
Silenzio. Nel senso di tregua da quel rock epilettico sfregiato da chitarre in elettroshock, nevrotici colpi di batteria, urla disperate e gutturali. I primi anni Ottanta scalzarono il ’77 del punk col suo bric-a-brac d’anarchia, autodistruzione, sottoproletariato, lamette, spille da balia, Sex Pistols, Buzzcocks, Gene-ration X. Nell’83, con l’album Soul Mining, irrompe sulla scena britannica Matt John-son, in arte The The. Lon-dinese, al pari di altri musicisti sceglie la via dei sintetizzatori per annunciare al mondo il verbo del dopo-punk: l’individuo non è altro che un numero infilzato nella società delle macchine. Il ritmo, quindi, deve rispecchiare l’alienazione della vita quotidiana soffocata dal rumore. «Dopo il punk - spiega oggi Matt Johnson, classe ’61 - germogliò molta buona musica underground: soprattutto industriale, marchiata a fuoco dall’elettronica. Nacquero band come Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle, Wire e naturalmente The The. L’imperativo, a quei tempi, era sperimentare a ogni costo mantenendosi a debita distanza dalla new wave, commercializzazione massima del punk». Matt Johnson, però, da poeta/ rocker fantasioso e visionario, non si mette a manipolare nastri, sintetizzatori e oscillatori in maniera frigida e robotica, ma li «scalda» con dissonanze e aristocratico technopop, scaglie di blues e squarci di soul. «In particolare il blues, scandito dal suono struggente di un’armonica a bocca, credo abbia vestito al meglio certe mie canzoni. D’altronde, da ragazzo, ascoltavo Howlin’ Wolf e John Lee Hooker ben conscio della fortuna di avere uno zio che gestiva un nightclub: i concerti dei più importanti bluesmen e di gruppi inglesi come Kinks e Small Faces transitarono proprio da lì». A Matt Johnson/ The The è dedicato il cofanetto London Town 1983-1993 che comprende gli album Soul Mining, Infected, Mind Bomb e Dusk, più un compact disc con la colonna sonora del film In The AM, le tracce video del nuovo brano Pillar Box Red e un’intervista. Abitano qui le registrazioni per molti versi uniche e tutt’ora innovative che The The, stratega post-punk, accompagnò orgogliosamente con questi slogan: «corruzione e ipocrisia, innocenza ed esperienza»; «una celebrazione d’amore e un grido contro ogni fottuta rivoluzione»; «una preghiera per un’evoluzione spirituale». Ecco allora i sintetizzatori «addomesticati» di Soul Mining (’83) al servizio dell’orecchiabilità pop (This Is The Day e Uncertain Smile), di un rock da tregenda (I’ve Been Waiting For Tomorrow) e dei poliritmi funky-dance di Giant; il pugno allo stomaco di Infected (’86), apocalisse della decadenza della civiltà occidentale a colpi di ballate (l’anti-imperialista Sweet Bird Of Truth) e sbilenchi hip-hop (il brano sull’Aids che intitola l’album); la potenza anti-rivoluzionaria di Mind Bomb (’89), alla ricerca di un’evoluzione spirituale che si concretizza in un rock asciutto e nell’arringa torrenziale di The Beat(en) Generation; la musica «a parte» di Dusk (’93), dispensatrice d’intense ballate (Love Is Stronger Than Death), urticanti blues (Dogs Of Lust) e di una memorabile slow song per pianoforte e voce (This Is The Night). Quando il furore cieco del punk cedette il passo all’elettronica, Matt Johnson occupò ogni spazio sonoro con eleganza, genio e lucida ribellione. A chi gli chiede quale sia il segreto di una buona composizione, risponde: «Melodia, struttura semplice, ritmo potente. Il messaggio deve raggiungere l’ascoltatore in modo chiaro e diretto». Un messaggio, quello marchiato The The, ben lungi dall’essersi esaurito.
London Town 1983–1993, Epic, 36 euro