello sviluppo industriale, le scelte dell'Italia debbano essere ogni giorno di più costruite e attuate non in chiave nazionale, ma in chiave europea, utilizzando gli organi collegiali di elaborazione e decisione che l'Ue ha delineato e definito. In tale prospettiva è necessario partecipare a un progetto complessivo, superando la semplice dimensione politica e istituzionale (civile e militare), per allargarsi anche al fronte tecnologico ed economico. Va, quindi, costruito un sistema di difesa europea e, in tale contesto politico, devono essere metabolizzati i limiti conseguenti alla frammentazione nazionale del Vecchio Continente. Si tratta di una esigenza strategica generale, importante, che impone ovviamente il rafforzamento del sistema di difesa a livello nazionale. In quest'ottica un elemento importante di riflessione riguarda la condizione del personale delle Forze armate. Credo che sia ormai maturata una nuova immagine dei nostri militari in Italia e nel mondo. È un'immagine che è stata conquistata sul campo, per effetto soprattutto della partecipazione alle missioni internazionali di pace. Un'immagine che trae e dà giustificazione al concetto del nuovo modello di esercito professionale che si sta costruendo. Questo rende le Forze armate una componente finalmente di nuovo attiva nel complesso delle istituzioni dello Stato, dopo il tramonto della missione militare in senso proprio che le Forze armate hanno fino a ora svolto.
In tale quadro credo sia indispensabile confermare la necessità che il nuovo governo porti avanti una politica di continuità nella esaltazione e nella valorizzazione di questa nuova immagine delle Forze armate. Una continuità che rafforzi soprattutto tre aspetti:
- la formazione professionale permanente,
- la tecnologia come strumento per l'esercizio delle nuove funzioni,
- il potenziamento strutturale e dei mezzi che sono messi a disposizione delle nostre Forze armate. È, quindi, necessario attuare un complesso di interventi e di strategie che abbia come obiettivo quello di rafforzare non soltanto l'immagine, ma soprattutto la professionalità e la capacità operativa dei nostri militari.
In questa prospettiva evidentemente uno dei principali nodi da sciogliere deve essere quello di semplificare e rendere più efficiente il quadro organizzativo delle Forze armate puntando a:
- realizzare quella massima professionalizzazione che è richiesta dalla diversità e dalla grande difficoltà delle missioni internazionali; occorre una professionalità mirata e dedicata che tenga conto della varietà e dell'imprevedibilità degli impegni;
- individuare i compiti impropri del personale militare, da quelli di supporto burocratico, che dovrebbero essere affidati a personale civile, a compiti di supporto assolutamente esecutivo e totalmente improprio, con l'esempio limite negativo dei militari impiegati come autisti per il personale del ministero, come cuochi e camerieri; questo utilizzo deve essere superato in modo rapido per liberare uomini da destinare ai compiti propri delle missioni a cui le Forze armate si stanno sempre di più dedicando;
- realizzare il processo di informatizzazione del comparto difesa che costituisce sempre più una forte necessità, analogamente a tutta l'amministrazione pubblica; in questo settore credo vi sia ancora molto da fare sia in termini di organizzazione del lavoro, sia di formazione del personale; questo aspetto è, inoltre, collegato all'integrazione europea degli strumenti militari e al conseguente sviluppo di una rete di collegamenti e rapporti fra le diverse Forze armate e i loro uomini.
Un aspetto estremamente importante, infine, è quello del collegamento tra la tradizionale missione della difesa e quella emergente della sicurezza che ormai si collegano in modo quasi inscindibile, come sempre più i vertici europei, fino agli ultimi di Tampere e Lisbona, hanno sottolineato. In sede europea è stato ribadito che i compiti delle forze armate sono inseriti sempre di più in un quadro comune di difesa che risponde alla domanda di sicurezza dell'Europa. Un concetto di sicurezza in cui occupano uno spazio crescente gli impegni nelle missioni di pace e di consolidamento della stabilità socio-politica in aree assai difficili. Contestualmente, nuovi obiettivi si individuano nel quadro comune di difesa, per un impiego delle forze armate come:
- strumento per la prevenzione, svolgendo un ruolo deterrente nei confronti delle possibili aree di crisi e operando a supporto delle forze locali impegnate a garantire la stabilità e uno sbocco pacifico delle tensioni;
- strumento per contribuire all'Intelligence a livello sovranazionale, anche nel contrasto alle azioni del terrorismo internazionale fondamentalista, o della pirateria informatica, o della grande criminalità organizzata transnazionale, che stanno dimostrando di avere dimensioni e capacità che sollevano non poche preoccupazioni, soprattutto quando si innestano su aree e conflitti più estesi di natura etnica, religiosa, razziale;
- strumento per collaborare a una missione di sicurezza globale che certamente le sole forze di polizia non possono compiere in un quadro così complesso, vario e dai confini troppo facilmente vulnerabili come è quello europeo; è questo, ad esempio, il caso del contenimento dei flussi dell'immigrazione clandestina rispetto alle frontiere esterne dell'Europa, un'Europa che si sta tra l'altro allargando. Verso questi compiti l'azione europea di difesa è indirizzata, perché difendere vuol dire garantire la sicurezza dell'Europa e la sicurezza dei singoli Paesi.
Emerge, in quest'ottica, un concetto di dualità. Così come per le tecnologie industriali, si impone una direzione di marcia parallela in campo civile e in campo militare. Vi è, quindi, una nuova dualità sotto l'aspetto della missione istituzionale: quello che ieri era soltanto difesa sotto il profilo militare, oggi è anche sicurezza perché questo obiettivo coincide con una missione complessiva di salvaguardia della pace e di garanzia per lo sviluppo e l'integrazione europea.
Di qui uno stretto rapporto fra gli investimenti per la ricerca, lo sviluppo industriale del settore e la nuova missione istituzionale. È evidente che le nuove missioni di sicurezza e difesa rendono produttivi e convenienti gli investimenti in ricerca e sviluppo industriale destinati a questi nuovi compiti delle forze armate. L'Europa dovrà dotarsi di nuovi adeguati equipaggiamenti sia per svolgere le previste missioni comuni nel campo della difesa, ma anche in quello della sicurezza. Molti sono, d'altra parte, i collegamenti e le esigenze comuni, anche sul piano operativo, fra i due campi di attività. Uno sforzo particolare andrà compiuto nel campo della sorveglianza e del controllo sia del territorio che della trasmissione delle comunicazioni e delle informazioni. L'Intelligence, nella sua accezione più ampia, andrà fortemente potenziata, mettendo a fattor comune le competenze e le capacità militari e civili. Tutto ciò dovrà riguardare in primo luogo il territorio europeo e le aree limitrofe su cui incidono i suoi confini. Ma, se questo consentirà di potenziare la funzione di monitoraggio delle crisi, bisognerà, insieme, rafforzare le capacità di intervento per il loro controllo, il che significa far crescere la mobilità, la disponibilità di equipaggiamenti dedicati in grado di assicurare l'autodifesa e l'azione selettiva, ecc.
Anche in Italia credo che si possa e si debba sempre più pensare che la sicurezza nazionale è ormai un concetto globale e articolato, che va visto su scala europea e in un'ottica sia interna che esterna. È, quindi, una missione unitaria cui debbono e possono concorrere gli apparati militari e gli apparati delle forze di polizia. Da questo punto di vista è sempre più necessaria un'azione di indirizzo per mantenere la loro azione in un quadro unitario. Poiché sul piano istituzionale il Capo del governo è l'autorità nazionale per la sicurezza, occorre, in prospettiva, pensare - escludendo ipotesi di gestione diretta - a un più forte potere di coordinamento e di impulso fra funzioni e missioni che sono affidate ad apparati diversi, spesso troppo gelosi della loro identità. Questo è l'elemento di novità che auspico possa essere oggetto di riflessione per il prossimo governo. Paesi con una maggiore attenzione sui temi della sicurezza nazionale, come gli Stati Uniti, hanno da tempo sottolineato il ruolo essenziale del primo ministro, in questo caso del Presidente, attraverso la figura del Consigliere per la sicurezza nazionale. Noi non abbiamo una figura istituzionale di questo tipo. Credo che sia, però, giunto il momento di affrontare questo nodo che ha forti implicazioni sull'effettiva capacità di governo dei complessi problemi legati alla sicurezza nazionale. Considerando che la missione dell'autorità nazionale per la sicurezza è affidata proprio al presidente del Consiglio, si dovrebbe realizzare un più stretto raccordo tra il primo ministro e le strutture delle forze di polizia, dei servizi di informazione e sicurezza e delle forze armate in grado di assicurare un più completo, chiaro e tempestivo quadro informativo, soprattutto sulle situazioni e sulle aree di tensione e di crisi, e un conseguente migliore coordinamento degli eventuali interventi.
Auspico, quindi, un più diretto coinvolgimento dell'azione del primo ministro attraverso un organismo, che potrà, forse, essere simile al Consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente degli USA. Ma, qualunque sarà la veste dovrà essere sicuramente assai più efficiente di quanto oggi non sia, con figure che si sono dovute delineare come consulenti o consiglieri del Capo del governo, privi di poteri reali e di quella autorità istituzionale che è data solo da un quadro chiaro di regole. Sembra, quindi, giunto il momento di affrontare apertamente questo tema, approfondendo tutte le implicazioni e adottando le conseguenti decisioni operative. Una soluzione va tempestivamente studiata perché abbiamo avuto degli esempi che sono la prova di quanto poco forte, in rapporto a quello che dovrebbe essere, sia il potere effettivo di impulso e coordinamento del Capo del governo. A questo proposito basti pensare a quanto sia indispensabile riordinare profondamente il sistema dell'Intelligence che oggi è affidato per il coordinamento a un Cesis totalmente depotenziato che rischia di essere il trasmettitore di carte a servizi che lavorano ognuno per sé, nella migliore delle ipotesi, piuttosto che, come era nella sua missione, la cabina di regia e il trasmettitore dell'impulso diretto del primo ministro nella politica delle informazioni per la sicurezza. In questo ambito è, di conseguenza, indispensabile una riflessione sulla rivalutazione del concetto di sicurezza nazionale nell'ottica del potenziamento del ruolo del Capo del governo, eliminando uno dei molti elementi di diversità fra il nostro Paese e gli altri partner europei e alleati.
Franco Frattini è presidente del comitato di controllo per i servizi d'informazione di sicurezza e per il segreto di Stato